Proprio in quel momento, poco distante, apparve Lamìa e mi fece cenno di seguirla.
Lasciai con amarezza Pan che vedeva sotto gli occhi la causa del suo dolore, avendo intuito benissimo il motivo di quell’invito.
Tutte le volte che cercava intimità la ninfa non aveva bisogno di usare alcun sortilegio e mi trovava pronto e docile come un agnello, incapace di opporre il minimo rifiuto. A volte me lo diceva in modo esplicito sapendo bene che avrei mosso i miei passi verso di lei come un automa.
«Vieni» diceva, «mio arrendevole sposo, vieni a giacere con me.»
Nella sua bocca questa parola suonava in modo diverso perché la pronunciava con molta tenerezza e quasi con l’orgoglio di chi la considera un pregio, e non un difetto.
Era come se mi dicesse:
“Vieni mio eroico condottiero, vieni a giacere con me.”
Lamìa mi condusse sotto un enorme albero di fico le cui fronde cadevano a ombrello creando un anfratto nascosto alla vista altrui e in tale capanna naturale aveva preparato un giaciglio di fiori.
Là si distese e sollevando un braccio mi invitò al possesso con il più dolce dei sorrisi pronunciando una frase in greco: «Eis ton limèna o naute to son ploion». Conduci in porto la tua nave marinaio.
Tanto la natura l’aveva deturpata negli arti inferiori altrettanto era stata generosa con il resto del suo corpo perfetto. La pelle era di seta e ancor di più lo erano i lunghi capelli lucidi che tendevano al blu scuro; i suoi occhi nocciola, dal leggero taglio orientale, in quei momenti erano sempre umidi di commozione. Aveva piccole orecchie, leggermente a punta come quelle di un fauno, mentre le labbra morbide e generose erano tiepide, bagnate dai mille sapori di frutta che la sua saliva produceva.
Possedere la ninfa nella posizione del missionario mi affrancava dalla vista delle gambe ma aspettavo con ansia che Lamìa si offrisse da dietro perché in quel caso i miei istinti più bestiali si scatenavano con un piacere tale che mi atterriva e perciò stesso mi dava il delirio. E lei lo sapeva bene, tant’è vero che la sua voce, quasi come un canto, ripeteva di continuo quella frase in greco antico, con sensualità ancora più travolgente appena sentiva le mie mani fare presa sul bronzo e sulla pelle asininina dura come una corteccia.
Concluso l’incontro, senza mai tralasciare di evirarmi, si perdeva nei boschi mantenendo sempre la fedeltà che ci eravamo promessi con il matrimonio, nonostante il rito spartano non prevedesse tale impegno da parte sua. Per il resto Lamìa, come moglie, altro non pretendeva. Mai chiedeva nulla né si interessava a dove fossi o cosa facessi.
Così anche quella volta, dopo essersi unita a me, scomparve verso il folto degli alberi. Mi diressi verso Martinez e lo trovai in compagnia della ninfa sarta a provare nuove tuniche. Aveva lo stesso atteggiamento di quegli anziani che, avendo sedotto una giovane donna, smettono di vestirsi in blu e in grigio con giacca e cravatta e indossano felpe con scritte americane e scarpe colorate per assumere un aspetto più giovanile. Al chitone lungo fino ai piedi e fermato sulle spalle da bottoni preferiva ormai il più giovanile chitoniskos che arrivava invece alle ginocchia e si fissava in vita con una cintura. Il professore si lamentava con la sarta perché avrebbe voluto tuniche dai colori ancora più vivaci. Vedendomi arrivare mi guardò con sospetto temendo che tornassi alla carica parlando del suo amore per Artemide.
«Si vinisti ancora ppi ddu motivo ti ni poj iri.»
«No, professore, non le chiederò più di interrompere la sua relazione divina, non lo trovo giusto.»
«Bravu figghiu miu, accussì mi piaci! Come procede il tuo matrimonio?»
«Secondo il volere degli dèi.»
«Eh eh… figghiu miu… in questo luogo incantato ciò è inevitabile.»
«Posso farle una domanda?»
«Prego.»
«È singolare come io sia riuscito a evitare il matrimonio per una vita e poi sia rimasto intrappolato qui, ma lei, professore… è mai stato sposato?»
«Ma comu?…Ttutta Acireale sapi a me storia… e tu no?»
«Per niente.»
«Cioè mi stai dicendo che ciò che era sulla bocca di tutti non è arrivato alle tue orecchie?»
«Esatto, su di lei non ho mai sentito pettegolezzi.»
«Mia moglie si chiamava Alfina ed era la più bella donna di Acireale.»
«Bella come Artemide?»
«U dduppiu!»
«Ah! Ed è morta? Lei è dunque vedovo?»
«A mia moglie ci piaceva sciare… e sciava quannu supra ’a muntagna c’era tanta nivi… e sciannu na bella matina scumparìu!»
«Scomparsa?»
«Esatto, dispersa. I responsabili dissiru ca pigghiau na pista pericolosa e sbagliata… chi nni sacciu… ca precipitau intra na fossa di lava ma ju… ju figghiu miu u sacciu unni finìu!»
Feci caso in quel momento che il professore aveva preso a esprimersi esclusivamente in dialetto, cosa che di solito faceva soltanto in momenti accorati. Era come se la sua vera essenza di siciliano, seppur coltissimo, venisse fuori all’improvviso, quasi in modo animalesco, mentre risvegliavo in lui ricordi dolorosi.
«E unni finìu?» feci anch’io in dialetto come per dimostrare una certa solidarietà.
«E unni finìu?»
«S’a pigghiau Efesto… tantu era bbona.»
«Efesto?»
«Ma tu a scola ci isti? Qualche libro l’hai mai aperto? Efesto è il dio fabbro, quello che poi i romani chiamarono Vulcano! Sceccu! Ignorante!»
«E l’ha portata dentro l’Etna?»
«E certu! Comu a visti s’a risucau n’te viscere d’a muntagna.»
Un lampo mi colse di colpo! Le parole del mago Telesio mi tornarono in mente e mi sembrò di individuare nella moglie scomparsa del professore “l’autra fimmina ca senti caudu” che bisognava trovare! Ed ecco da quale parte Martinez doveva girare la testa!
Così proseguii a interrogarlo per saperne di più.
«E lei ha sofferto?»
«Mah… ju era ‘nnamuratu perso ma suffreva macari quannu idda era ccu mmia.»
«E perché professore?»
«Buttanissima era.»
«Ah!»
«Ninfomane.»
«Questo spiegherebbe perché Efesto l’ha risucchiata e se l’è presa.»
«È probabile.»
«Ma lei la ama ancora, professore?»
«Ascoltami bene… quando una femmina di tanta bellezza ti mette addosso il cappio, ti tradisce ma non ti lascia, il pensiero di lei e soprattutto la gelosia non finiscono mai.»
«E nemmeno la relazione con Artemide serve a scacciare questi pensieri?»
«Mah… un poco aiuta, quando sono con la dea certo non penso ad Alfina, ma poi resto solo anche per giorni e qua, più che in Sicilia u tempu ppi pinsari è sconfinato.»
«Quindi le sofferenze di gelosia, professore, non passano quando la donna che ci tradisce scompare?»
«Nient’affatto. La gelosia finisce quando muori tu che ne soffri, e altro rimedio non esiste.»
«Se per gelosia si intende però la sofferenza per tradimenti acclarati e non quel morboso atteggiamento fatto di sospetti e controlli continui magari verso un coniuge fedelissimo.»
«Certo, figghiu miu… bravo… addivintasti filosofo?… sono due cose distinte e separate ma la radice di questa parola è greca caro mio… tutto è greco… noi lo siamo… l’etimologia di gelosia è zelos… ed è un eccesso di zelo, di attaccamento e quindi di possesso a caratterizzare quella che è una vera e propria patologia, tanto diffusa in tutti gli esseri umani… e non solo in amore… nel lavoro… in famiglia… dappertutto!»
Martinez si era appassionato enunciando quei concetti. Tirava fuori il meglio di sé manifestando un trasporto che mi sembrava determinato più dal ricordo della moglie che dalla solita voglia di dissertare.
Bella il doppio di Artemide! Così gli era sfuggito di dire all’inizio della nostra conversazione e tutto il suo dibattere su gelosia e tradimenti veniva esposto con precisione non come da chi ha studiato l’annosa questione ma da chi basa le proprie convinzioni sull’esperienza personale.
«Ma lei riprenderebbe Alfina con sé se fosse possibile?»
A questa domanda così diretta e confidenziale mi fissò e per un attimo io ebbi la sensazione che si fosse insospettito.
Scosse la testa e tentennò prima di rispondere, dandomi la prova che una breccia stava per aprirsi. Poi disse:
«Certo bedda era bedda e quando stavamo in casa non smettevo di guardarla un istante beandomi alla sua vista, ma è troppo forte e ancora doloroso il ricordo di lei che arrivava tardi la sera e adduceva scuse, alle quali era impossibile credere, per nascondere i suoi incontri con svariati amanti.»
«Ma lei la metteva alle strette? Le chiedeva di essere fedele?»
«L’ho fatto all’inizio, ma mi diceva sempre: hai voluto sposarmi, Virgilio, ma io ti avevo avvertito, sono fatta così, sono una facile, mi basta un complimento e cedo, se qualcuno mi tocca io ci sto subito.»
«Le diceva parole così feroci ed esplicite?»
«Eh… figghiu miu… le riporto alla lettera… parole dolorose.»
«Ma non poteva divorziare?»
«Non ne ho mai avuto la forza.»
«E avevate rapporti?»
«Non si è mai rifiutata una volta, persino appena tornata da incontestabile futtisterio bastava dirle di venire a letto e subito rispondeva: arrivo caro!»
«Incredibile, professore.»
«Ma secunnu tia… secondo te… perché ho creduto subito alla tua storia? Perché anche io sono stato vittima di un fenomeno analogo. A te hanno sottratto i genitali e a me la moglie!»
Il professor Martinez ...