Eravamo alla metà di giugno, eppure il cortile era ricoperto da un soffice tappeto di foglie morte che si sbriciolavano sotto i piedi, man mano che risalivamo il viale verso la casa, con uno scricchiolio che non esiterei a definire sinistro...

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Piccoli Brividi - La casa della morte
1
A me e Josh la casa nuova non piaceva per niente.
Certo, era enorme e sembrava un castello, paragonata alla villetta dove avevamo abitato finora. Era tutta di mattoni rossi, con il tetto spiovente ricoperto di tegole nere come la pece e le finestre con le persiane, nere anche quelle. Che buio, lì intorno! Dalla strada, sembrava che fosse sprofondata nelle tenebre, nascosta fra i rami e le fronde degli alberi secolari che la circondavano.
Eravamo alla metà di giugno, eppure il cortile era ricoperto da un soffice tappeto di foglie morte che si sbriciolavano sotto i piedi, man mano che risalivamo il viale verso la casa, con uno scricchiolio che non esiterei a definire sinistro.
L’erba alta cresceva dappertutto e con i suoi tentacoli aveva soffocato perfino quella che un tempo doveva essere un’aiuola ricoperta di fiori, proprio davanti al portico.
“Sembra la casa delle streghe!” mi dissi sconsolata.
Josh, mio fratello, doveva pensarla come me, glielo lessi negli occhi!
Mr Dawes, il rappresentante dell’agenzia immobiliare, un ragazzo gentile e decisamente simpatico, si fermò davanti al portone e si voltò.
«Allora, tutto bene?» chiese, rivolgendo un’occhiata prima a Josh, poi a me.
«Josh e Amanda non digeriscono l’idea di cambiare casa» rispose papà, ricacciandosi la camicia dentro i pantaloni. Papà è grassoccio e la camicia gli esce sempre fuori dai calzoni.
«Eh sì, è dura per i bambini!» sospirò la mamma sorridendo a Mr Dawes, le mani infilate nelle tasche dei jeans, mentre si apprestava a raggiungere la porta d’ingresso. «Come biasimarli, poveri piccoli? Lasciare gli amici per trasferirsi in un posto nuovo, così strano…»
«Ben detto, mamma! Strano è la parola adatta!» commentò Josh scuotendo la testa. «Questa casa è… un colabrodo!»
«È molto vecchia, ecco tutto» intervenne Mr Dawes, dando a mio fratello una leggera pacca sulle spalle, come per rassicurarlo.
«C’è solo qualche lavoretto da fare, Josh» disse papà, «è rimasta disabitata a lungo. Un’accomodatina qua, un’accomodatina là, e tornerà come nuova.»
«Com’è grande!» esclamò la mamma, passandosi una mano fra i lunghi capelli neri che le ricadevano sulle spalle, mentre continuava a sorridere a Mr Dawes.
«Pensa, Amanda, finalmente avremo un ripostiglio e forse anche una stanza tutta per voi. Non sei contenta?» disse ancora papà.
Improvvisamente fui percorsa da un lungo brivido. Piuttosto singolare, in una magnifica giornata di mezza estate. Eppure, man mano che mi avvicinavo alla casa, sentivo sempre più freddo.
Tutta colpa degli alberi secolari che facevano ombra, mi dissi.
Indossavo un paio di pantaloncini bianchi, da tennis, e una maglietta di cotone a maniche corte. L’ideale per affrontare il viaggio in auto, sotto il sole cocente, ma ora stavo letteralmente congelando. Chissà, forse in casa faceva più caldo!
«Quanti anni hanno i ragazzi?» chiese Mr Dawes alla mamma.
«Amanda dodici, mentre Josh ne ha compiuti undici il mese scorso.»
«Si somigliano molto» commentò Mr Dawes.
Ancora non sapevo se prendere come un complimento la constatazione del nostro solerte agente immobiliare, ma a pensarci bene non aveva tutti i torti. Io e Josh siamo entrambi alti e slanciati, anzi, decisamente magri, con i riccioli neri come papà e gli occhi marroni. Dicono tutti che abbiamo sempre un’espressione molto seria e compassata, anche se a me non sembra affatto.
«Io… vorrei tornarmene a casa» disse Josh all’improvviso. «Non mi piace questo posto!»
Bisogna premettere che mio fratello è il ragazzino più impaziente di questa Terra, e quando si mette una cosa in testa non c’è verso di fargli cambiare idea. Che rimanga fra noi, ma è proprio viziato, e riesce sempre a spuntarla.
Sembriamo due gocce d’acqua, come ha detto Mr Dawes, ma in realtà non è così, perché io sono molto più paziente di Josh e soprattutto sono dotata di una grande sensibilità. Primo, sono più grande di lui, secondo, sono una femmina.
Josh si era letteralmente attaccato alla mano di papà e ce la stava mettendo tutta per convincerlo a tornare immediatamente alla macchina.
«Paparino, ti prego, andiamo via, andiamo via!» piagnucolava.
Sapevo che stavolta Josh non ce l’avrebbe fatta, per la semplice ragione che mamma e papà avevano già deciso che quella era la nostra nuova casa. Del resto, perché dare un calcio alla fortuna? Ma lasciate che vi spieghi. Quella specie di castello non ci sarebbe costato un solo dollaro, visto che si trattava di un’eredità. Un prozio di papà, un tizio di cui fino a pochi giorni prima ignoravamo perfino l’esistenza, era morto da poco e nel suo testamento era scritto che quella vecchia casa spettava a mio padre. Avreste dovuto vedere la faccia di papà mentre leggeva la lettera inviatagli dall’avvocato per metterlo al corrente dell’insperato regalo! Cominciò a cantare a squarciagola e a saltellare qua e là per il salotto, tanto che io e Josh pensammo che gli avesse dato di volta il cervello!
«Il povero zio Charles è morto, pace all’anima sua, e ci ha lasciato una casa in eredità, a Cascata Tenebrosa.»
«Cosa? E dove si trova Cascata Tenebrosa?» chiedemmo in coro io e Josh.
«Non ne ho la più pallida idea» rispose papà scrollando le spalle.
«Non ricordo affatto lo zio Charles» intervenne la mamma, curiosando nella lettera.
«Nemmeno io, se è per questo!» esclamò papà. «Ma era sicuramente un tipo in gamba, ragazzi. Questa sì che si chiama fortuna!» concluse, trascinando la mamma in una danza vorticosa sul tappeto del salotto.
Papà non stava più nella pelle, perché finalmente gli si era presentata l’occasione che aspettava da tempo: lasciare il suo posto in quel noiosissimo ufficio e dedicarsi finalmente alla scrittura, certo che prima o poi sarebbe divenuto famoso. Ora sì che poteva permetterselo!
E adesso, dopo una settimana esatta, eccoci qua, a Cascata Tenebrosa, quattro ore di auto da casa, a visitare l’antico maniero dove di lì a poco ci saremmo trasferiti. E, incredibile a dirsi, non ci avevamo ancora messo piede che Josh voleva andarsene via.
«Josh, falla finita» disse papà con un velo di impazienza, cercando di liberarsi dalla stretta di mio fratello.
Papà rivolse a Mr Dawes uno sguardo senza speranza: Josh era fatto così, impossibile cercare di convincerlo!
Mi sembrò imbarazzato, in difficoltà, e così decisi di intervenire per dargli una mano.
«Avanti, Josh, andiamo» dissi, afferrandolo per un braccio. «Avevamo promesso di dare comunque un’occhiata alla casa, non ricordi?»
«Già fatto, e mi basta» rispose prontamente Josh. «Questa casa è vecchia e stravecchia, non mi piace affatto.»
«Ma se non ci hai ancora messo piede!» esclamò papà.
«Avanti, ragazzi, entriamo» suggerì Mr Dawes.
«Io non entro, rimango qua fuori» disse Josh.
Accidenti, che testa dura! E comunque non riuscivo a biasimarlo, perché anch’io non avevo nessuna voglia di entrare.
«Josh, non vuoi scegliere la tua stanza?» chiese la mamma.
«No» borbottò lui.
Lanciammo un’occhiata al secondo piano. C’erano due grandi finestre ad arco, una accanto all’altra, assolutamente identiche, simili a un paio di occhioni neri che ci scrutavano nell’oscurità.
«Da quanto tempo abitate nella vostra attuale casa?» chiese Mr Dawes.
«Da quattordici anni, mese più mese meno. I ragazzi ci sono nati e cresciuti.»
«Eh sì, traslocare è un grande dolore» ammise Mr Dawes rivolgendosi a me. «Sai, Amanda, io mi sono trasferito a Cascata Tenebrosa solo da qualche mese. All’inizio non mi piaceva affatto, ma adesso… Adesso non me ne andrei per tutto l’oro del mondo! Si sta bene qui, è un posticino tranquillo. Vedrai, ti troverai bene.»
Tutti noi seguimmo Mr Dawes, tranne Josh. «Ci sono altri ragazzi che abitano nel quartiere?» chiese mio fratello.
«La scuola è ad appena due isolati di distanza» annuì Mr Dawes.
«Vedi, Josh? La situazione non è poi così drammatica. La scuola è vicina e potrai andare a piedi, senza bisogno di prendere il pulmino.»
«A me piace il pulmino!» piagnucolò Josh.
Josh era un osso duro e non aveva nessuna intenzione di cedere, anche se avevamo promesso entrambi di non fare storie, per il trasferimento.
A dire il vero, non riuscivo a capire chi glielo facesse fare di stare così male per il cambiamento in corso. I problemi, quelli veri, erano altri, primo fra tutti il fatto che papà non era ancora riuscito a vendere la nostra vecchia casa.
Non crediate che a me facesse piacere traslocare. Mi dispiaceva, eccome, ma sapevo anche che ereditare una nuova casa senza dover sborsare il becco di un quattrino era un’opportunità davvero straordinaria, per noi.
Oltre tutto, nella nostra vecchia casa stavamo così stretti! Senza contare che una volta trovato un acquirente per la villetta dove abitavamo avremmo messo da parte un bel gruzzolo e non avremmo più avuto problemi di soldi.
Dovevamo provare, ecco tutto. E non capivo perché Josh si ostinasse a essere così testardo.
Petey, il nostro vecchio Petey, cominciò ad abbaiare dall’auto parcheggiata in fondo al viale. Era un terrier bianco, decisamente bene educato, e di solito non faceva storie quando rimaneva da solo in macchina. Ma stavolta abbaiava disperato, incollato ai vetri dell’auto, grattando e graffiando nel vano tentativo di scendere.
«Buono Petey, a cuccia!» gridai.
«Vado ad aprirgli» disse Josh, dirigendosi verso l’auto.
«No, aspetta» gli gridò dietro papà.
«Lo las...
Indice dei contenuti
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- Frontespizio
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