Il treno per Tallinn
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Il treno per Tallinn

  1. 168 pagine
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Il treno per Tallinn

Informazioni su questo libro

È notte, la neve cade fitta quando il treno proveniente da San Pietroburgo fa il suo ingresso nella stazione di Tallinn, capolinea. Bastano venti minuti perché dei passeggeri rimangano solo le impronte sulla neve; uno però è ancora a bordo, accasciato in una poltrona di prima classe, una bottiglia di liquore accanto a sé. Morto. È Igor Semenov, un uomo d'affari russo. Il caso è delicato e viene affidato al commissario di polizia Marko Kurismaa, che con i russi ha un conto in sospeso. E non è il livore di tanti estoni nei confronti del popolo che fino a pochi anni prima li dominava: è un dolore tutto personale.

Marko ha il fascino dell'uomo tormentato, il fisico asciutto dell'ex sciatore di fondo e il rigore di chi nella vita si è dovuto conquistare tutto. In più, nasconde qualcosa.

In altri tempi, Marko ha avuto la presunzione di saper distinguere al primo colpo la verità dalla menzogna. Ora è più cauto, forse più saggio, la nostalgia della giovinezza lo punge sempre più spesso e i dubbi sono quotidiani compagni d'indagine: da dove viene la tristezza che rende opaco lo sguardo di Olga, la giovane e bella moglie della vittima? Quanto è pericoloso l'uomo che qualche giorno prima è stato visto attaccare briga con Semenov?

Arno Saar ci guida sulle tracce dell'assassino lungo le strade della gelida Tallinn, tra i vicoli della città vecchia, i locali alla moda delle ex zone industriali e gli squallidi quartieri dell'architettura sovietica. Un'ambientazione originale e suggestiva, un protagonista complesso e affascinante, una galleria di personaggi indimenticabili e un impeccabile congegno narrativo: Il treno per Tallinn è un romanzo straordinario e Arno Saar, pseudonimo di un importante scrittore italiano, sa procedere col passo spedito del giallista e la ricchezza di prospettiva del romanziere di classe.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852073908
Print ISBN
9788804665946

1

Alle 22.43 del 26 gennaio, gli altoparlanti del treno GoRail 810 in servizio da San Pietroburgo a Tallinn annunciarono che il convoglio era in arrivo nella stazione terminale. I passeggeri spensero i loro PC, si levarono le cuffie dalle orecchie e cominciarono a indossare cappotti, giacche a vento, guanti e cappelli. Cinque minuti dopo, in perfetto orario, le luci della banchina numero 6 illuminarono le fiancate blu e grigie della locomotiva e dei vagoni. Ci fu uno stridio di freni, uno sbuffo e poi qualche istante di silenzio profondo. I binari vicini erano vuoti, rotaie e traversine scomparse sotto la neve che cadeva fitta fin dal mattino. Più in là, fermo e a luci spente, il primo treno del giorno dopo per Paldiski aveva perso il suo brillante arancione sotto il manto bianco e uniforme che lo aveva ricoperto. Tutto, tranne i fiocchi che danzavano nella luce dei lampioni, era perfettamente immobile. Poi, di colpo, le porte dell’espresso 810 si aprirono e la gente si rovesciò sul marciapiede allontanandosi in fretta verso posti più caldi.
Alle 23, di tutti i viaggiatori arrivati in stazione rimanevano le orme, impresse nella neve, e un uomo, sprofondato nella comoda poltrona in pelle del secondo vagone di prima classe. Un uomo corpulento, sulla sessantina, con gli occhi chiusi e la bocca leggermente aperta. Il controllore lo scorse dal fondo del vagone e imprecò sommessamente: di sicuro il passeggero si era ubriacato e ora svegliarlo sarebbe stata un’impresa. In seconda classe avevano meno soldi e bevevano meno, ma in prima proprio non riuscivano a resistere.
Il controllore si avvicinò e gli bastò uno sguardo per capire che non si sbagliava: sul sedile accanto, che per tutto il viaggio, lo ricordava bene, era rimasto vuoto, giaceva una bottiglia di liquore.
Imprecò di nuovo: lui odiava toccare la gente, detestava la sola idea di tamburellare con le dita sulla spalla di qualcuno, di afferrarlo per un braccio, di scuoterlo. Eppure, quei gesti dovette farli tutti, uno dopo l’altro, con sempre più decisione, perché l’uomo non si svegliava.
Era morto.

2

Marko Kurismaa si era svegliato quel mattino sapendo già che il sonno lo avrebbe tormentato per tutta la giornata. Il sonno, che durante la notte andava e veniva a proprio piacimento, intermittente, capriccioso, durante le ore diurne tornava all’improvviso, preannunciato appena da una leggera confusione, da un sovrapporsi di immagini reali e di visioni oniriche. Era come un nemico che colpiva alle spalle, un nemico che ogni notte lui aspettava inutilmente, disteso nel letto, e che ogni giorno arrivava nei momenti meno opportuni: nel pieno di una riunione, a metà di una seduta di tiro al poligono, in auto. A dire il vero, non proprio ogni giorno, almeno non con la stessa intensità: c’erano giornate in cui se la cavava appoggiando di tanto in tanto la testa sulla scrivania, chiudendosi a chiave nel suo ufficio, altre in cui il Modafinil accompagnato da un paio di litri di bevande alla caffeina riusciva a fargli condurre un’esistenza quasi normale, e altre ancora in cui era destinato a vagare come uno zombie, sentendo le palpebre di piombo e il cuore rallentare fino quasi a fermarsi per poi riprendersi all’improvviso, con un ritmo forsennato. Quello, se lo sentiva, sarebbe stato un giorno così.
La sera prima si era addormentato verso le undici, sul divano. Il libro americano che aveva iniziato a leggere lo annoiava mortalmente: la storia di un uomo e di un bambino che cercavano di sopravvivere dopo una specie di catastrofe nucleare. Gli sembrava roba trita e ritrita e gli ricordava una vecchia serie televisiva della BBC che la televisione estone aveva mandato in onda negli anni Novanta: I sopravvissuti, o qualcosa del genere. Verso l’una, Pedro, il ragazzo spagnolo a cui aveva affittato una parte della casa, lo aveva svegliato rientrando dal lavoro. Marko si era augurato che, una volta tanto, fosse rincasato da solo, altrimenti il rumore della porta sarebbe stato solo il primo di una lunga serie. Si era trasferito nel letto, ma, benché dalle stanze di Pedro non fossero giunti mugolii, rantoli e sospiri di giovani donne deliziate dalle prestazioni del latin lover, il sonno si era sdegnosamente ritirato altrove. Le ore della notte erano trascorse in un’alternanza di sogni e di allucinazioni ipnagogiche, durante le quali gli era parso di sentire il rumore dei tarli che gli divoravano la casa, e quando, alle 7.30, la sveglia aveva suonato, lui si era alzato di scatto ed era andato a verificare lo stato delle travi e delle pareti della sua casa di legno. Ovviamente, dal giorno prima, nulla era cambiato, nulla che si potesse cogliere a occhio nudo. Ma i tarli c’erano, eccome se c’erano, e una volta o l’altra, rientrando dal lavoro, avrebbe trovato un buco nel muro del salotto, o nel soffitto del bagno.
In cucina si era preparato una cuccuma di caffè ed era andato a berlo nel piccolo salotto dalla cui finestra, attraverso i rami spogli dei platani, si vedevano le mura e le torri della città vecchia. Aveva scrutato il cielo: era ancora troppo buio per potergli dare davvero un colore, ma, anche se non nevicava più, immaginò che sarebbe rimasto livido fino alle quattro del pomeriggio, quando il tramonto lo avrebbe reso di nuovo nero.
Aveva infilato una camicia bianca e un paio di jeans un po’ sdruciti che, malgrado i suoi cinquant’anni, non gli stavano affatto male. Marko aveva un fisico robusto e asciutto, forgiato in gioventù dai lavori agricoli e dalle migliaia di chilometri percorsi con gli sci di fondo sotto la supervisione degli austeri allenatori sovietici. I capelli, un tempo biondo grano, erano ora leggermente più chiari, ma nessuno avrebbe potuto parlare di canizie; semmai, di uno di quei piccoli cambiamenti che rendono certi uomini più interessanti nella maturità piuttosto che nel fiore degli anni. E allora perché, dal momento che lui era proprio uno di quegli uomini, del commissario Kurismaa i colleghi non conoscevano amori recenti, o avventure, o perversioni? Perché, si chiedevano alcuni, viveva solo come un vedovo inconsolabile o, come insinuavano altri più malignamente, come un vecchio pederasta? Nessuno, beninteso, si era mai azzardato a chiederglielo apertamente e lui si era guardato bene dal fornire risposte a domande non espresse. Il perché lo sapevano lui e un’altra persona, e tanto bastava.
Aveva infine indossato una giacca di panno scura, ci aveva messo sopra una giacca a vento, scura anch’essa, e si era allacciato un paio di scarpe da nordic walking, nere, molto discrete: da casa sua all’ufficio centrale della polizia criminale, al numero 52 di Tööstuse, c’erano esattamente 1842 metri, di buon passo significava un quarto d’ora. Quindici minuti di marcia con i bastoncini, lo zainetto sulle spalle e l’aria gelida in faccia per provare a svegliarsi davvero.
Alle nove in punto si sedette alla sua scrivania e in meno di dieci minuti si addormentò, profondamente, molto più profondamente di quanto non gli fosse capitato in tutta la notte. Mezz’ora di sonno, prima che il telefono gli facesse da sveglia: «Ciao Marko. Tutto bene oggi?».
«No, Kalio. Peggio del solito. Una notte d’inferno, puoi immaginare cosa mi aspetta.»
Kalio Kuslap, il commissario capo, era l’unico a essere al corrente della sua narcolessia: se i medici della polizia lo avessero scoperto, probabilmente sarebbe stato assegnato a lavori d’ufficio, destinato a trasferire scartoffie da un tavolo all’altro o a digitare dati in qualche database. Con Kalio invece si era confidato e lui lo aveva sempre coperto, per rispettare un’amicizia nata quando erano entrambi giovani reclute, e forse anche per mettere a tacere un piccolo senso di colpa: se, in passato, Marko Kurismaa non avesse dovuto sopportare il peso del suo cognome, i ruoli di superiore e di sottoposto tra i due sarebbero stati sicuramente invertiti.
«Mi dispiace, ma c’è una faccenda spinosa da risolvere.»
«Non puoi chiamare Iljuštšenko? O Mätas?»
«È roba delicata. Mi servi tu.»
«Arrivo.»
Kurismaa chiuse gli occhi e ruotò la testa un paio di volte, sentendo le vertebre del collo che scricchiolavano come ghiaia sotto i piedi di qualche grassone. Poi percorse il corridoio del quarto piano e, dopo aver bussato alla porta di fondo, entrò nell’ufficio del commissario capo e si sedette di fronte a lui.
«Scusami Marko, avrei preferito lasciarti un po’ tranquillo, ma proprio non mi è possibile.»
Dei due, però, sembrava Kuslap quello più provato dalla notte appena trascorsa.
«Anche tu hai dormito male?»
L’altro serrò le labbra in una smorfia di dolore e, al tempo stesso, di rassegnazione: «Alle tre del mattino sono dovuto andare a recuperare Raigo in un pub sulla Lauteri. Aveva parcheggiato l’auto lì davanti e voleva guidare a tutti i costi, anche se non si reggeva in piedi. Per fortuna la cameriera è riuscita a fregargli il giaccone dove aveva messo le chiavi della macchina, così lui è rimasto bloccato».
«E tu come hai fatto a sapere che era lì?»
«Nella tasca del giaccone aveva anche il cellulare: la cameriera ha trovato la voce “Papà” in rubrica e ha chiamato. Quando sono arrivato, Raigo era seduto sul bordo del marciapiede, in mezzo alla neve e a pozze di vomito.»
E finendo la frase si era nascosto la faccia tra le mani, per la vergogna di quell’unico figlio che, a ventidue anni, non dava alcun segno di voler mettere la testa a posto.
«Lasciamo stare. Ti ho chiamato per un omicidio.»
«Qui, nella capitale?»
«Non sappiamo esattamente. Ieri sera un uomo è arrivato morto sul treno da San Pietroburgo. A tutta prima, sembrava un infarto, ma i medici, per legge, hanno dovuto fargli l’autopsia e hanno trovato una quantità più che rispettabile di coniina.»
«Che roba è la coniina?»
«È un alcaloide, molto tossico: si estrae dalla cicuta.»
Marko si fece di colpo più attento e il torpore che ancora si portava addosso lo abbandonò definitivamente.
«Avvelenato con la cicuta?»
«Parrebbe proprio così» confermò il commissario capo.
«Allora magari si è suicidato. Fermi tutti, signori e signore, abbiamo un nuovo Socrate.»
«Ah già, Socrate. È da più di un’ora, da quando mi hanno detto questa storia della cicuta, che penso a chi era quell’antico romano che ci si era avvelenato.»
«Socrate non era romano, era greco… un filosofo greco del quinto secolo avanti Cristo…»
«Avresti dovuto fare il professore, non il poliziotto.»
«Sì, magari all’università, e poi finivo come mio padre.»
«Scusa, non volevo.»
«Non importa, vai avanti.»
«Pare che il tipo abbia dormito per quasi tutto il viaggio, alzandosi solo ogni tanto per andare a bere al bar e per andare al cesso.»
«Un vero gentleman.»
«Un russo.»
«Potevi dirlo subito. Un russo morto è sempre una bella notizia.»
...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL TRENO PER TALLINN
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. Copyright