King Levinsky, al culmine della sua carriera di pugile, doveva essere stato un bell’uomo. E anche se a volte si comportava come il personaggio di Lennie in Uomini e topi, conservava qualcosa di tenero e di umano.
Lo vidi un mattino nel ristorante di Wolfie rientrando dai soliti giri di corsa d’allenamento per l’incontro con Bonavena. Stava cercando di difendere la propria tesi in una discussione in corso vicino al banco dei dolci. Appena mi vide disse: «Cash! Diglielo, Cassius. Digli che ho ragione io».
«A che proposito?» domandai lasciandomi cadere su una sedia ed evitando il suo sguardo. A un giovane pugile non piace guardare in faccia un membro sfregiato e intronato della tribù. Può scorgere in essa il proprio avvenire.
«Mi chiedono perché vinci sempre. E io dico perché sai tutto sul perdere.» Fece una pausa aspettando una mia risposta. «Vero che capisci, Cassius? Tu capisci come ci si sente a perdere eh? E questo ti aiuta a vincere sempre.» La sua voce era un rauco sussurro.
Non avrei voluto dir niente, ma sentii qualcuno ridere. Lì dentro eravamo solo noi due a sapere cosa significa perdere sul ring. Nessun altro aveva il diritto di ridere. Mi alzai, cinsi con un braccio le larghe spalle di King e annunciai ad alta voce: «Signore e signori, sapete chi è quest’uomo? Il King. King Levinsky. Ai suoi tempi uno dei più forti. Uno dei più grandi. King Levinsky!».
Continuai finché tutti, clienti, cameriere, fattorini e personale di cucina, scoppiarono in un applauso. Soltanto allora lo guardai in faccia. Il suo viso era illuminato e i suoi occhi umidi.
«Tu sai cosa vuol dire perdere, eh, Cash?»
La sua voce era ancora più sommessa, ma un cliente la udì e ribatté: «Il Campione non ha mai perso! Non è come te!». Lo disse come se fosse stato convinto di farmi un complimento.
Il King mi stava guardando: un’ombra di dubbio si stava insinuando nella nostra fratellanza. «Cash, come ci si sente a perdere?»
«Nudi» dissi «e gelati.»
«Nudi e gelati» ripeté trionfante. «Il modo peggiore in cui ci si può sentire. Ti isolano. Nessuno sta con chi ha perso.»
Aveva tolto una sedia dal mio tavolo e tutti si erano fermati a guardarlo. Si portò le mani alla testa come per non sentir più il rumore di uno stadio affollato, e si mise a ballonzolare e a barcollare, come messo alle strette da un avversario troppo forte.
«Non sono i colpi, eh, Cash?»
Scossi il capo. «Non sono solo i colpi.»
«I colpi ti sfiorano soltanto. Costole. Cuore. Polmoni. Stomaco. Reni. Sono tutti quei testimoni. Tutti quelli che ti guardano. Sono loro che ti fanno andare a pezzi, come una lastra di vetro che cade sul marciapiede.» Stava rivivendo il suo ultimo incontro allo stadio di Chicago. «Tu crolli a terra, sanguinante, e quelli incitano lui. Sì, incitano lui con le loro urla. È diventato un leone e quelli applaudono il leone…»
Mi alzai, lo riportai al tavolo e bevemmo succo d’agrumi e parlammo pacatamente mentre lui tirava fuori il portafoglio e mi mostrava fotografie dove lo si vedeva con Jack Benny, Robert F. Kennedy e Jackie Gleason.
«Io non ho mai capito cosa vuol dire perdere» disse con tristezza. «Ho perso tante volte ma non l’ho mai capito. Tu sì. Tu sai…» S’interruppe notando che alcuni clienti lo stavano guardando come si guarda un fenomeno da baraccone e sorridevano della sua voce impastata. Si limitò a fissarli per un po’. Poi i suoi occhi si illuminarono. «Cash. Cosa… cosa ha detto il Beatle quando è venuto in palestra?»
Dovetti fare uno sforzo di memoria. Durante il loro primo viaggio in America, i Beatles erano venuti a vedermi mentre mi allenavo per Liston. E al loro seguito c’era metà dell’ambiente hip di Miami, King Levinsky compreso.
«Tutta quella gente. Gridavano e facevano i matti.» Il King rise. «E tu hai chiesto a quello magro…»
«John Lennon?»
«Gli hai chiesto,» chiuse gli occhi per ricordare meglio «gli hai chiesto se è così che la gente si comporta quando un divo diventa proprio grosso. E lui che cosa ha detto, Cash?»
Me ne ricordai: «Ha detto: “Campione, quanto più grosso diventi, tanta più irrealtà devi affrontare. Quanto più tu diventi reale, tanto più gli altri diventano irreali”».
Il King e io ridemmo ricordando quel giorno del 1963 in cui quattro giovanotti, con vestiti informi, argentine bianche e capelli lunghi, erano entrati per chiedermi se ero proprio sicuro di battere Liston.
«Cadrà all’ottavo» dissi e gli recitai una poesia che avevo scritto. Allora salirono tutti e quattro sul ring e scambiammo qualche colpo facendo finta che fossero dei pugili. Poi si sdraiarono sul tappeto come se li avessi messi knock out e si fecero fotografare con me in piedi sopra di loro. La didascalia diceva: «CASSIUS SCHIACCIA I BEATLES».
Da allora rimanemmo in contatto, e l’ultima volta che ebbi notizie di Lennon fu il giorno in cui voleva vendere all’asta i miei pantaloncini insanguinati, quelli che portavo nell’incontro con Henry Cooper. Li avevo dati come ricordo a Michael Abdul Malik, un militante nero di Trinidad, che li aveva poi scambiati con tutti i capelli di Lennon e di sua moglie Yoko. Adesso capelli e calzoncini venivano messi all’asta, per finanziare la lotta per la pace nel mondo. Non ho mai saputo quanto avessero ricavato con i miei pantaloncini, ma Lennon disse che era una gioia vedere il sangue di Henry Cooper usato per una buona causa.
Quando ci alzammo per andarcene, il King guardò gli spettatori che erano stati più villani con lui e si eresse in tutta la sua statura di orso grigio. «Sì, sono intronato!» disse pacatamente. «Sì, sono intronato.» E mentre loro ammutolivano. «Ma voi che scusa avete?» Poi si voltò verso di me e mi strizzò l’occhio dicendo: «Quanto più grosso diventi, tanta più irrealtà devi affrontare».
Ce ne andammo, ognuno per proprio conto, e da allora non l’ho più visto. Ma sentivo che c’era una specie di vincolo di sangue tra quel vecchio pugile suonato e quel giovane «invitto» che ero io. Mi vergognai del fatto che, in dieci anni di allenamenti a Miami Beach, avevo in genere cercato di evitarlo, perché facendo questo ci avevo rimesso io quanto lui. Levinsky, il perdente, capiva che cosa significa essere un campione, meglio di tanti pugili che avevano detenuto il titolo. E quando tornai in albergo, mi misi a pensare a una serata che avevo trascorso con Floyd Patterson.
Non avevo più visto Floyd dopo il nostro incontro di Las Vegas, ma quando mi capitò in mano un articolo che aveva scritto per una rivista a diffusione nazionale, dove diceva alcune cose vere sui «perdenti», sentii di nuovo l’ammirazione che avevo avuto per lui quando ero dilettante e accettai l’invito a fargli visita.
«Il pugile sconfitto perde qualcosa di più del suo orgoglio» aveva detto Patterson in quell’articolo. «Perde una parte del suo avvenire. Si avvicina di un gradino allo slum dal quale è venuto.» Poi, passando a occuparsi di me: «Sono convinto che prima di ogni incontro anche Cassius Clay conosca queste torture mentali e questi dubbi. Sa quanto sarebbero felici migliaia di americani se venisse malamente battuto, ed è forse per questo che deve ripetere continuamente: “Io sono il più grande. Io sono il più grande”. Vuole che la gente dica: “No che non lo sei” per essere costretto a...