Che cosa ci faceva la stilografica di Cadmus Cole nelle mani di De Carlos?
Ellery fece un cenno a Beau, e i due si ritirarono in un angolo dell’ufficio, mentre alla scrivania De Carlos tentava di controllare il tremito della mano.
— Sei sicuro che sia la stessa? — sussurrò Beau.
— Sì, ma dobbiamo sempre verificarlo con le fotografie.
— La penna di Cole… — rifletté Beau. — La stessa che ha usato per firmarci l’assegno di quindicimila dollari quando ci ha assunto. Ma potrebbe esserci una spiegazione semplice. Forse De Carlos se n’è appropriato dopo la morte del principale.
Ellery scrollò le spalle. — C’è un modo per scoprirlo. De Carlos è troppo ubriaco per stare in guardia. Se lo interroghiamo a bruciapelo, forse ci dirà la verità. Lascia fare a me.
Tornò alla scrivania e vi appoggiò sopra le mani aperte, sorridendo all’uomo, ancora impegnato a scrivere.
— Ecco — disse questi con un sospiro. — Venticinquemila, signor Rummell. — Si appoggiò allo schienale della poltrona, sventolando l’assegno come uno stendardo per asciugare l’inchiostro. — Che garanzia avrò che manterrete la parola, signori?
— Nessuna — rispose Ellery sorridente.
De Carlos si alzò furibondo. — Se mi tradite, io…
Ellery gli tolse delicatamente l’assegno di mano. — Le sembra una cosa da dire? La nostra è un’agenzia rispettabile, signor De Carlos. La garanzia è la mia parola, e quella del mio socio. Dunque, venticinquemila, firmato Edmund De Carlos… Tutto a posto, e grazie tante.
— Prego — disse l’altro, dimenticando la propria diffidenza. Abbozzò un inchino, e sarebbe caduto a terra se Beau non lo avesse raddrizzato bruscamente. — Grazie, signor Queen. C’è mare mosso, vero? E adesso me ne vado.
Si rimise in tasca la penna stilografica, che Beau guardò scomparire con l’espressione di una volpe che vede un coniglio dileguarsi in una tana.
Ellery prese De Carlos per un braccio, lui dall’altro, e cominciarono a sospingerlo verso la porta.
— A proposito, signor De Carlos, vorrei chiederle un favore — disse Ellery.
L’uomo si fermò, sbattendo le palpebre. — Dica pure.
— Vede, io ho una piccola mania: raccolgo oggetti appartenuti a personaggi famosi. Non importa che siano di valore; anzi, più sono cose semplici, senza pretese, e meglio è.
— Io, invece, faccio collezione di donne — confessò De Carlos, ridacchiando. — Bionde, brune… di tutti i colori, purché siano belle.
— Ognuno ha le sue debolezze. — Ellery sorrise. — Stavo per dirle che una collezione come la mia non sarebbe completa, senza un ricordo del signor Cadmus Cole.
— Ha ragione — convenne De Carlos. — Ah, un grand’uomo, il signor Cole. Signori, propongo di brindare alla sua salute…
— Volevo chiedergli un piccolo ricordo fin dal giorno in cui è venuto qui, pochi mesi fa, ma aveva tanta fretta che ho pensato fosse meglio aspettare un momento più adatto. Poi ci ha lasciato, e ho perso la mia occasione. — Ellery sospirò. — Non potrebbe aiutarmi, signor De Carlos? In fondo, lei era probabilmente il suo più intimo amico.
— Il suo unico amico — corresse lui. — Posso assicurarvelo, l’unico amico che avesse al mondo. Mi lasci pensare. Un qualche oggetto…
— Che cosa ne è stato, dei suoi effetti personali, dopo la morte? Vestiario, la catena dell’orologio, gemelli, cose del genere…
— Oh, è stato tutto imballato in una serie di bauli, che ho poi spedito qui da Cuba — rispose lui, con un gesto indifferente. — Adesso si trovano nella residenza di Tarrytown, signor Rummell. Vedrò quel che può saltare fuori…
— Non vorrei crearle troppo disturbo. Non le aveva dato qualcosa, prima di morire? O forse lei stesso ha preso qualcosa tra i suoi effetti, da tenere come ricordo… L’orologio, un anello, la sua penna stilografica, o che so io?
— No, non ho preso nulla — disse De Carlos con aria malinconica. — Sono un tipo onesto, io, cari signori. Vi do la mia parola che non ho preso neanche uno spillo.
— Suvvia, qualcosa deve avere preso — insistette Ellery. — Magari una sciocchezzuola. La sua stilografica, per esempio. Quella non l’ha presa?
— Per favore — ribatté De Carlos, offeso. — Le ripeto che non ho preso niente, nemmeno la sua stilografica.
— Tanto disinteresse merita una ricompensa — dichiarò Ellery, con una luce maliziosa nello sguardo.
All’improvviso, strappò gli occhiali a De Carlos, lasciandolo ad ammiccare disperatamente.
— Signor Rummell… — protestò l’uomo con un gorgoglio.
Ellery fece un cenno a Beau. — Dia al signore la sua ricompensa.
— E come? — domandò Beau.
— Signor Queen — disse Ellery — il pavimento è a sua disposizione. Le suggerisco di stenderci sopra il signor De Carlos.
— Non posso approfittare delle sue condizioni. Se lo tocco, c’è rischio che vada in pezzi.
A bocca aperta, De Carlos scrutava ora l’uno ora l’altro, stringendo gli occhi.
— Era proprio questa, l’idea — disse Ellery.
Beau guardò un attimo il socio, poi cominciò a ridere.
— Venga qui — disse a De Carlos, che si ritrasse verso Ellery, e lo afferrò per il collo.
Ellery si tirò in disparte per osservare la scena con interesse scientifico.
De Carlos squittiva e si dimenava come un granchio. Con il sorriso sulle labbra, Beau cominciò a scrollarlo da ogni parte, come se il pover’uomo fosse stato uno shaker. La sua testa ciondolava di qua e di là, gli occhi erano stralunati e i denti scintillanti battevano con un suono metallico che risvegliò un nuovo lampo di malizia nello sguardo di Ellery Queen.
A un tratto, accadde una cosa stupefacente. I denti di De Carlos, quella perfetta schiera di perle d’avorio, si staccarono in un blocco unico dalla bocca semiaperta del proprietario e, descrivendo una parabola, andarono a cadere ai piedi di Ellery.
De Carlos si mise a mugugnare maledizioni, le guance incavate come per incanto, le gengive tristemente prive di difesa.
— Ecco la spiegazione! — gridò Beau, e gli afferrò la barba, tirando già trionfante, sicuro che fosse finta come i denti. Ma De Carlos emise un gemito, e la barba rimase attaccata dov’era.
Imprecando, Beau gli lasciò andare la barba e gli cacciò la mano nella selva di capelli neri. Questa volta non restò deluso. La chioma si staccò dal cranio con un rumore di ventosa, rivelando una zucca quasi pelata… Quasi, perché una rada coroncina di capelli grigi, della consueta forma a ferro di cavallo, gli contornava la testa.
De Carlos si portò una mano alla pelata e, cessando di gemere e di dibattersi, si afflosciò stremato.
— Va bene, basta così — ordinò Ellery, e Beau obbedì, osservando stupefatto il risultato inatteso del suo operato.
Subito De Carlos cadde carponi e cominciò ad annaspare sul tappeto. Recuperò casualmente la sua parrucca e se la rimise sul cranio, di sghimbescio, poi andò a caccia della dentiera.
Ellery si chinò a raccoglierla. — Può alzarsi, ce l’ho io — disse con aria grave, e considerò l’oggetto, mentre De Carlos si rimetteva in piedi. I denti finti erano perfetti; tanto perfetti che si vergognò di non avere sospettato già da tempo che fossero artificiali.
Restituì dentiera e occhiali al proprietario, il quale si rimise in bocca la prima e sul naso i secondi, quindi, con sorprendente contegno, andò alla scrivania e alzò il telefono.
— Sono spiacente, signor De Carlos — disse Ellery con un sospiro — ma gli effetti del whisky e del trattamento somministratole dal mio socio sembrano tardare a manifestarsi. L’ora è tarda, e se non m’inganno sta per sorgere il sole. Ancora per un po’, lei non potrà bloccare l’assegno che ha appena firmato.
Lui posò il telefono. Tentò di ricomporsi, poi ci ripensò, si mise il cappello sulla parrucca storta e passò con calma nell’anticamera.
— Signor Queen — disse Ellery — accompagni il signore alla porta.
— Ma… — cominciò Beau a voce bassa.
Ellery gli fece un cenno imperioso, e lui, con un’alzata di spalle, andò ad aprire per il signor De Carlos la porta su un mondo più amichevole.
— Perché lo hai lasciato andare? — domandò poi, rientrando nell’ufficio.
— Abbiamo tempo — rispose Ellery, che stava esaminando con grande attenzione l’assegno firmato da De Carlos.
— Facile, per te, parlare così — brontolò Beau. — Ma che cosa facciamo per Kerrie? Ehi, non mi ascolti nemmeno? — L’altro alzò gli occhi. — Che cosa c’è di tanto interessante, in quell’assegno? Lo puoi anche stracciare, perché lo bloccherà appena la banca apre.
— Questo assegno ha per noi un valore che non è quello pecuniario — spiegò Ellery. — Ha un valore tale, che non mi fido neanche a metterlo nella cassaforte dell’ufficio. Lo porterò sempre con me, come ho fatto con le fotografie.
— Pensi che qualcuno potrebbe tentare di scassinarla? — chiese Beau, stringendo i pugni.
— Non è improbabile.
— Che ci provino! Ma senti, perché non gli hai preso la penna?
— Non c’è fretta. E non è il caso di far volare via la nostra preda troppo presto.
— Che razza d’imbroglio — commentò Beau, buttandosi sul divano. — Come fa De Carlos ad avere la penna di Cole, se Cole non gliel’ha data? Deve averci mentito. E se ha la penna di Cole… — Si tirò su di scatto. — Se ha la penna di Cole, perché non potrebbe aver avuto anche la biro?
Ellery controllò nella tasca se la biro era ancora al suo posto. C’era. Ripose con cura l’assegno nel portafoglio.
— È importante verificare la versione di De Carlos circa gli effetti personali di Cole. Ha parlato di alcuni bauli nella residenza di Tarrytown. Dovresti accertare se ha detto la verità.
— Va bene, ma ti ripeto che quella biro…
Ellery si accigliò. — Non dobbiamo trarre conclusioni affrettate, Beau. Ci sono molti elementi da vagliare. Intanto, desidero che tu frughi nel passato di De Carlos. Interroga qualche veterano di Wall Street. Scopri tutto quello che puoi sul suo conto. Dev’esserci ancora qualcuno che si ricorda di lui, al tempo in cui lavorava in Borsa per Cole,...