I 7 colori per 7 pittori
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I 7 colori per 7 pittori

  1. 120 pagine
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I 7 colori per 7 pittori

Informazioni su questo libro

Il rosso brillante dei quadri di Lorenzo Lotto, pittore e viaggiatore del Rinascimento italiano.

Il violetto cangiante delle ninfee di Claude Monet.

Il verde abbagliante della giungla di Henri Rousseau.

Il giallo dei girasoli di Vincent Van Gogh, dei suoi paesaggi e dell'estate provenzale.

L'arancione pieno di energia e audacia, come la vita di Natal'ja Gončarova.

Il blu in cui volteggiano i personaggi di Marc Chagall.

L'indaco di Andy Warhol, magnetico come il genio della pop art.

Il rosso brillante dei quadri di Lorenzo Lotto, pittore e viaggiatore del Rinascimento italiano.

Il violetto cangiante delle ninfee di Claude Monet.

Il verde abbagliante della giungla di Henri Rousseau.

Il giallo dei girasoli di Vincent Van Gogh, dei suoi paesaggi e dell'estate provenzale.

L'arancione pieno di energia e audacia, come la vita di Natal'ja Gončarova.

Il blu in cui volteggiano i personaggi di Marc Chagall.

L'indaco di Andy Warhol, magnetico come il genio della pop art.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852074028
Print ISBN
9788804663041

Verde

L’incantatrice di serpenti
Henri Rousseau il Doganiere, 1907
Ci sono una luna bianco latte, un fiume largo e tranquillo e una notte di insolito chiarore. C’è la foresta tropicale, densa e notturna e verde-blu, con grandi foglie lussureggianti e sproporzionate. Al centro del tutto una creatura magata, di cui non vediamo che il corpo scuro in controluce, i lunghi capelli, gli occhi che brillano nel buio come quelli di un animale acquattato nell’ombra, e il profilo del flauto che sta suonando in questa notte silenziosa, eterna. La creatura misteriosa suona lo strumento per i serpenti che la circondano gentili, ombre anche loro, morbidi, irretiti, e per un fenicottero rosa di aspetto bizzarro, illuminato da una luce che arriva da chissà dove. L’incantatrice, la foresta, il fenicottero, la strana tessitura argentea della notte: niente di tutto questo sembra reale. Ha la consistenza del sogno.
Ma chi ha sognato questo sogno?
Un uomo mite e triste, dai grandi baffi spioventi, sta di guardia alla barriera daziaria della porta di Vanves, a Parigi, uno dei posti di controllo nella cinta muraria della città. Sono gli anni Settanta dell’Ottocento. I giorni, e soprattutto le notti, sono lunghi, lenti e noiosi, il paesaggio sempre identico. Il cancello, i cipressi, i mattoni di cui conosce ormai anche le crepe più infime, gli stessi lampioni, lo stesso cielo. Ogni giorno, nella sua divisa da impiegato, fa pagare un’imposta a chi entra in città con le proprie merci. L’uomo non ha mai visto la giungla: viene dalla campagna francese, è figlio di uno stagnino. Nel tempo vuoto delle attese infinite, cammina avanti e indietro, e comincia a immaginare.
Le prime cose che disegna e dipinge sono i posti che ha visitato, copie di stampe e fotografie. Si esercita durante le attese al dazio, o la domenica, quando ha un po’ di tempo libero. L’uomo triste, che si chiama Henri Rousseau, non ha nessuna preparazione, ma è terribilmente cocciuto. Anche se un suo quadro viene rifiutato per due anni di fila dal Salone di Parigi, lui continua a esercitarsi. Ottiene un lasciapassare da copista al museo del Louvre, dove può studiare i quadri dei grandi artisti dei secoli passati. Scrive lettere supplichevoli in cui chiede aiuto finanziario per poter continuare a dipingere: non ha i mezzi per farlo. Ha già quarant’anni e una vita di disfatta: lui e la moglie Clémence hanno perso sei bambini, uno dopo l’altro. Gli unici due a sopravvivere sono Julia e Henri: i loro disperati genitori li hanno portati da una balia a Malakoff, un paesino di provincia, cosa che forse li ha salvati.
Ma l’impiegato della dogana non è soltanto un pittore goffo e inesperto che dipinge come un bambino e ha una vita meschina. Ha anche un cervello incantato, un’immaginazione potente e un senso del colore che sorpassano i suoi limiti tecnici. C’è già qualcosa del suo mistero, dell’inspiegabile magia della sua pittura, nelle piatte vedute parigine che dipinge nei suoi primi tentativi (Rousseau non conosce le regole della prospettiva: imparerà a dare profondità ai suoi quadri usando il colore). C’è già una crepa, nella grossolanità con la quale sono realizzati, che lascia intravedere la possibilità di un mondo fantastico.
Ci sono una cancellata, una fortificazione e uno steccato, che dividono a metà un paesaggio deserto e irreale, di un verde denso e profondo come il folto del bosco più fitto. Le uniche figure umane, viste da una certa distanza, quasi scompaiono: sono i due dazieri, nella loro divisa scura. Un sentiero bianco come il gesso taglia in diagonale un vasto prato verde cupo che sembra un mare silenzioso e immoto in inverno. Lo stesso verde che si ritrova nelle chiome dei quattro altissimi, impossibili alberi davanti al cancello e nella fila di cipressi dopo il casello. Più in là, all’orizzonte, oltre tutto quel verde impenetrabile, si profilano le verticali delle ciminiere cittadine, la guglia di una chiesa, case bianche. Tutto è piatto, bidimensionale.
Solo apparentemente questo quadro ritrae una normalissima vista cittadina: l’ingresso daziario dove Rousseau ha lavorato per vent’anni, un cancello, lampioni, un parco. A guardarlo con gli occhi socchiusi si vede bene che in realtà è una proiezione di sogno, quasi un racconto di fantasmi.
Rousseau vorrebbe dipingere il reale. Lo vorrebbe davvero, più di ogni altra cosa. È infatti precisissimo, riproduce fedelmente ogni dettaglio, si attiene “solo a quello che vede”. Eppure, ci sono quel mistero, quella magia, quasi contro la sua stessa volontà. Sarà forse a causa proprio della forma inverosimile delle cose e delle figure umane, la loro bidimensionalità, i loro contorni troppo netti, la loro mancanza di proporzione, i colori che vorrebbero essere naturali ma che hanno invece una qualità strana, una specie di spessore nitidissimo che non ha nulla di realistico.
Le persone, gli animali, gli oggetti e le piante dei suoi quadri non proiettano ombre. Si direbbe che non siano davvero terrestri.
La prima volta che Henri espone alcuni suoi quadri gli spettatori restano perplessi. Sulle riviste specializzate escono articoli piuttosto cattivi. «Sembrano quadri dipinti con le dita da un bambino di sei anni che ha rubato i colori alla mamma!» scrive un giornalista.
Imperturbabile, Rousseau presenta altri lavori l’anno successivo, al Salone degli Indipendenti. Tra questi c’è La sera del Carnevale, un quadro dove due persone travestite da Arlecchino e Colombina rientrano a casa dopo la festa del Carnevale, attraversando un bosco sotto la luna. Qui esplode tutto: la forza stregata e la delicatezza dei colori, la strana bellezza delle forme irrealistiche di Rousseau, l’originalità del suo immaginario. Anche stavolta viene sbeffeggiato, ma c’è pure chi comincia a intuire che c’è qualcosa di straordinario in quei curiosi, indefinibili esperimenti, così “sbagliati”, per esempio, il pittore impressionista Camille Pissarro. “Certo” pensa il maestro, “l’emozione supera il mestiere, nei quadri di Rousseau.” Ma è proprio quella spontaneità a colpirlo, oltre alla ricchezza dei toni.
Clémence, la moglie adorata, muore di tubercolosi a soli trentasette anni. Rousseau resta con i due figli ragazzini, in gravi difficoltà finanziarie. Continua a dipingere piccole figure in grandi foreste. Per la vegetazione studia le riviste illustrate, si reca al Jardin des Plantes, un parco di Parigi a metà tra zoo e orto botanico, raccoglie rami di alberi diversi in giro per boschi e giardini. Poi se li porta in studio e ricopia le foglie una per una.
«Dipinge coi piedi, a occhi chiusi!»
Tutti seguitano a criticarlo con molto gusto, ma sempre più artisti, pittori e scrittori, cominciano ad apprezzarlo. Nel corso degli anni, Rousseau diventa sempre più famoso. Tutti ne esaltano la purezza e l’innocenza, come se fosse davvero un bambino, o come se lo volessero così per sentirsi superiori. Solo vagamente capiscono la portata della sua novità, che del resto nemmeno lui percepisce – vorrebbe essere un pittore classico, un pittore “vero”. Si raccontano su di lui anche meravigliose invenzioni: dicono che possa comunicare con gli spettri, o che a volte si aggiri la notte per le strade della città per suonare il violino agli innamorati.
Rousseau chiede il pensionamento anticipato per potersi dedicare solo alla pittura. Per guadagnare qualcosa insegna musica e dipinge su commissione: molti ritratti di bambini, con proporzioni stravaganti e volti inespressivi, sgraziati, troppo adulti. Anche in questi quadri che andrebbero esposti nei salotti ci sono sempre particolari inaspettati: uno sfondo di rocce selvagge dove un bambino grassottello sembra ritagliato da un altro quadro e incollato lì; una marionetta che diventa un personaggio a sé stante; una posa bislacca che ridisegna tutto l’equilibrio del ritratto.
C’è una tigre fradicia che è stata sorpresa dalla tempesta, nella giungla tropicale. La pioggia cade in diagonale, i rami degli alberi e la vegetazione sono piegati dal vento. La giungla è verde e rossa e gialla e marrone e si muove in onde abbaglianti di precisione geometrica. La tigre sembra avere un’espressione disperata, eppure forse sta per balzare su una preda nascosta dall’erba alta, la zampa sollevata, il corpo sospeso nel tempo e nello spazio, un guizzo dorato sulla tormenta di foglie e liane alle sue spalle.
In quel momento in Europa si guarda con grande fascinazione ai paesi lontani. Rousseau trova in questo desiderio d’esotico, di diversità, una nuova e grandissima fonte di ispirazione. Il suo primo quadro di giungla – La tigre nella giungla in tempesta – è del 1891. Da quel momento il Doganiere dipingerà almeno una ventina di quadri ambientati nella giungla, che naturalmente è immaginaria, popolata di piante che non possono coesistere nello stesso posto, alberi preistorici, frutti accumulati sullo stesso ramo, fiori improbabili, altissimi, fatati. In questo fogliame, di tutte le sfumature di un verde sempre più ricco, sempre più suo, si muovono scimmie e leoni dai musi quasi umani, si scontrano tigri e bufali.
Nel quadro Il sogno c’è anche una donna su un divano piazzato in mezzo a una foresta tropicale, che sta per l’appunto sognando tutto questo. Un mazzo di fiori infilato in un vaso in una consueta natura morta diventa anch’esso una specie di estratto della natura favolosa della giungla. Rousseau continua con le sue gite al Jardin des Plantes e nei musei, dove studia gli animali selvaggi imbalsamati. Realizza le sue partiture tropicali disegnando prima l’intera composizione, poi stendendo su ogni singolo elemento vegetale una diversa tonalità di verde.
Racconta di aver visto la giungla da giovane, durante la guerra in Messico, ma non è vero: non era mai partito per quella guerra, non ha mai visto altro che Parigi e Angers, la cittadina della Valle della Loira dalla quale proviene.
A volte, scrive a un amico, si emoziona così tanto per quello che sta dipingendo che ne prova quasi paura; deve allontanarsene come se la giungla e le belve fossero vere. Come se quei leoni o quelle splendide piante carnivore potessero saltare fuori dalla tela e divorarlo.
Ma è chiaro che quella giungla non esiste da nessuna parte. O meglio, esiste nel sogno di Rousseau. Come un altro uomo triste, più o meno in quegli anni, che si chiama Emilio Salgari, evade dalla fatica della propria vita scrivendo di pirati della Malesia e mari leggendari, il Doganiere crea una terra immaginaria, in cui tutto può accadere e ogni pianta può crescere.
La vita reale, del resto, riserva solo dolore e sfinimento. Rousseau si è risposato con Joséphine, ma dopo appena tre anni anche lei muore all’improvviso. Muore anche Henri, suo figlio, a soli diciott’anni, e i rapporti con l’ultima figlia rimasta non sono sempre facili. La sua è una storia di solitudine gigantesca, nella quale lui si muove come se non se ne accorgesse, come se si tappasse occhi e orecchie tutto il tempo.
Nei suoi quadri l’aspetto di sogno prende sempre più piede. I giocatori di palla ovale che sembrano clown gemelli impegnati in una danza arcana. La Guerra, nel quadro omonimo, che diventa una spaventosa ragazzina dai capelli dritti vestita di bianco, appoggiata su un cavallo che corre su un campo disseminato di soldati morti. Il leone che sta accanto a una gitana addormentata con addosso un vestito fastoso, su una pianura illuminata dalla luna, e forse sono sullo stesso piano di realtà, forse no.
È qui che sta la piccola rivoluzione di Rousseau: far entrare il sogno nella narrazione artistica. Solo una decina d’anni dopo la sua morte i surrealisti raccoglieranno la sua eredità e ne faranno un percorso che attraverserà tutto il Novecento. La sua stranezza, la ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Rosso. Annunciazione. Lorenzo Lotto, 1534-1535 (?)
  4. Violetto. Mattino. Claude Monet, 1921-1926
  5. Verde. L’incantatrice di serpenti. Henri Rousseau il Doganiere, 1907
  6. Giallo. I girasoli. Vincent Van Gogh, 1888
  7. Arancione. Autoritratto con gigli. Natal’ja Gončarova, 1910
  8. Blu. Nel mio paese. Marc Chagall, 1943
  9. Indaco. Dettagli di dipinti del Rinascimento. Andy Warhol, 1984
  10. I quadri citati
  11. Copyright