Questo secondo volume dei Canti del sogno racchiude i lunghi racconti, in alcuni casi veri e propri romanzi brevi, in parte inediti in Italia, appartenenti alla produzione matura di Martin, agli anni in cui iniziava a progettare e a dedicarsi all'opera che lo avrebbe reso famoso in tutto il mondo: "Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco". Ancora una volta si può constatare la straordinaria disinvoltura con cui Martin sa muoversi tra generi diversi: dalla fantascienza più classica dei viaggi spaziotemporali alle indagini paranormali e orrorifiche, dai thriller psicologici alle sceneggiature cinematografiche. Perché, come Martin stesso scrive nel testo autobiografico Il cuore in conflitto, «auto a motore o cavalli, tricorni o toghe, pistole a raggi laser o carabine, niente di tutto questo importa, finché restano le persone. È quando ci affanniamo tanto a tracciare confini e ad affibbiare etichette che perdiamo di vista la verità. Fantasy? Fantascienza? Horror? Io dico che è una storia, e il resto può andare al diavolo».

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I canti del sogno (volume secondo)
EDIZIONE INTEGRALE
- 710 pagine
- Italian
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I canti del sogno (volume secondo)
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Parte nona
IL CUORE IN CONFLITTO
Sotto assedio
Sugli alti bastioni di Vargön, il colonnello Bengt Anttonen guardava, solitario, i fantasmi che volteggiavano sul ghiaccio.
Il mondo era vento e neve, e un freddo aspro, bruciante. Il mare d’inverno era ghiacciato attorno a Helsinki, e imprigionava nella sua stretta i sei isolotti della grande fortezza chiamata Sveaborg. Il vento era un coltello estratto da un fodero di ghiaccio. Lacerava l’uniforme di Anttonen, gli sferzava le guance, gli faceva venire le lacrime agli occhi e poi le gelava mentre colavano sulle guance. Il vento ululava attorno alle imponenti mura grigie di granito, si infilava dalle porte e dalle fessure e dalle feritoie, insinuandosi in ogni dove. Al largo del mare ghiacciato, schioccava e fischiava contro l’artiglieria russa, e le sue folate schizzavano raffiche di neve che vorticavano sul ghiaccio come strani animali bianchi, spettrali bestie luccicanti, che assumevano prima una forma poi l’altra, mutando aspetto di continuo.
Erano creature fluttuanti come i pensieri di Anttonen. Si chiedeva quale sarebbe stata la prossima forma che avrebbero assunto e dove stessero correndo così di fretta, quei figli nebulosi della neve e del vento. Forse si potevano addestrare ad attaccare i russi. Sorrise, assaporando la fantasia delle bestie di neve sguinzagliate contro il nemico. Era un pensiero strano, folle. Il colonnello Bengt Anttonen non aveva mai avuto una grande immaginazione, ma negli ultimi tempi la sua mente cadeva spesso preda di capricci del genere.
Girò di nuovo il viso contro il vento, gustando il brivido, il freddo che intorpidiva. Sperava che raffreddasse la sua rabbia, che gli penetrasse nel cuore e congelasse le passioni che vi ribollivano. Sperava di diventare insensibile. Il freddo aveva trasformato persino quel mare turbolento in ghiaccio calmo e silenzioso; poteva sottomettere anche la turbolenza nel cuore di Bengt Anttonen. Aprì la bocca, esalò un lungo respiro che si alzò come vapore dalle sue guance arrossate, inalò uno spiffero di aria polare che scese nei polmoni come ossigeno liquido.
Sulla scia di quel pensiero, tuttavia, si sentì cogliere dal panico. Di nuovo, stava succedendo di nuovo. Cos’era l’ossigeno liquido? Freddo, chissà come lo sapeva; più freddo del ghiaccio, più freddo di quel vento. L’ossigeno liquido era pungente e bianco, fumava e scorreva. Lo sapeva, con la stessa certezza con cui sapeva il proprio nome. Ma come faceva a saperlo?
Anttonen si girò. Camminò ad ampie falcate, la mano sull’elsa della spada quasi potesse offrirgli una protezione contro i demoni che avevano invaso i suoi pensieri. Gli altri ufficiali avevano ragione; stava impazzendo, non c’era dubbio. L’aveva dimostrato quel pomeriggio alla riunione degli alti gradi.
L’incontro era andato molto male, come succedeva sempre negli ultimi tempi. Al solito, Anttonen aveva alzato la voce, una cosa inutile, stupida. Aveva ragione, questo lo sapeva. Ma sapeva anche che non sarebbe riuscito a convincerli, e ogni parola comprometteva la sua condizione, danneggiava la sua carriera.
Jägerhorn aveva tirato di nuovo fuori l’argomento. Il colonnello F. A. Jägerhorn era tutto ciò che Anttonen non era: bruno e attraente, raffinato e diplomatico, un aristocratico con l’autocontrollo degli aristocratici. Jägerhorn aveva conoscenze importanti, parenti influenti, una carriera destinata al successo. E, soprattutto, aveva la fiducia del viceammiraglio Carl Olof Cronstedt, comandante di Sveaborg.
Alla riunione, Jägerhorn aveva portato un fascio di rapporti.
«I rapporti sono sbagliati» aveva insistito Anttonen. «I russi non sono più numerosi di noi. E hanno al massimo quaranta cannoni, signore. Sveaborg ne ha dieci volte tanti.»
Cronstedt sembrava sconvolto dal tono di Anttonen, dalla sua sicurezza, dalla sua insistenza. Jägerhorn si era limitato a sorridere. «Posso chiederle da chi ha avuto questa informazione, colonnello Anttonen?» aveva chiesto.
Era quella la domanda a cui Bengt Anttonen non avrebbe mai potuto rispondere. «Lo so e basta» aveva detto, sprezzante.
Jägerhorn aveva agitato le carte che teneva in mano. «Le mie informazioni vengono dal luogotenente Klick, che si trova a Helsinki e ha accesso diretto a rapporti affidabili su piani, movimenti e numeri del nemico.» Aveva guardato il viceammiraglio Cronstedt. «Affermo, signore, che queste informazioni sono molto più affidabili delle misteriose certezze del colonnello Anttonen. Secondo Klick, i russi già ci superano in numero, e presto il generale Suchtelen riceverà abbastanza rinforzi da lanciare un assalto considerevole. Inoltre, hanno a disposizione una formidabile quantità di artiglieria. Certo più dei quaranta pezzi che il colonnello vuole farci credere costituiscano l’intera estensione dei loro armamenti.»
Cronstedt stava annuendo, convinto. Nemmeno allora Anttonen era riuscito a tacere. «Signore» aveva ribadito. «I rapporti di Klick devono essere ignorati. Non ci si può fidare di quell’uomo. O è prezzolato dal nemico, o lo stanno imbrogliando.»
Cronstedt aveva aggrottato la fronte. «Queste sono accuse gravi, colonnello.»
«Klick è un idiota e un maledetto traditore della Lega di Anjala!»
Quelle parole avevano fatto sobbalzare Jägerhorn, e inorridito Cronstedt e un gruppo di ufficiali di grado inferiore. «Colonnello» aveva proseguito il comandante «è risaputo che il colonnello Jägerhorn ha dei parenti nella Lega di Anjala. I suoi commenti sono offensivi. La nostra situazione è già abbastanza pericolosa senza che i miei ufficiali si mettano a litigare per stupide divergenze politiche. Chieda subito scusa.»
Non avendo scelta, Anttonen aveva presentato delle scuse imbarazzate, che Jägerhorn aveva accettato con un paternalistico cenno del capo.
Cronstedt era tornato alle sue carte. «Molto convincente e molto allarmante. È quello che temevo. Siamo arrivati a un punto critico.» Si vedeva che aveva già preso una decisione. Era inutile discutere. Era in momenti come quello, soprattutto, che Bengt Anttonen si chiedeva quale follia l’avesse colto. Andava alle riunioni deciso a comportarsi con circospezione e diplomazia, e, non appena prendeva posto, una strana arroganza si impossessava di lui. Si opponeva ben al di là di quanto fosse saggio; negava fatti evidenti, confermati in rapporti scritti da fonti affidabili; parlava quando non era il suo turno e si faceva nemici da tutte le parti.
«Nossignore» aveva detto. «La supplico di ignorare le informazioni di Klick. Sveaborg è vitale per la controffensiva di primavera. Non abbiamo niente da temere se riusciamo a resistere finché i ghiacci si sciolgono. Una volta che le vie di mare saranno aperte, la Svezia ci invierà aiuti.»
Il volto del viceammiraglio Cronstedt era teso e stanco, il volto di un vecchio. «Quante volte dobbiamo parlarne? Mi sto stufando del suo atteggiamento polemico, e sono consapevole dell’importanza di Sveaborg per l’offensiva di primavera. I fatti sono inconfutabili. Le nostre difese sono fallaci, e il ghiaccio rende le nostre mura accessibili su ogni lato. L’esercito svedese è in rotta…»
«Lo sappiamo solo dai giornali che i russi ci lasciano leggere, signore» aveva bofonchiato Anttonen. «Giornali russi e francesi. Queste notizie non sono affidabili.»
La pazienza di Cronstedt si era esaurita. «Silenzio!» aveva sbottato, battendo il palmo aperto sul tavolo. «Ne ho abbastanza della sua intransigenza, colonnello Anttonen. Rispetto il suo fervore patriottico, ma non il suo giudizio. In futuro, se avrò bisogno della sua opinione, gliela chiederò. È chiaro?»
«Sissignore» aveva risposto Anttonen.
Jägerhorn aveva sorriso. «Possiamo procedere?»
Il rimprovero era stato sferzante come il gelido vento invernale. Non meravigliava che poi si fosse sentito attratto dalla fredda solitudine dei bastioni.
Quando era tornato nella sua stanza, Bengt Anttonen si sentiva confuso e giù di corda. L’oscurità stava calando, lo sapeva. Sul mare ghiacciato, su Sveaborg, sulla Svezia e la Finlandia. E sull’America, pensò. Quell’ultimo pensiero gli diede il voltastomaco. Si lasciò cadere sulla cuccetta, prendendosi la testa fra le mani. America, America, cos’era quella follia, che differenza poteva mai fare la lotta tra Svezia e Russia per quella nazione appena nata a così grande distanza?
Si alzò e accese una lampada, come se la luce potesse scacciare quei foschi pensieri, e si gettò sul viso un po’ d’acqua dalla bacinella che stava sul modesto cassettone. Dietro la bacinella c’era uno specchio che usava per rasarsi; un po’ deformato e velato dalla corrosione, ma utilizzabile. Mentre si asciugava le grosse mani ossute, si ritrovò a fissare la sua immagine, i lineamenti al tempo stesso così familiari e così stranamente, spaventosamente estranei. Aveva capelli brizzolati e ribelli, occhi grigio scuro, un naso dritto e stretto, guance un po’ incavate, il mento squadrato. Era troppo magro, quasi smunto. La faccia era ostinata, ordinaria, non particolarmente bella. Quella che aveva portato per tutta la vita. Già da tempo Bengt Anttonen si era rassegnato al suo aspetto. Fino agli ultimi tempi, non si era mai soffermato a pensare al suo fisico. Eppure adesso si osservava, impassibile, e sentiva un’attrazione inquietante nascergli dentro, un senso di soddisfazione, un piacere alieno e spiazzante nella contemplazione della propria immagine.
Quella vanità era malata, effeminata, un altro segno di pazzia. Anttonen distolse lo sguardo dallo specchio. Si sforzò di sdraiarsi.
Per lunghi istanti non riuscì a prendere sonno. Fantasie e visioni danzavano dietro le sue palpebre chiuse, scene fantastiche come gli animali spettrali formati dal vento: bandiere che non riconosceva, mura di liscio metallo, grandi tempeste di fuoco, uomini e donne orrendi come demoni addormentati in letti di liquido bruciante. E poi, di colpo, quei pensieri sparirono, caddero come uno strato di pelle ustionata. Bengt Anttonen fece un sospiro ansioso e si rigirò nel sonno…
… Prima della consapevolezza c’è sempre il dolore, il dolore viene per primo, l’unica realtà in un mondo ancora vuoto e silenzioso al di là di ogni sensazione. Per un secondo, un’ora non so dove sono e ho paura. E poi la conoscenza emerge; ritorno, sto tornando, e il ritorno è sempre una sofferenza. Non voglio tornare, ma devo. Voglio la dolce, candida purezza della neve e del ghiaccio, il tocco avvolgente del vento invernale, i lineamenti sani del viso di Bengt. Ma tutto sbiadisce, sbiadisce, anche se io mi ci aggrappo urlando, piangendo. Sbiadisce, sbiadisce fino a scomparire.
Avverto un movimento, un’agitazione intorno a me mentre il liquido di immersione si ritrae. Il viso è il primo a scoprirsi. Succhio l’aria dalle narici spalancate, sputo fuori i tubi dalla bocca insanguinata. Quando il liquido mi scende sotto le orecchie, sento un rumore gorgogliante, come un avido risucchio. Le macchine-vampiro sono alimentate dai succhi del mio utero, il sangue nero della mia seconda vita. Il tocco freddo dell’aria sulla pelle mi ferisce. Cerco di non gridare, riesco a ridurre il suono a un gemito.
La parte superiore della mia vasca è rivestita da una sottile pellicola scura che si è incollata al metallo liscio. Riesco a vedere il mio riflesso. Sono una vista sconvolgente, i peli delle narici tremano sul volto privo di naso, la guancia destra gonfia per un tumore verdastro. Un demone fatto e finito. Sorrido, mostrando una tripla fila di denti marci, con nuovi incisivi che crescono come paletti affilati in un campo di velenosi funghi gialli. Aspetto la liberazione. La vasca è troppo piccola, sembra una bara. Sono sepolto vivo, e la paura è un peso palpabile sopra di me. A loro non piaccio. E se mi lasciassero qui dentro a soffocare e morire? «Fuori!» mormoro, ma nessuno mi sente.
Alla fine il coperchio si alza e appaiono gli inservienti. Rafael e Slim. Due tizi robusti, bianchi colossi offuscati con la bandiera cucita sulle tasche dell’uniforme. Non riesco a mettere a fuoco i loro volti. La mia vista non è mai troppo buona, e dopo un ritorno diventa ancora più debole. So che quello scuro è Rafe, ed è lui a chinarsi per sganciare le flebo e il telemetro, mentre Slim mi fa un’iniezione. Ahhh. Bene. Il dolore si placa. Mi sforzo di afferrare i bordi della vasca. Il metallo mi dà una sensazione strana; il movimento è goffo, prudente, il mio corpo lento a reagire. «Perché ci avete messo tanto?» chiedo.
«Un’emergenza» risponde Slim. «Rollins.» È un tipo suscettibile, laconico, e non gli sto simpatico. Per saperne di più, dovrei fare una sfilza di domande, ma non ne ho la forza. Piuttosto mi concentro sull’assumere una posizione seduta. La stanza è inondata da una forte luce fluorescente bianco-azzurrina. I miei occhi lacrimano dopo tanto tempo passato al buio. Forse gli inservienti pensano che stia piangendo per la gioia di essere tornato. Sono grossi ma non troppo svegli. L’atmosfera è pervasa da un odore asettico e dal freddo gelido dell’aria condizionata. Rafe mi solleva dalla bara, la quinta vasca argentata in una fila di sei, ognuna agganciata alla barriera di computer che incombe attorno a noi. Le altre bare adesso sono vuote. Stanotte sono l’ultimo vampiro a risorgere, mi dico. Poi ricordo. Quattro di loro non ci sono più, non ci sono da tanto tempo. Siamo rimasti solo io e Rollins, e a Rollins è successo qualcosa.
Mi mettono su una sedia a...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- I CANTI DEL SOGNO. Volume secondo
- Parte sesta. UN ASSAGGIO DI TUF
- Parte settima. IL CANTO DELLE SIRENE DI HOLLYWOOD
- Parte ottava. UNA MESCOLATA AL MAZZO DELLE WILD CARDS
- Parte nona. IL CUORE IN CONFLITTO
- Copyright