Calendar Girl. Gennaio
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Calendar Girl. Gennaio

  1. 114 pagine
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Calendar Girl. Gennaio

Informazioni su questo libro

ROMANTICO SEXY TRAVOLGENTE. L'EMOZIONE A CUI NON POTRAI PIÙ RINUNCIARE

Mi hanno chiesto di recitare il ruolo della fidanzata per 12 mesi.
12 uomini inarrivabili, 12 città sorprendenti, 12 ambienti esclusivi, 12 guardaroba diversi.
È l'unico modo che ho per guadagnare un milione di dollari e salvare la vita di mio padre.
Un anno così forse è il sogno che ogni donna vorrebbe vivere.
Ma tu lo faresti?

Gennaio, Los Angeles, uno sceneggiatore con un corpo sexy quanto la sua mente.

Avevo bisogno di soldi, tanti soldi. In ballo c'era la vita di mio padre. Io però non avevo un centesimo, per arrivare a fine mese facevo la cameriera. Non avevo un amore e, diciamolo, all'amore, quello con la a maiuscola, non ci credevo neanche più tanto. Le mie storie fino ad allora erano state solo fonti di guai e delusioni.
Mi hanno offerto un lavoro. Recitare il ruolo della fidanzata di uomini di successo. In pratica per un mese dovevo fingere di essere la loro compagna davanti agli occhi di tutti e in cambio ognuno di loro sarebbe stato disposto a pagarmi centomila dollari. 12 mesi, 12 città, 12 uomini ricchi, famosi, inarrivabili, 12 ambienti esclusivi, 12 guardaroba diversi. Più di un milione di dollari. Il sesso, chiariamoci, non faceva parte degli accordi. Quello dipendeva e dipende sempre solo da me.
L'amore neanche quello faceva parte del piano. Ma intanto quello non dipende da nessuno...
Sono tutti uomini da sogno. Che poi sono persone. Intriganti, fragili, che hanno paure, segreti e verità nascoste. Loro hanno scelto me. Per un mese sono entrati nella mia vita. Tutti mi hanno lasciato qualcosa. E uno mi sta chiedendo di cambiare le regole del gioco... ma l'amore, tutti lo sanno, di regole non ne ha.
Ho intrapreso questo viaggio perché era l'unico modo per salvare la vita di mio padre.
Mi sono fidata, ho buttato il cuore oltre l'ostacolo.
Ed è iniziata la favola.
Il viaggio ha salvato la mia, di vita.
Trust the journey,
Mia

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Informazioni

Editore
Mondadori
eBook ISBN
9788852074165
Anno
2016

GENNAIO

1

Il vero amore non esiste. Per anni ho pensato di sì. Pensavo addirittura di averlo trovato. Quattro volte, per essere precisi. Vediamo, nell’ordine c’erano stati…
Taylor. Il mio fidanzatino delle superiori. Eravamo stati insieme dal primo all’ultimo anno. Lui era un campione di baseball. Il migliore che la scuola avesse mai avuto. Grosso, tutto muscoli e niente cervello, e un coso grande come una nocciolina. Forse per tutti gli steroidi che prendeva di nascosto. Mi aveva mollato la sera del diploma. Era scappato con la mia verginità e la capo cheerleader. Avevo sentito che aveva mollato il college per lavorare come meccanico in qualche buco di città, con due bambini e una moglie che aveva smesso di fare il tifo per lui.
Poi c’era stato l’assistente del mio primo corso di psicologia al Las Vegas Community College. Si chiamava Maxwell. Pensavo che quel ragazzo avesse il potere di camminare sull’acqua. In realtà mi aveva camminato sul cuore scopandosi una ragazza per ogni corso in cui insegnava. Più che cervelli, strizzava tette e culi. Buon per lui. Aveva finito per mettere incinte due studentesse in una volta, e a quel punto era stato cacciato dal college per cattiva condotta. Giovanissimo, aveva già due mamme in erba che pretendevano da lui gli alimenti. In fondo, in tutto ciò c’era una sorta di giusta ricompensa. Grazie al cielo, gli avevo sempre chiesto di mettersi il profilattico prima di infilarmelo.
A vent’anni mi ero presa una pausa. Avevo passato tutto l’anno a servire ai tavoli in un casinò sullo Strip di Las Vegas. Era stato lì che avevo incontrato il fortunato numero tre, Benny. Peccato che io non fossi stata fortunata per niente, e in realtà neanche lui. Era un baro, contava le carte. All’epoca diceva che faceva il rappresentante, lavorava per i casinò, e amava giocare a poker. Avevamo avuto una turbinosa storia d’amore, in cui di amore non ce n’era affatto. Penso di aver passato buona parte del tempo ubriaca e stesa sotto di lui, ma insomma… ero convinta che mi amasse. Non faceva che dirmelo. Per due mesi c’eravamo ubriacati; nuotavamo nella piscina dell’albergo e scopavamo tutta la notte in una delle stanze che riuscivo a farmi prestare dalla mia amica che faceva le pulizie. Servivo a lui e ai suoi amici drink gratis al bar, e quasi tutte le notti le passavamo insieme. Funzionava. Finché non aveva smesso di funzionare. Benny era stato beccato a contare le carte ed era scomparso. Per il primo anno della sua scomparsa, ero morta di paura. Poi avevo scoperto che era stato quasi ammazzato di botte. Aveva passato un po’ di tempo in ospedale e alla fine aveva lasciato la città, piantandomi in asso senza una parola.
L’ultimo errore era stato, come suol dirsi, la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. La ragione per cui mi ero convinta che il vero amore era un’invenzione delle aziende di biglietti d’auguri e di chi scrive romanzi e commedie romantiche. Si chiamava Blaine, ma avrebbe dovuto chiamarsi Lucifero. Era un suadente uomo d’affari. Uso il termine uomo d’affari in senso lato. In realtà, faceva lo strozzino. Lo stesso strozzino che aveva prestato a mio padre più soldi di quanti gliene avrebbe mai potuti restituire. Prima aveva fregato me, poi lui. Allora pensavo che il nostro amore fosse una favola. Blaine mi aveva promesso il mondo e mi aveva consegnato l’inferno.
«Per questo penso che dovresti accettare l’offerta di tua zia, senza tante storie.» La mia migliore amica, Ginelle, masticava rumorosamente il chewing-gum nella cornetta, un rumore insopportabile. Staccai l’orecchio dal telefono. «È l’unica, Mia. Se no, come pensi di tirar fuori tuo padre da questo casino con Blaine e i suoi scagnozzi?»
Bevvi d’un fiato l’acqua fredda, mentre il sole della California trasformava le gocce in schegge di luce sulla superficie della bottiglia. «Non so cosa fare, Gin. Non ho tutti quei soldi. In realtà non ho un soldo che sia uno.» Sospirai, il che suonò troppo drammatico persino alle mie orecchie.
«Senti, sei sempre stata innamorata dell’amore…»
«Ora non più!» ricordai alla mia migliore amica da una vita.
Attraverso il telefono mi giungevano i rumori di Las Vegas. Le persone pensano che il deserto sia un posto silenzioso. Ciò non vale per lo Strip. Le slot machine tintinnavano e le campanelle suonavano monotone, ovunque ti trovassi. Era davvero impossibile sfuggire. «Lo so, lo so.» Armeggiò con il cellulare, assordandomi. «Ma il sesso ti piace, no?»
«Non sono la Barbie, Gin. Ed è come la matematica, si può sempre imparare. Ti prego, non fare domande idiote. Io muoio qui.» O meglio, se non avessi trovato il modo di racimolare un milione di dollari, sarebbe stato mio padre a morire.
Ginelle sospirò e fece schioccare il chewing-gum. «Insomma, se accettassi di lavorare come escort, dovresti solo farti bella e scopare un sacco, no? Sono mesi che non batti chiodo. Potresti anche divertirti, eh?»
Solo Ginelle poteva far sembrare quello della escort di alto bordo un lavoro da sogno. «Non siamo in Pretty Woman, e io non sono Julia Roberts.»
Mi avviai verso la mia moto, una Suzuki GSX R 600, che io chiamavo semplicemente Suzi. Era l’unica cosa di valore che possedevo. Mentre la inforcavo, sistemai il telefono e misi il vivavoce. Divisi la pesante matassa dei miei lunghi capelli neri in tre ciocche e le annodai agilmente in una spessa treccia. «Senti, so che lo dici per il mio bene, e in verità non ho idea di come farò. Non sono una puttana. O almeno non voglio esserlo.» Il solo pensiero mi dava i brividi. «Ma qualcosa devo inventarmi. Devo fare un sacco di soldi, e alla svelta.»
«Sì, vabbè, ho capito. Fammi sapere come va l’incontro con la Exquisite Escorts. Chiamami stasera, se ci riesci. Merda, arriverò tardi alle prove, e devo ancora vestirmi.» La sua voce diventò affannata. Me la immaginavo attraversare il casinò per correre al lavoro, il telefono attaccato all’orecchio, fregandosene di chi la guardava pensando che fosse una pazza. Era questo che la rendeva così speciale. Lo disse come se fosse… una cosa di tutti i giorni. Come se per me fosse normale.
Ginelle lavorava al Dainty Dolls Burlesque Show di Las Vegas. Era davvero una bambola, come diceva il nome dello spettacolo, ed era brava ad agitare il sedere. Uomini da tutto il mondo venivano a guardare quello spettacolo osé sullo Strip. Eppure, non guadagnava abbastanza per tirare fuori dai guai me e mio padre, anche se non glielo avrei mai chiesto.
«Okay, ti voglio bene, stronzetta» tubai, mentre mi infilavo la treccia nel colletto della giacca di pelle in modo che mi ricadesse sulla schiena.
«Io di più, troietta.»
Girai la chiave dell’accensione, feci rombare il motore e mi infilai il casco. Lasciai scivolare il telefono nella tasca, diedi gas e partii verso un futuro che non volevo, ma che non avevo modo di evitare.
«La mia bambina adorata!» esclamò mia zia stringendomi tra le braccia ossute. Per essere così magra, aveva una certa forza. I capelli neri erano raccolti in un elegante chignon a conchiglia. Indossava una camicetta bianca morbida come la seta, probabilmente perché era di seta. Era infilata in un’audace gonna di pelle nera, accompagnata da quei vertiginosi tacchi con la suola rossa tanto decantati sull’ultimo numero di “Vogue”. Era uno schianto. E soprattutto, aveva un’aria costosa.
«Zia Millie, è così bello vederti» cominciai, ma due dita dalle lunghe unghie laccate di rosso sangue mi zittirono.
Schioccò la lingua. «No, no, qui devi chiamarmi Ms Milan.» Alzai gli occhi al cielo, ma lei mi fulminò con lo sguardo. «Tanto per cominciare, bambolina, non alzare gli occhi al cielo. È scortese, e poco femminile.» Strinse le labbra in una linea dura. «Secondo…» Mi girò intorno, valutandomi come se fossi un’opera d’arte, una statua. Qualcosa di freddo e impenetrabile. Forse lo ero davvero. Teneva in mano un ventaglio di pizzo nero che apriva e chiudeva e poi picchiettava contro il palmo aperto durante la valutazione. «… non chiamarmi mai Millie. Quella donna se n’è andata tanto tempo fa, è morta quando il primo uomo di cui si fosse mai fidata le ha fatto a pezzi il cuore e l’ha dato in pasto ai cani.» Era un’immagine un po’ brutale, ma zia Millie era una che diceva le cose come stavano.
«Su il mento.» Mi diede un colpetto sotto il mento, costringendomi a correggere subito la postura. Poi fece lo stesso con il lembo di pelle nuda e sensibile alla base della schiena, dove la maglietta aderente si fermava prima dei jeans attillati che adoravo. Mi raddrizzai subito, buttando in fuori il petto. Il suo sorriso rosso fuoco si allargò, mostrando denti sbiancati e perfettamente dritti. I denti sono la cosa migliore che i soldi possano comprare e rappresentavano una spesa fissa per le ragazze ricche di Los Angeles. Non potevo fare pochi passi senza imbattermi in qualcuno che vedeva il suo dentista più di quanto fosse necessario dal punto di vista medico, ma sempre meno di quanto vedevano il dermatologo per l’iniezione mensile di Botox. Zia Millie doveva essere una cliente fissa della clinica odontoiatrica. Ma bisognava dire che, pur sfiorando la cinquantina, teneva botta.
«Non c’è che dire, sei proprio bella. Lo sarai ancora di più quando ti avremo fatto indossare qualcosa di presentabile e ti avremo fatto gli scatti di prova.» Contrasse il viso in un ghigno mentre osservava la mia acconciatura da biker.
Feci un passo indietro e andai a sbattere contro una poltrona di cuoio. «Non ho ancora accettato.»
Millie strinse gli occhi, riducendoli a due fessure. «Non hai detto che hai bisogno di tanti soldi e subito? Che quel buono a nulla di mio cognato è all’ospedale, nei guai fino al collo?» Si sedette lentamente, accavallò le gambe e posò con grazia i gomiti sui braccioli di pelle bianca della poltrona. A zia Millie mio padre non era mai piaciuto. Era un peccato, perché lui aveva fatto quel che poteva come padre single, soprattutto dopo che la sorella di lei, mia madre, aveva abbandonato le sue due figlie. All’epoca avevo dieci anni. Madison ne aveva cinque, e oggi non ha un solo ricordo di mia madre da conservare.
Mi morsi il labbro e la fissai. Ci assomigliavamo tanto, a parte i piccoli ritocchi a cui lei si era sottoposta: avevo l’impressione di vedere me stessa in uno specchio, con venticinque anni di più. I suoi occhi erano dello stesso verde chiaro, quasi giallo, che da sempre faceva impazzire la gente in cui mi imbattevo. Verde ametista, dicevano. Sembrava di guardare in un raro diamante verde. I nostri capelli avevano la stessa identica sfumatura di nero corvino, tanto che quando erano colpiti dalla luce sembravano blu scuro.
Mi sedetti sulla scomoda poltrona e, appoggiandomi allo schienale, feci un respiro profondo. «Sì, stavolta papà si è messo seriamente nei guai con Blaine.» Millie chiuse gli occhi e scosse la testa. Mi morsi il labbro al ricordo di mio padre pallido e smagrito, il corpo interamente coperto di lividi, mentre giaceva esanime sul letto d’ospedale. «Adesso è in coma. Quattro settimane fa gliele hanno date di santa ragione. Non si è ancora svegliato. I medici pensano che potrebbe essere il trauma cranico, ma ci metteremo un po’ a scoprirlo. Ha un sacco di ossa rotte. È ancora tutto ingessato» conclusi.
«Accidenti. Che animali» mormorò e si passò la mano tra i capelli, sistemandosi una ciocca dietro l’orecchio. Millie era una campionessa della manipolazione e sapeva controllare le sue emozioni meglio di chiunque avessi mai conosciuto. Le invidiavo quel talento. Ne avrei avuto un gran bisogno.
«Già. E la settimana scorsa, mentre ero al suo capezzale, uno degli scagnozzi di Blaine è venuto a trovarmi. Ha detto che per papà era finita. Che se non recuperavano i soldi, con gli interessi, l’avrebbero fatto fuori. Poi sarebbero venuti a chiedere il denaro a me e a Maddy. Lo chiamano “il debito del sopravvissuto”. Qualcosa del genere. In ogni caso, devo trovare un milione di dollari, al più presto.»
Zia Millie strinse le labbra e picchiò più volte l’unghia dell’indice contro il pollice. Quel gesto incessante mi fece quasi impazzire. Come poteva essere così calma, così spietata? La vita di un uomo, la mia vita, e la vita della mia sorellina erano appese a un filo. Di mio padre non le importava niente, ma per me e Madison aveva sempre avuto un debole.
Puntò gli occhi nei miei. Scintillavano di un’eccitazione che non avevo mai visto. «Si può fare, in un anno. Pensi che ti concederebbero un anno, se li pagassi a rate?» Mi lanciò uno sguardo interrogativo, fissandomi.
Mi si accapponò la pelle, e tirai indietro le spalle in una mossa difensiva. «Non lo so. Di sicuro Blaine vuole i soldi, e dato che un po’ di tempo fa siamo stati insieme potrei supplicarlo. Quello stronzo pervertito e sadico è sempre stato contento di vedermi in ginocchio.»
«Tieni per te le tue scappatelle, bambolina» disse lei, con un sorriso crudele. «A quanto pare, devo metterti subito al lavoro. Solo i clienti più danarosi. Bisogna che ci diamo da fare. Devi veni...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Calendar Girl. Gennaio
  4. Dedicato a…
  5. Gennaio
  6. Ringraziamenti
  7. Copyright