«Quella sera mi si rinsaldò nell'animo più fermamente che mai la convinzione che il Fato fosse di pietra, e la Speranza un falso idolo, cieco, senza sangue e dal cuore di granito.» È la giovane Lucy Snowe a raccontarsi con queste parole colme di dolore. Rimasta senza parenti, casa e mezzi economici dopo un disastro familiare, accetta un impiego come istitutrice in un collegio femminile nell'immaginaria città di Villette. E lì conosce l'amore. Ma il suo non sembra essere un destino di felicità… Pubblicato nel 1853, L'angelo della tempesta è l'ultimo e il più autobiografico tra i romanzi di Charlotte Brontë: un testo di sorprendente finezza psicologica e dalle tonalità narrative che svariano dal lirico al gotico. Un libro molto ammirato da Virginia Woolf, che lo considerava superiore anche a Jane Eyre, e da George Eliot, che vi ravvisava quasi un «potere soprannaturale».

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PARTE TERZA
28
La sentinella
Durante le sue lezioni Monsieur Paul Emanuel reagiva con acuta suscettibilità al fastidio di un’interruzione, qualunque ne fosse la causa: attraversare la classe in tali circostanze metteva a repentaglio, secondo il giudizio individuale e collettivo delle insegnanti e delle allieve della scuola, la vita di una donna o di una ragazza.
Madame Beck stessa, allorché costretta all’impresa, attraversava l’aula di corsa, tirandosi su le sottane e costeggiando con cautela la formidabile pedana, come una nave timorosa dei frangenti. Quanto a Rosine, la portinaia, sulla quale incombeva ogni mezz’ora il pericoloso compito di prelevare le allieve dal cuore stesso di questa o quella sezione, per smistarle alle lezioni di musica in oratorio, nel salotto grande o nel piccolo, nella salle-à-manger o ovunque fosse stato installato il pianoforte, diventava spesso, al secondo o terzo tentativo, quasi muta per eccesso di costernazione, un sentimento ispirato dagli ineffabili sguardi emessi da un paio di occhiali dardeggianti.
Una mattina ero seduta nel carré, intenta a un lavoro di ricamo che una delle allieve aveva cominciato, ma che tardava a finire, e, mentre con le mie dita lavoravo al telaio, con le orecchie mi divertivo ad ascoltare i crescendo e le cadenze di una voce che arringava nella classe vicina, in toni che si facevano sempre più inquieti a ogni momento, sempre più minacciosamente variati. C’era un buon solido muro divisorio tra me e la tempesta che andava addensandosi, c’era anche una facile via di scampo nel cortile attraverso la porta a vetri, nel caso la tempesta fosse dovuta esplodere da quella parte. Temo perciò che traessi più divertimento che allarme dall’infittirsi di quei sintomi. La povera Rosine non si sentiva al sicuro: quattro volte quel benedetto mattino aveva compiuto la perigliosa traversata, e adesso, per la quinta volta, doveva affrontare la sfida di togliere, per così dire, un tizzone dal fuoco: un’allieva di sotto il naso di Monsieur Paul.
«Mon Dieu! mon Dieu!» esclamò. «Que vais-je devenir? Monsieur va me tuer, je suis sûre; car il est d’une colère!»1
Forte del coraggio della disperazione, aprì la porta.
«Mademoiselle La Malle au piano!»2 fu il suo grido. Prima che potesse battere impunemente in ritirata, o chiudere del tutto la porta, una voce si alzò:
«Dès ce moment! la classe est défendue. La première qui ouvrira cette porte, ou passera par cette division, sera pendue – fût-ce Madame Beck elle-même!»3
Non erano trascorsi dieci minuti dalla promulgazione di tale editto, che si udirono di nuovo le pantoufles francesi di Rosine strascicare lungo il corridoio.
«Mademoiselle,» mi disse «non entrerei un’altra volta in quella classe nemmeno per un pezzo da cinque franchi, adesso: gli occhiali di Monsieur sono davvero terribili; ed è arrivato un commissionaire4 con un messaggio dall’Athénée. Ho detto a Madame Beck che non osavo consegnarlo, e Madame mi ha consigliato di girare l’incarico a lei.»
«A me? No, questo è decisamente troppo! Non fa parte delle mie mansioni. Su, su, Rosine! Sopporti il suo peso. Sia coraggiosa, se ne faccia carico ancora una volta!»
«Io, Mademoiselle? Impossibile! Gli sono passata davanti cinque volte, quest’oggi. Madame dovrebbe assumere un vero gendarme per questo servizio. Ouf! Je n’en puis plus!»5
«Bah! Lei è solo una vile. Qual è il messaggio?»
«Proprio uno di quelli che a Monsieur danno più fastidio: un invito urgente a recarsi immediatamente all’Athénée, dove pare sia arrivato un visitatore ufficiale, un ispettore, non so bene, che Monsieur deve conoscere: lei sa quanto egli detesti agire per dovere.»
Sì, lo sapevo abbastanza bene. L’indocile ometto detestava ogni sprone o freno: si rivoltava puntualmente contro qualunque cosa avesse il carattere dell’urgenza o della costrizione. Tuttavia, mi assunsi la responsabilità della comunicazione, certamente non senza paura ma con una paura mescolata ad altri sentimenti, fra i quali la curiosità. Aprii la porta, entrai, me la chiusi dietro con la rapidità e la fermezza che mi consentiva la mano alquanto tremante; essere lenti o rumorosi, sbatacchiare una serratura, o lasciare una porta spalancata erano aggravanti i cui esiti si rivelavano spesso più disastrosi dello stesso reato principale. Eccomi dunque in piedi, e lui seduto; il suo umore era visibilmente alterato, quasi al peggio; era intento a impartire una lezione di matematica, perché insegnava argomenti di qualunque materia gli passasse per la testa trattare, e, essendo l’aritmetica una disciplina arida, lo deprimeva invariabilmente: non c’era alunna che non tremasse quando Monsieur parlava di numeri. Se ne stava chino sulla scrivania: alzare gli occhi al rumore di un’entrata, a una manifesta infrazione del suo volere e della sua legge, era uno sforzo che per il momento non si sentiva di fare. Meglio così: guadagnai tempo e ne approfittai per attraversare la lunga classe; per una mia idiosincrasia, ritenevo senz’altro preferibile espormi da vicino al suo scoppio d’ira che sopportarne le minacce da lontano.
Mi fermai alla sua pedana, proprio davanti a lui; naturalmente non ero degna di attenzione immediata: Monsieur continuò imperterrito la lezione. Un simile sprezzo non si confaceva: doveva udire e ascoltare il mio messaggio.
Non essendo abbastanza alta da superare con la testa la cattedra issata sulla pedana, e rimanendo quindi eclissata nella mia attuale posizione, mi azzardai a sbirciare da dietro l’angolo, con la semplice intenzione, sulle prime, di ottenere una vista migliore della sua faccia che, al mio ingresso, mi era parsa fortemente e pittorescamente simile a quella di una tigre nera e gialliccia. Due volte mi permisi tale scorcio laterale con impunità, avanzando e recedendo non vista; la terza volta il mio occhio non fece in tempo a svettare oltre l’oscuramento della cattedra, che fu colto e trafitto in piena pupilla: trafitto dagli occhiali. Rosine aveva ragione; quegli arnesi possedevano un terrore cieco e implacabile tutto loro, al di là della mobile collera degli occhi nudi del loro portatore.
Adesso scoprii il vantaggio della vicinanza: quegli occhiali da miope non servivano a esaminare il criminale che fosse finito sotto il naso di Monsieur; di conseguenza se li tolse, e ci trovammo ad affrontarci a vicenda in termini più equi.
Mi compiaccio di non essere stata in realtà molto intimorita da lui, di non avere provato, anzi, in prossimità della sua presenza, terrore di sorta; alla sua richiesta di corda e forca per dar corso alla condanna da poco pronunciata, fui in grado di rispondere con un ago munito di filo da ricamo e con una tale accomodante civiltà che non avrebbe potuto che stemperare almeno in parte i suoi eccessi d’irritazione. Naturalmente non esposi quella cortesia pubblicamente: mi limitai a porgere il filo da dietro l’angolo della cattedra, e lo attaccai, pronto da tirare (con il nodo scorsoio bell’e pronto), allo schienale a sbarre della sedia del professore.
«Que me voulez-vous?»6 domandò lui con un ringhio la cui musica restò confinata unicamente al suo petto e alla sua gola, perché lo emise a denti serrati, come vincolato a un voto interiore di non lasciarsi estorcere un sorriso da qualcosa di terreno. La mia risposta iniziò senza compromessi:
«Monsieur,» dissi «je veux l’impossible, des choses inouïes»;7 e ritenendo più saggio astenermi dai mezzi termini, per somministrare la douche con decisione, con voce bassa ma rapida riferii il messaggio accademico, esagerandone vistosamente l’urgenza.
Naturalmente non volle saperne. Non aveva alcuna intenzione di andarci; non avrebbe interrotto la lezione in corso nemmeno se fossero venute a chiamarlo tutte le autorità di Villette. Non intendeva spostarsi di un mignolo da dov’era nemmeno se convocato dal re, dal consiglio dei ministri e dalle camere riunite.
Sapevo, tuttavia, che doveva andare; checché sbraitasse, sia il dovere sia l’interesse gli imponevano un’adesione immediata e piena all’invito: restai, perciò, in silenziosa attesa, come se egli non avesse ancora parlato. Mi domandò che cos’altro volessi.
«Solo la risposta di Monsieur per il commissionaire.»
Fece uno stizzito gesto di diniego.
Mi azzardai a tendere la mano verso il bonnet-grec che giaceva in sinistro riposo sul davanzale della finestra. Egli seguì con l’occhio il mio gesto ardito, con una pietà palesemente commista a sorpresa per la presunzione che rivelava.
«Ah!» borbottò «se si arriva a questo… se la signorina Lucy si prende queste licenze con il mio bonnet-grec, tant’è che se lo metta in testa ella stessa, trasformandosi in garçon per l’occasione, e che vada cortesemente all’Athénée in vece mia.»
Deposi con grande rispetto il bonnet sulla cattedra, dalla quale la sua nappa parve indirizzarmi un terribile cenno d’assenso.
«Scriverò un biglietto di scuse, tanto basterà!» disse Monsieur, sempre intenzionato a negarsi.
Sapendo bene che tanto non sarebbe bastato, spinsi gentilmente il bonnet verso la sua mano. Così forzato, il copricapo scivolò sulla lucida china della cattedra laccata e non rivestita di panno, spinse davanti a sé gli occhiali dalla leggera montatura in acciaio, e, orribile a dirsi, li fece precipitare sulla pedana. Già in precedenza li avevo visti cadere una ventina di volte senza danno: questa volta, come l’infelice sorte di Lucy Snowe volle, caddero in modo che ciascuna delle chiare lenti di quarzo divenisse una stella frantumata e informe.
Ora sì che fui presa dall’angoscia, dall’angoscia e dal rincrescimento. Conoscevo il valore di quegli occhiali. Monsieur Paul aveva una vista particolare, non facilmente correggibile, e quegli occhiali gli andavano bene. L’avevo sentito definirli il suo tesoro: quando li raccolsi, incrinati e inservibili, mi tremava la mano. Nel constatare la gravità del guaio combinato, rimasi spaventata in ogni nervo, ma penso che fossi comunque più dispiaciuta che spaventata. Per alcuni secondi non osai guardare in faccia l’orbato professore; fu lui il primo a parlare.
«Là!» disse. «Me voilà veuf de mes lunettes!8 Penso che Mademoiselle Lucy ammetterà, a questo punto, di essersi ampiamente meritata corda e forca; vedo che trema, presagendo la condanna. Ah, traditrice, traditrice! Ha deciso di accalappiarmi dopo avermi ridotto del tutto cieco e impotente!»
Alzai gli occhi: la sua faccia, anziché irata, avvilita e grinzosa, irradiava un sorriso, era colorata dal fiore di cui l’avevo vista illuminarsi quella sera, all’Hôtel Crécy. Non era arrabbiato, tantomeno addolorato. Di fronte al danno reale si mostrava pieno di clemenza; di fronte alla provocazione concreta, paziente come un santo. Quell’incidente, che mi era parso tanto increscioso, capace di compromettere inesorabilmente ogni mia residua possibilità di persuaderlo, si rivelò il mio migliore alleato. Ostico da trattare finché non gli avevo inflitto danni, Monsieur si fece graziosamente arrendevole appena mi impietrii in sua presenza da consapevole e contrita autrice del danno. Sempre inveendo bonariamente contro di me, “une forte femme, une anglaise terrible, une petite casse-tout”,9 dichiarò che non osava rifiutarsi di obbedire a una persona che aveva dato un tale esempio della propria pericolosa mancanza di scrupoli; era da grand Empereur spaccare il vaso per incutere spavento. Così, alla fine, coronandosi con il bonnet-grec, e prendendomi di mano gli occhiali rovinati con una stretta di gentile perdono e incoraggiamento, fece un inchino e si diresse all’Athénée di umore e spirito eccellenti.
Dopo tutte queste amabilità, il lettore si dispiacerà per me nell’apprendere che prima di sera litigai di nuovo con Monsieur Paul; tuttavia così fu, e non potei farci nulla.
Era sua occasionale abitudine – abitudine peraltro assai lodevole e benaccetta – arrivare di sera, ogni volta à l’improviste, senza preannuncio, irrompere nella silenziosa ora di studio, imporre un repentino dispotismo su di noi e sulle nostre occupazioni, ordinare di mettere via i libri e di tirare fuori le borse da lavoro, e, estraendo un unico grosso volume, o una manciata di fascicoli, sostituire all’intorpidente lecture pieuse, salmodiata da un’allieva assonnata, qualche tragedia resa grandiosa dalla solennità della lettura, risonante di fiere gesta, qualche dramma di cui, per parte mia, era raro che analizzassi i meriti intrinseci, perché Monsieur Emanuel ne faceva un recipiente per il proprio sfogo, lo riempiva della propria verve istintiva e della propria passione come la tazza di una pozione vivificante. Oppure faceva barbagliare nell’opacità della nostra dimensione conventuale il riflesso di un mondo più fulgido, ci apriva uno squarcio sulla letteratura corrente, ci leggeva passi da qualche racconto estasiante, o l’ultimo arguto feuilleton10 che aveva suscitato ilarità nei salotti di Parigi, avendo sempre cura di espungere con mano severa, vuoi dalla tragedia, vuoi dal melodramma, vuoi dal racconto o saggio, qualunque passo, frase o parola gli sembrasse disdicevole per un pubblico di jeunes filles. Notai più di una volta che, dove un taglio senza rimpiazzo avrebbe lasciato un vuoto incomprensibile, o fatto vacillare la narrazione, lui poteva improvvisare, e di fatto improvvisava, interi paragrafi, non meno vigorosi che pertinenti: il dialogo, la descrizione da lui innestati erano spesso di gran lunga migliori del pezzo potato.
Bene, nella sera in questione, sedevamo silenziose come suore in “ritiro”, le allieve intente allo studio, le insegnanti al cucito. Ricordo il mio lavoro: una lieve creazione di fantasia che mi interessava abbastanza; era destinata a uno scopo; non la preparavo solo per ammazzare il tempo; intendevo farne un dono, una volta completata; ed essendo vicina l’occa...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- L’angelo della tempesta
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
- Note
- Postfazione
- Copyright