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Uno studio in rosso
Informazioni su questo libro
C'è un tipo bizzarro, un consulente investigativo, che sta cercando qualcuno con cui dividere un appartamento al 221B di Baker Street; si presenta un certo dottor Watson, reduce dall'Afghanistan. E presto i due si ritrovano a indagare insieme su uno strano caso di avvelenamento… Inizia così uno dei sodalizi più celebri nella storia della letteratura, una leggenda che conserva intatto il suo fascino.
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9788804668435eBook ISBN
9788852074905Parte prima
Dai ricordi del dottor John H. Watson ex ufficiale medico dell’esercito britannico
1
Il signor Sherlock Holmes
Nell’anno 1878 presi la laurea in Medicina all’università di Londra e mi trasferii a Netley per seguire il corso prescritto per i medici militari. Completati i miei studi a Netley, fui destinato al 5° reggimento fucilieri Northumberland, in qualità di assistente chirurgo. A quell’epoca il reggimento era di stanza in India e, prima ancora che io l’avessi raggiunto, era scoppiata la seconda guerra afghana. Sbarcato a Bombay, seppi che le truppe, avanzate attraverso i passi montani, si trovavano già in territorio nemico. Partii ugualmente per unirmi a loro, insieme a molti altri ufficiali che si trovavano nella mia stessa situazione, e riuscii ad arrivare sano e salvo a Kandahar, dove trovai il mio reggimento e assunsi le mie nuove funzioni.
La campagna fruttò onori e promozioni a molti, ma a me portò soltanto guai e disavventure. Fui trasferito dalla mia brigata al reggimento del Berkshire con il quale partecipai alla fatale battaglia di Maiwand. Là fui colpito alla spalla da un proiettile nemico che mi fratturò l’osso sfiorando l’arteria succlavia. Sarei caduto nelle mani dei feroci ghazi se non fosse stato per la devozione e il coraggio di Murray, il mio attendente, che mi caricò su un cavallo e riuscì a riportarmi in salvo entro le linee britanniche.
Logorato dal dolore e indebolito per le fatiche e le privazioni, fui trasferito, con un treno ospedale carico di feriti, all’ospedale di Peshawar. Ero già in via di guarigione e avevo il permesso di passeggiare per le camerate, e persino di uscire sulla veranda per prendere un po’ di sole, quando fui colpito da un attacco di gastroenterite, la maledizione dei nostri possedimenti indiani. Per mesi e mesi si disperò di salvarmi e quando, finalmente, mi riebbi ed entrai in convalescenza ero così debole ed emaciato che i sanitari decisero di mandarmi in Inghilterra il più presto possibile. Di conseguenza dovetti partire con il trasporto militare Orontes, e sbarcai un mese dopo a Portsmouth con la salute irrimediabilmente rovinata ma con il permesso del paterno governo di dedicare i nove mesi successivi al tentativo di migliorarla.
Non avevo parenti in Inghilterra e, quindi, ero libero come l’aria… o meglio, libero quanto lo può essere un uomo che dispone di undici scellini e sei pence al giorno.
Date le circostanze era naturale che io gravitassi verso Londra, quel grande immondezzaio dove tutti gli sfaccendati e i fannulloni dell’Impero si riversano irresistibilmente. Giunto alla capitale, rimasi per qualche tempo in un albergo dello Strand, conducendo un’esistenza scomoda e insulsa e spendendo con una prodigalità eccessiva quel poco di denaro che avevo. Lo stato delle mie finanze divenne tanto preoccupante che, ben presto, mi resi conto che dovevo o lasciare la metropoli per ritirarmi in campagna, oppure mutare del tutto il mio sistema di vita. Scelta quest’ultima soluzione, decisi di lasciare l’albergo e di trovarmi un alloggio meno costoso.
Il giorno stesso in cui ero giunto a questa conclusione, me ne stavo al Criterion Bar quando qualcuno mi batté su una spalla. Mi volsi e riconobbi Stamford, un giovanotto che era stato infermiere alle mie dipendenze, a Barts. La vista di una faccia conosciuta, nell’immensa selva londinese, è piacevole per un uomo solo e smarrito. Non c’era mai stata una grande intimità fra me e Stamford, ma lo salutai con entusiasmo, e anche lui parve felice di vedermi. Nell’esuberanza del momento, lo invitai a fare colazione con me all’Holborn e, poco dopo, salivamo insieme su una carrozza.
«Che cosa diavolo ha combinato, Watson?» mi domandò Stamford, senza dissimulare il proprio stupore, mentre correvamo per le vie affollate di Londra. «È magro come un’acciuga e nero come una castagna.»
Gli feci un breve resoconto delle mie avventure, avevo giusto terminato quando arrivammo a destinazione.
«Poveretto!» mi disse il mio compagno in tono di commiserazione. «E adesso, che cosa conta di fare?»
«Vorrei cercarmi un alloggio» risposi. «Voglio vedere se è possibile trovare una stanza decente a un prezzo ragionevole.»
«Che strana coincidenza!» soggiunse lui. «È la seconda persona, oggi, che mi fa lo stesso discorso.»
«E la prima chi era?»
«Un tale che lavora al gabinetto di analisi chimiche dell’ospedale. Si è lamentato con me, stamane, perché non riesce a trovare qualcuno con cui dividere le spese di un bell’appartamento che gli hanno offerto e il cui prezzo è superiore alle sue possibilità.»
«Perdiana!» esclamai. «Se vuole davvero qualcuno che abiti con lui e che paghi la metà dell’affitto, sono proprio l’uomo che fa al caso suo. Anzi, preferisco avere un coinquilino, piuttosto che vivere solo.»
Stamford mi lanciò una strana occhiata al di sopra del bicchiere che stava portandosi alle labbra.
«Lei non conosce ancora Sherlock Holmes» mormorò. «Non so se le piacerebbe come compagnia prolungata.»
«Perché? Quali sono i suoi difetti?»
«Oh, non ho detto che abbia dei difetti… o almeno che ne abbia di gravi. Ha delle idee un po’ strane… ed è fanatico per certi rami della scienza. Che sappia io, è una persona molto a modo.»
«Uno studente di Medicina, immagino.»
«No. Non so che carriera intenda seguire. Credo che sia ferrato in anatomia ed è certamente un chimico di prim’ordine. Però, a quanto mi consta, non ha mai seguito sistematicamente un corso di Medicina. Studia senza metodo, in modo eccentrico, ma ha accumulato un mucchio di nozioni strane che stupirebbero i suoi professori.»
«Non gli ha mai chiesto che strada vuole seguire?» domandai.
«No. Non è un uomo al quale si strappino facilmente le confidenze… benché sia abbastanza comunicativo… quando gli gira.»
«Mi piacerebbe conoscerlo» dichiarai. «Se devo abitare con qualcuno, preferisco un uomo quieto e studioso; non sono ancora abbastanza forte per sopportare rumore e trambusto. Di trambusto ne ho avuto abbastanza in Afghanistan… ne ho avuto abbastanza per tutto il resto dell’esistenza. Come posso fare per conoscere quel suo amico?»
«Oggi sarà certamente all’ospedale» rispose il mio compagno. «O gira al largo dal laboratorio per settimane e settimane, oppure ci lavora dalla mattina alla sera. Se vuole, possiamo fare una scappata insieme, dopo colazione.»
«Ben volentieri» risposi, e la conversazione passò ad altri argomenti.
Durante il tragitto verso l’ospedale, Stamford mi fornì nuovi particolari sul giovanotto con il quale avrei dovuto abitare.
«Se poi non andrà d’accordo con Holmes, non se la prenda con me» mi ammonì. «Di Sherlock Holmes mi consta soltanto quello che ho potuto sapere incontrandolo occasionalmente al laboratorio. È stato lei a proporre questo accordo, quindi non mi ritenga responsabile.»
«Se non andremo d’accordo, sarà facile separarci» risposi; poi, piantando gli occhi in faccia al mio compagno, soggiunsi: «Stamford, perché insiste su questo punto? Questo signor Holmes ha forse un caratteraccio? Altrimenti, che cosa c’è? Non sia reticente».
«Non è facile mettere in parole una pura e semplice sensazione» rispose Stamford con una risatina. «Per i miei gusti, Holmes ha una mentalità troppo scientifica… che rasenta il cinismo. Me lo immaginerei benissimo intento a somministrare a un amico un pizzico dell’ultimo alcaloide vegetale, non per malvagità ma semplicemente per spirito di indagine, allo scopo di studiarne gli effetti. A onor del vero, credo che con la medesima disinvoltura ingoierebbe lui stesso quel veleno. A quanto pare, ha la passione delle cognizioni complete ed esatte.»
«Non ha torto.»
«Sì, ma anche in questo esiste l’esagerazione. Quando uno arriva a staffilare i soggetti nella sala anatomica, si può ben dire che la sua passione per le indagini scientifiche prende una forma bizzarra.»
«Staffilare i cadaveri?»
«Sì, per verificare fino a che punto si possono produrre le ecchimosi dopo la morte. L’ho visto con i miei occhi.»
«Eppure lei dice che non è uno studente di Medicina?»
«No. Dio sa a che cosa mira con i suoi studi. Ma eccoci arrivati. Si farà lei stesso un concetto sul suo conto.»
Svoltammo in un vialetto e varcammo una porticina laterale che dava in un’ala del grande ospedale. Conoscevo l’ambiente e non avevo bisogno di essere guidato, mentre salivamo lo squallido scalone di pietra e ci incamminavamo per un lungo corridoio dalle candide mura in cui si apriva una fila di usci color noce. Quasi in fondo, attraverso un piccolo arco, svoltammo in un corridoio secondario che conduceva al laboratorio chimico.
Era una sala vasta con le pareti rivestite di scaffali zeppi di ogni sorta di recipienti. C’erano tavolini ingombri di storte e provette, e di becchi Bunsen con le loro tremolanti fiammelle blu.
In tutta la sala c’era un solo uomo, curvo su una tavola all’altro capo, assorto nel suo lavoro. Al rumore dei nostri passi si volse, poi balzò in piedi con un’esclamazione di gioia.
«Ho trovato! Ho trovato!» gridò apostrofando il mio compagno e correndogli incontro, con una provetta in mano. «Ho trovato un reagente che precipita con l’emoglobina e con nient’altro.»
Se avesse scoperto l’oro, il suo viso non avrebbe certamente espresso una gioia maggiore.
«Il dottor Watson, il signor Sherlock Holmes» fece Stamford.
«Tanto piacere» disse Holmes in tono cordiale, stringendomi la mano con una forza di cui non l’avrei creduto capace. «A quanto vedo, lei è stato in Afghanistan.»
«Come fa a saperlo?» domandai sbalordito.
«Lasci perdere» fece lui ridacchiando. «Ora, l’importante è questa faccenda dell’emoglobina. Immagino che si renda conto del significato della mia scoperta.»
«Dal punto di vista sperimentale, è certamente interessante» risposi. «Ma dal punto di vista pratico…»
«Ma via, dottore, da anni non si faceva una scoperta così interessante nel campo della medicina legale! Non capisce che questo le offre la possibilità di una prova infallibile per le macchie di sangue? Venga qui.»
Eccitatissimo, mi afferrò per una manica, trascinandomi verso la tavola alla quale aveva lavorato sino a un momento prima.
«Facciamo una prova con sangue fresco» soggiunse cacciandosi un lungo ago in un dito e raccogliendo una goccia di sangue in una pipetta da prelievo. «Ora, guardi. Metto questa piccola quantità di sangue in un litro d’acqua. Come vede, all’occhio non si avverte la presenza di sangue, l’acqua sembra purissima. La percentuale di sangue è talmente piccola da non potersi calcolare. Eppure sono certo che riusciremo a ottenere la reazione caratteristica.» Mentre parlava, lasciò cadere nel recipiente dell’acqua alcuni cristalli bianchi, poi aggiunse qualche goccia di un liquido trasparente. In un attimo il contenuto assunse un colore mogano scuro e una polverina marrone precipitò in fondo al vaso di vetro. «Ah!» esclamò ancora Holmes battendo le mani con l’aria del bambino che ha un giocattolo nuovo. «Che ne dice?»
«È una prova molto delicata» osservai.
«Magnifico! Magnifico! La vecchia prova con il guaiacolo era poco pratica e incerta. Altrettanto dicasi per l’esame microscopico delle emazie. Questo è assolutamente privo d’ogni valore, se le macchie risalgono a qualche ora prima. La mia reazione, invece, sembra verificarsi nello stesso modo quando il sangue è vecchio e quando il sangue è nuovo. Se questa prova fosse stata inventata prima, centinaia di uomini che attualmente passeggiano liberi sulla faccia della terra avrebbero pagato da un pezzo la colpa dei loro delitti.»
«Davvero?» mormorai.
«Accade di continuo che un processo per omicidio dipenda proprio da quell’unico punto. Un uomo è sospettato per un delitto, vari giorni, o addirittura vari mesi, dopo averlo commesso. La sua biancheria e i suoi vestiti vengono esaminati, e vi si trovano delle macchie brunastre. Sono macchie di sangue, o di fango, o di ruggine, o di frutta, o di che cosa? Ecco il problema che tormentava i periti… e perché? Perché non esisteva alcuna prova di laboratorio che fosse attendibile. D’ora in poi ci sarà la “reazione Sherlock Holmes”, e ogni difficoltà verrà eliminata.»
Gli lampeggiavano gli occhi mentre parlava. Si portò la mano al cuore e fece un inchino come se rispondesse agli applausi di una folla evocata dalla sua fantasia.
«Mi congratulo vivamente» dissi, molto stupito di tanto entusiasmo.
«L’anno scorso, a Francoforte, c’è stato il caso di von Bischof» proseguì Holmes. «Quell’uomo sarebbe finito certamente impiccato se fosse già esistita questa prova. E poi ci sono stati Mason di Bradford, il famigerato Muller, Lefevre di Montpellier e Samson...
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- Parte seconda. Il paese dei santi
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