Alla faccia della tappa! Avevo preso l’aereo da Boston, mi ero fermata a Chicago e poi avevo proseguito per Denver, dove ringraziai l’Onnipotente di essermi messa i miei fidi stivali da motociclista mentre correvo come una pazza da una parte all’altra dell’aeroporto, rischiando di perdere l’aereo. Della serie, la solita rompicoglioni che tutti sapevano essere da qualche parte nello scalo ma curiosamente non si faceva vedere, costringendo tutti a ritardare l’imbarco.
Quando salii a bordo trascinandomi dietro il trolley in mezzo a una folla di passeggeri inferociti fui trafitta da più di centocinquanta sguardi assassini. Le cose non erano destinate a migliorare. Il mio posto era tra un uomo grassissimo e una bambina ficcanaso di otto anni che viaggiava da sola. I genitori erano divorziati e adesso aveva due famiglie. Odiava la donna che chiamava “mostrigna” e la figlia più grande di lei, che definiva “perfida”.
Stava andando da sua madre, che faceva la showgirl sulla Las Vegas Boulevard South, meglio nota come Strip. Niente di strano. Quando vivevi a Vegas, voglio dire nel cuore della città, o lavoravi nei casinò come cameriera, oppure facevi qualche servizio per i turisti. Fuori dalla città, c’erano altre opportunità di impiego. Seppi queste cose dalla piccola Chasity, perché si prese la briga di raccontarmi tutto quello che c’era da sapere. E intendo proprio tutto. Il suo colore preferito era il viola ma solo quello chiaro, che dedussi fosse il lavanda. La sua passione erano gli animali, specialmente i cavalli. A sentire lei, la cosa migliore di stare dal padre a Denver era che aveva del terreno e teneva degli animali. Interessantissimo per una bambina di otto anni. Però c’era la mostrigna, cosa che faceva crollare di parecchi punti l’appeal delle visite al padre. E poi c’era il senso di colpa. La mamma di Chasity aveva pochissimi amici e nessun familiare. La bambina sentiva che era compito suo fare compagnia alla madre. Perché «Nessuno vuole stare solo. Abbiamo tutti bisogno degli altri». Almeno secondo la linguacciuta e benintenzionata Chasity.
Quando il pilota annunciò che saremmo atterrati entro venti minuti, indirizzai una preghierina al Tizio lassù perché Chasity e sua madre trovassero il modo di avere un po’ di felicità. Ringraziai anche la classe medica per quella cosa meravigliosa che era il controllo delle nascite. Stare con una bambina di otto anni per un po’ di tempo mi convinse che non ero per niente pronta a procreare, e che avrei anche potuto non esserlo mai. Bisognava essere una persona speciale per fare la madre, e io avevo la sensazione di aver già dato con la mia sorellina, Maddy. Il prossimo bambino che avrei cresciuto probabilmente sarebbe stato un combinaguai o un piccolo demonio. Meglio non lasciare quel genere di cose nelle mani della signora Fortuna. Come già constatato… era una stronza insensibile, quella signora, non c’era bisogno di farla incavolare inutilmente.
Al ritiro bagagli, presi la mia valigiona piena di roba dei Red Sox, jeans e il resto del mio bottino di Chicago, pensando che avrei potuto lasciarla a casa di papà e Maddy. Così Maddy avrebbe potuto scegliere il meglio e sentirsi una principessa con i vestiti che Hector aveva preso per me e con le cose alla moda e casual che mi aveva fatto trovare Rachel.
Non appena accesi il telefono sentii arrivare una litania di messaggi.
A: Mia Saunders
Da: Mason Murphy
La tua lettera era fantastica, dolcezza, ma se ci avessi salutati di persona sarebbe stato meglio. Rach e io volevamo portarti all’aeroporto. Lei ci è rimasta male. Io sono incazzato. Trova un modo di rimediare ;-)
Non era la prima volta che un cliente, o dovrei dire un “amico”, rimaneva male davanti al mio modo di congedarmi. Wes sembrava aver previsto la partenza in stile ninja. Alec aveva fatto buon viso a cattivo gioco ed Hector si era messo a piangere. Il gay latino mi aveva mandato un messaggio lacrimoso lamentandosi che avevo rovinato l’addio perfetto. L’aveva visto fare una volta in un film, e allora aveva preparato anche lui qualcosa del genere, con colombe e roba così. Non so altro; a quel punto Tony doveva aver preso il telefono e interrotto il messaggio. Aveva aggiunto la propria irritazione per il fatto che lo lasciavo da solo con un fidanzato piagnucoloso, sottolineando che gli dovevo un favore.
Il messaggio successivo era il mio passaggio.
A: Mia Saunders
Da: Micetta in calore
Ué. Fuori c’è il tuo passaggio. Che sta girando. Non costringermi a fermarmi e a pagare il parcheggio per la tua bella faccia.
Risi, presi la valigia e scorsi subito la Honda di Ginelle. La salutai con la mano e lei si fermò nella zona di sosta breve facendo stridere i pneumatici e parcheggiandosi di traverso.
«Giusto, puttanella!» disse mentre ficcavo il valigione e il trolley sui sedili posteriori. Quando saltai sul sedile davanti, i suoi riccioli biondi danzarono, e mentre mi sorrise la gomma da masticare verde fluorescente rivelò per contrasto i suoi denti bianchissimi.
Alzai il mento. «Ciao tesoro, grazie per essermi venuta a prendere» tubai compiaciuta.
Girò il volante di scatto e con una partenza a razzo si immise nel traffico. Neanche per sbaglio avresti potuto dire che guidasse bene. Forse nei rally? Probabile. Nelle manovre era imbattibile, come pure nella capacità di prendere decisioni all’ultimo nanosecondo. Comunque, correva dei bei rischi. Le era sempre andata bene. Mi aggrappai a quel pensiero e mi tenni stretta alla maniglia sopra la portiera finché non arrivammo in tangenziale.
Feci un respiro lento, appoggiai la testa e mi godetti il silenzio insieme alla mia migliore amica. Non avevamo bisogno di parlare, ed era ciò che faceva di noi due le perfette BFF, le migliori amiche per sempre: essere a nostro agio nel silenzio. Il rumore della tangenziale e della gomma masticata da Ginelle e il profumo del suo shampoo al limone quasi mi commossero. Casa. Era tutto così familiare. Mi faceva sentire bene. Erano le cose che conoscevo da sempre. Non significava che questa sarebbe stata la mia destinazione finale, ma quando ero qui l’amavo con tutto il cuore.
Ginelle mi stava portando da Maddy e papà. Aveva intuito che ero pensierosa, perciò non riempì l’abitacolo di chiacchiere oziose; si girò a guardarmi, mi prese la mano e la tenne stretta sul bracciolo che ci divideva. Solidarietà da sorella. Anche se non era sangue del mio sangue, era in assoluto la cosa migliore dell’universo.
«Ti voglio bene» sussurrai, senza rendermi conto di aver tirato fuori quella merda emotiva.
Lei mi guardò in modo dolce, affettuoso. Arricciò le labbra facendomi immaginare che avrebbe replicato con le stesse tre parole. Invece ne disse soltanto due: «Lo so».
Scoppiai a ridere di gusto. Ginelle sapeva esattamente di cosa avevo bisogno dopo una lunga giornata di viaggio, la fuga dal mio ultimo cliente, al quale pensavo già come a un fratellastro, e la consapevolezza di avere soltanto tre giorni prima di dover prendere un aereo diretta al prossimo ingaggio. Avevo prolungato di due giorni il soggiorno a Boston. Di solito, mi veniva richiesto di rimanere circa ventiquattro giorni, in modo che ne restassero suppergiù sei per occuparmi delle mie faccende personali e per fare avanti e indietro. Non tornavo in California da gennaio e mancavano solo tre giorni all’inizio di maggio. Un altro mese, altri centomila dollari per Blaine.
Porsi a Ginelle una busta con un assegno. «Puoi lasciarla alla reception dell’hotel e poi farmi avere la ricevuta?»
«Certo, piccola.» Prese la busta con l’ultimo pagamento a Blaine e la mise nella borsa mentre accostava al marciapiede di fronte alla casa dov’ero cresciuta. «Devi essere affamata. Mads ti sta preparando una cena di benvenuto. Polpettone, purè, mais e la famosa torta al cioccolato e ciliegie di papà come dessert.» Poi scese dall’auto, aprì il bagagliaio e tirò fuori una cassa di birre.
«Ti voglio bene davvero.» Guardai le birre e poi quella catapecchia di casa mia con una veranda minuscola illuminata da una lampadina nuda. Dietro le tendine di pizzo vedevo la mia dolce sorellina preparare la tavola. Per me. Perché tornavo a casa. Non c’era niente di meglio.
Gin mi mise un braccio attorno alle spalle e mi tirò verso casa. «Lo so già, davvero. Non mi hai sentita prima?» disse alzando gli occhi al cielo. La strinsi forte.
Aprii la porta e fui assalita da un profumino di carne, verdure e aglio. «Mads, sono arrivata!» dissi, lasciando cadere la borsa sul tavolino graffiato e aspettandomi i gridolini. Maddy era sempre pronta a lasciarsi andare a gridolini infantili quando era eccitata. Questa volta non fu diverso.
Subito dopo il gridolino arrivarono le gambe lunghe di mia sorella che mi si tuffava addosso. Mi tenni salda, riuscendo a malapena a rimanere in piedi. «Mi sei mancata, piccola.» Strinsi forte il suo corpo snello. Non la vedevo da quasi due mesi e sembrava che si stesse riempiendo: stava perdendo le spigolosità dell’adolescenza e cominciava ad assomigliare al ramo materno della famiglia, fatto di donne formose. Le era cresciuto il seno e i fianchi sembravano un po’ più carnosi. Quando mi sciolsi dal suo abbraccio che sapeva di ciliegie e mandorle, la guardai negli occhi. Le sue labbra si aprirono nel sorriso che adoravo.
«La ragazza più bella del mondo. Ma solo quando sorride» dissi, ripetendo la frase che le avevo detto per quasi dieci anni. Arrossì e mi abbracciò di nuovo, tenendomi stretta come se non volesse più lasciarmi andare. «Che c’è che non va?» le chiesi mettendole le mani sulle guance e guardandola in faccia.
Maddy scosse la testa, e due lunghe ciocche di capelli le ricaddero sugli occhi. «Niente. Sono solo felice che tu sia qui. Ti ho cucinato i tuoi piatti preferiti.»
«Sento il profumo» risposi, e in quel momento il mio stomaco decise di farsi sentire, gorgogliando rumorosamente.
«Ceniamo» disse Maddy, tirandomi per mano verso la cucina. Ginelle ci seguì. Questo sì che era perfetto. Essere a casa era esattamente quello di cui avevo bisogno.
«Andiamo alle Hawaii!» Quelle parole riecheggiarono per la stanza a un volume così alto da far tremare i bicchieri.
«Che figata, eh?» Mi tappai le orecchie con le mani.
«Mi prendi in giro? Sto per andare alle Hawaii? Non sono mai uscita dal Nevada se non per andare in California, e adesso sto per immergermi in quel cacchio di oceano con balene, squali e tutto il resto! Cazzo!» urlò Ginelle, ficcandosi in bocca una gomma da masticare e bevendo un lungo sorso di birra. Che schifo. Scelsi di non dire niente su quella miscela perché almeno non stava fumando, e quello sì che era un vero passo avanti.
Sorseggiai la mia birra e appoggiai il bicchiere sul piano di fòrmica. «Calmati. Sì. Pago io per tutte e due. Dovete capire qual è il periodo migliore per voi. Venite per una settimana e state nel bungalow che mi mettono a disposizione» dissi, alzando le mani per evitare che mi interrompessero. «Non so come sarà la sistemazione, perciò potremmo dormire in tre nello stesso letto, magari, ma credo che… Insomma, in fondo è una vacanza gratis, giusto?»
«Sì, ’fanculo! Dormirei sul pavimento, eccheccazzo!»
Mi lasciai sfuggire un gemito. «Ginelle, modera il linguaggio quando c’è Mads. Accidenti!»
«Ma dai, per favore, non sono una bambina. Anzi… sono ufficialmente una donna dal weekend scorso.» Il tono di Maddy era altezzoso e neutro, non esattamente quello che volevo sentire dalla bocca della mia sorellina.
Chiusi gli occhi e colpii il boccale con la mano. Gin lo prese al volo prima che si versasse la birra dappertutto. «Mads?…» mormorai.
Lei strinse le labbra e sorrise timida, tracciando dei ghirigori sul tavolo con un dito. «Possiamo parlarne più tardi?» disse guardando Ginelle. Per quanto io e Ginelle fossimo come sorelle, lei e Maddy non erano in confidenza. Si volevano bene, ma tra loro non c’era la complicità, o forse dovrei dire la “sorellanza”, che esisteva tra Maddy e me.
Gin guardò ostentatamente l’orologio. «Be’, guarda un po’. Devo andare!» disse a voce alta. «A quanto pare bisogna che mi compri dei costumi. Ah, e domani all’una andiamo alla spa per rimetterti a nuovo e pronta al combattimento. Noi tre. D’accordo?»
«Gin… grazie. Per tutto. Lo sai che…» cominciai, ma Ginelle, come sempre, non si offendeva se Maddy voleva parlarmi da sola. Mi circondò con un braccio, dandomi una stretta, poi baciò Maddy sulla testa e le scompigliò i capelli. «Ci vediamo domani, puttanelle!»
«Ciao!» rispondemmo Maddy e io in stereo. La tensione nella stanza era palpabile, ma non di segno negativo. Più del tipo, abbiamo delle cose di cui parlare.
«Non volevo che succedesse…» esordì Maddy, e le si riempirono gli occhi di lacrime. «Volevo prima parlarne con te, ma stavamo così bene, e lui mi ama davvero e io lo amo e…»
Le misi una mano sulle sue e la guardai negli occhi. «E… com’è stato?»
Si passò la lingua sulle labbra e inclinò la testa. «Ha fatto male. Ho san...