La fragilità dei corpi
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La fragilità dei corpi

  1. 336 pagine
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La fragilità dei corpi

Informazioni su questo libro

Alfredo Carranza, macchinista ferroviario, si suicida lanciandosi dalla terrazza di un edificio in pieno centro, lasciando una lettera di commiato struggente e criptica: non poteva sopportare l'angosciante senso di colpa che lo affliggeva da quando, suo malgrado, aveva ucciso quattro persone lungo la linea Sarmiento.

La presenza di un bambino tra le vittime degli incidenti colpisce l'attenzione di Veronica Rosenthal, una redattrice inquieta e implacabile. Giornalista di razza, sempre pronta a ricercare la verità e la giustizia, fumatrice incallita, ossessivamente attratta dall'alcol e dagli uomini sposati, Veronica non si ferma neanche quando capisce che sta per sollevare il velo su un gioco macabro che coinvolge i bambini dei quartieri poveri. Ciò a cui Alfredo alludeva con la sua lettera d'addio, infatti, è una sorta di roulette russa che si protrae da anni. I bambini di non più di dieci anni vengono reclutati da un malavitoso nei campetti di calcio improvvisati nelle periferie e convinti a sfidarsi in una gara di coraggio. In due, uno contro l'altro, devono aspettare sui binari l'arrivo del treno e spostarsi all'ultimo momento; chi resiste di più vince. Intorno a queste sfide notturne si muove un giro lucroso di scommesse; a causa di queste sfide, decine di macchinisti vivono nel terrore, chiedono il trasferimento, si sottopongono a cure psichiatriche.

Durante le indagini, Veronica conosce Lucio, un giovane ferroviere che sembra essere al corrente di quanto avveniva sui binari. Tra i due nasce subito un'attrazione magnetica e morbosa: Lucio sarà l'unico disposto ad aiutarla, ma Veronica dovrà essere pronta ad affrontare il lato più oscuro dei suoi desideri...

"Un noir appassionante e di grande qualità." La Vanguardia "Un libro che toglie il fiato.

Una storia che si vive sulla pelle." Página 12 "Un racconto vertiginoso sul potere e la corruzione." El Clarín

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852074097
Print ISBN
9788804650430
1

RIUNIONE DI REDAZIONE

I

Una buona ragione per dedicarsi al giornalismo è che non ci si deve svegliare presto. È vero che ogni tanto bisogna occuparsi di fatti che accadono nelle prime ore del giorno e che ci sono anche giornalisti che lavorano nelle agenzie di stampa o nelle pagine web e fanno i turni di mattina, ma in genere si comincia a lavorare dopo le due del pomeriggio. Anche se non era stato questo il motivo per cui Veronica Rosenthal aveva scelto la sua professione quando era ancora giovanissima, senza dubbio un tale privilegio aveva avuto il suo peso.
«Le puttane e i giornalisti si alzano tardi» diceva con la voce impastata di sonno alle amiche che la chiamavano prima delle dieci.
In realtà, Veronica si alzava a mezzogiorno molto di rado, ma faceva fatica a mettersi in moto. Come quella mattina. Con gli occhi semichiusi, si mise sotto la doccia e lasciò scorrere sul corpo l’acqua, calda come una lenta carezza maschile. Da quando si era tagliata i capelli, sacrificando la lunga chioma castana che prima pettinava con cura sotto l’acqua per non sembrare la fidanzata del Re Leone, perdeva meno tempo con la doccia mattutina. Quando finì, si avvolse inutilmente i capelli corti in un asciugamano e cercò un o.b. nel mobiletto che ospitava una quantità demenziale di profumi, talchi, tinture che non aveva mai usato né pensava di usare, deodoranti non finiti, confezioni di salviettine detergenti, un depilatore elettrico che non funzionava e persino un nebulizzatore a ultrasuoni che le aveva prestato sua sorella Leticia e che avrebbe dovuto restituirle da un anno. Nella scatola c’era un solo tampone e calcolò che doveva averne ancora uno nella borsa. Sarebbe passata in farmacia andando al lavoro.
Indossò biancheria intima non coordinata: uno slip multicolore, che non avrebbe mai dovuto comprare e ancor meno usare, e un reggiseno verde acqua, il cui unico merito era di essere più comodo di quelli che metteva di solito. Preferì non vedersi nello specchio della camera. Non guardarsi stava diventando sempre più un’abitudine, giorno dopo giorno, da quando aveva compiuto trent’anni e il suo corpo aveva deciso di adattarsi al nuovo decennio. Si era ripromessa di andare in palestra o a correre al Parque Centenario, o di consultare un chirurgo estetico, tre attività che rimandava all’infinito, soprattutto perché aveva capito che i maschi erano molto meno critici di quanto si sarebbe aspettata. A loro bastava l’immagine dei jeans attillati, o del reggiseno che le sollevava eroicamente le tette, o la novità di un bikini insolito, e si perdevano i dettagli che la preoccupavano. Poteva continuare quella farsa ancora per qualche anno.
Aveva urgente bisogno di prepararsi un caffè.
Non si sentiva bene, ma non era per le mestruazioni. Erano i postumi della notte precedente. Le sue amiche si erano ritrovate lì da lei ed erano rimaste fino all’alba scolandosi fino all’ultima bottiglia di vino e fumando fino all’ultima sigaretta e tutti gli spinelli disponibili. Guardò con orrore il disastro del soggiorno. Sapeva che avevano rimesso a posto tutti i piatti in un gesto di solidarietà nei suoi confronti, ma restavano le tazzine del caffè, alcuni bicchieri, gli ultimi posacenere pieni, dei porta-cd vuoti, cd sparsi, libri presi dagli scaffali e abbandonati ovunque. E pensare che credevano di averle lasciato l’appartamento in ordine per aver lavato qualche piatto e buttato nella spazzatura i resti della carne con patate e mais che avevano mangiato.
Fece un gesto come se volesse cancellare la realtà del suo soggiorno e andò in cucina a preparare il caffè.
Mise nella Volturno due cucchiai abbondanti di caffè Bonafide Fluminense e attese che l’acqua bollendo salisse nella parte superiore della caffettiera. Se lo versò in una tazza che le aveva regalato sua sorella Daniela, aggiunse un goccio di latte scremato e lo bevve senza zuccherarlo. Via via che mandava giù il caffè si sentiva meglio, però prese lo stesso una Cafiaspirina Forte con un bicchiere d’acqua del rubinetto. Decise di pulire il soggiorno prima di finire di vestirsi.

II

Aveva piovuto tutta la notte e sembrava che il cattivo tempo volesse continuare. A Veronica non piacevano gli ombrelli, così uscì ad affrontare l’acqua con il suo trench nero, la variante impermeabile del soprabito che usava nei giorni freddi come in quella fine d’autunno. La stancava soltanto l’idea di camminare fino alla fermata del 39 e poi dover proseguire per altri tre isolati sotto la pioggia. Preferì andare alla farmacia all’angolo e poi prendere un taxi che l’avrebbe lasciata davanti alla porta di “Nuestro Tiempo”.
Non aveva mangiato niente con il caffè. Lo stomaco vuoto le dava un senso di nausea, e non aveva voglia di arrivare al lavoro in quello stato. Chiese al tassista di portarla da Masamadre, un piccolo ristorante bio a tre isolati dalla redazione. In qualunque altro giorno sarebbe andata alla trattoria Rondinella o avrebbe ordinato qualcosa da McDonald’s da mangiare nel cucinino del giornale, ma quando aveva le mestruazioni veniva presa dalla voglia di cibo sano.
Arrivò in redazione più o meno alle due. “Nuestro Tiempo” si trovava al terzo piano di un palazzo di uffici inaugurato due anni prima e che aveva ancora l’aspetto nuovo e desolato dei luoghi dove non abita nessuno.
La rivista si era trasferita lì poco dopo l’inaugurazione dell’edificio e occupava due interi piani: al terzo c’era la redazione e al secondo l’amministrazione e gli uffici della pubblicità, della diffusione e del sistema informatico. Al terzo i giornalisti, sparpagliati su tutto il piano, lavoravano fianco a fianco con disegnatori, grafici e fotografi, raggruppati nei loro cubicoli.
La prima persona che si vedeva arrivando era Adela, la centralinista, che a differenza della maggior parte delle persone dello staff, quasi tutte sotto la quarantina, era ormai prossima alla pensione. Veronica la salutò con un bacio e Adela le consegnò una busta. Un invito a un vernissage al Malba. Chissà se qualcuna delle sue amiche l’avrebbe accompagnata. Da sola si sarebbe annoiata.
Veronica condivideva un lungo tavolo con i colleghi della sezione Società: la caporedattrice Patricia Beltrán, altri tre redattori e un praticante. Tranne Patricia, erano già tutti davanti ai computer.
«E Patricia?» domandò mentre metteva il trench su un appendiabiti e si ravviava i capelli bagnati.
«Non usi l’ombrello?»
Roberto Giménez era uno dei redattori della sezione e la guardava come se si trovasse di fronte a un geroglifico.
«Non mi piacciono gli ombrelli. E Fallaci dov’è?» insistette.
«In riunione con Goicochea e qualcun altro. Ricordati che tra venti minuti abbiamo la riunione di redazione.»
No. Non se lo ricordava. La sua era rimozione: detestava le riunioni di redazione, perché erano interminabili e non si veniva mai a capo di niente. Ogni redattore proponeva i suoi articoli, discuteva o limava le proposte con Patricia, mentre gli altri controllavano i cellulari, facevano disegnini su un foglio o guardavano tristemente fuori, come se sperassero che un redattore di un’altra sezione o un grafico venisse a salvarli. Nessuno faceva commenti o aggiungeva alcunché alle proposte dei colleghi, perciò Veronica pensava che fosse più pratico trovarsi da sola con la caporedattrice e non dover perdere un’ora chiusa in una stanza. C’era di peggio: siccome si arrivava alle riunioni senza aver avuto troppo tempo per pensare ai pezzi (perché un pezzo era stato chiuso il giorno prima, perché si stava già scrivendo un nuovo articolo, perché le idee migliori nascevano nei momenti più impensati, perché il miglior sommario per un giornale di attualità consisteva, per l’appunto, in ciò che stava accadendo in quel momento), la maggior parte delle proposte era pura formalità, pezzi che non sarebbero mai stati scritti. Alcune idee venivano tirate fuori ogni settimana (l’aumento delle auto in circolazione, l’eccessiva medicalizzazione dei bambini iperattivi, gli animali esotici dei vip), ma nessuno le realizzava, né si rendeva conto di averle presentate un’infinità di volte. Patricia faceva la faccia da “è interessante il tuo argomento” o “che argomento di merda” (secondo l’umore del giorno) e andava avanti. Alla fine assegnava articoli a cui aveva pensato lei, o decisi dall’ufficio centrale (a differenza delle riunioni di redazione, quelle dell’ufficio centrale parevano più produttive, almeno agli occhi di Veronica), o finiva per accettare proposte in qualsiasi altro momento della giornata.
Aveva venti minuti prima della riunione. Di solito gliene bastavano cinque per imbastire un elenco di possibili articoli che avrebbero superato con dignità il giudizio della sua caporedattrice. Però quel giorno si sentiva come se le avessero spento le luci nella testa. Forse perché il giorno prima aveva consegnato una lunga inchiesta su un giro d’affari della mafia dei farmaci che operava negli ospedali pubblici di Buenos Aires. Utilizzavano il Plan Remediar (che forniva le medicine gratis ai pazienti) per far risultare consegnati farmaci che non arrivavano mai al malato. Il medico prescriveva due scatole di antibiotici. Quando il paziente andava alla farmacia dell’ospedale gliene consegnavano soltanto una, dicendo che non ce n’erano più. Il malato se ne andava e il farmacista registrava come consegnate due confezioni. Non è che rubasse l’altra scatola: non era mai arrivata alla farmacia, perché il laboratorio non l’aveva inviata, ma fatturata sì. Veronica aveva scoperto senza troppa fatica la collusione tra medici, farmacisti e laboratori (nessuno si prendeva la briga di nascondere il reato) e l’articolo sarebbe uscito quella sera, nel nuovo numero di “Nuestro Tiempo”.
Aprì un documento word e scrisse: “Aumento delle auto immatricolate in città e nel resto del paese. In che modo affrontare il collasso di strade e autostrade per l’ingente quantità di veicoli”. E restò a guardare lo schermo del computer come se il documento potesse suggerirle qualche altro articolo. Fu allora che sentì la voce di Giménez.
«Ah, questo qui l’ha fatta grossa. Sentite» disse reclamando attenzione, ma nessuno distolse lo sguardo dal computer o dal cellulare.
Veronica fu l’unica che lo guardò, e il collega non se ne accorse perché stava leggendo sul suo schermo.
«Un dipendente delle ferrovie si è suicidato gettandosi dal tetto di un palazzo in Talcahuano al 1000. Poiché è caduto sulla strada, la circolazione a Talcahuano è stata interrotta per più di un’ora. Non è geniale? Invece di buttarsi sotto un treno per rompere i coglioni ai suoi colleghi, il tipo ha preferito dar fastidio agli autisti degli autobus e ai tassisti.»
«Si sarà ucciso per amore» azzardò Veronica tornando al documento appena iniziato. «Mi sa che in quel palazzo o in uno di fronte abita la fidanzata o l’amante. Avrà voluto richiamare l’attenzione della sua ragazza. Sono tutti così.»
«Tutti chi, gli uomini?» chiese Barbara McDonnell, la redattrice seduta di fronte a lei, senza smettere di battere freneticamente sui tasti.
«Diciamo tutti gli psicopatici suicidi» chiarì Veronica, per non entrare in una di quelle discussioni polemiche sulle differenze tra uomini e donne che tanto appassionavano Barbara.
«Sbagliato» disse Giménez. «Il lancio d’agenzia sostiene che il tizio ha lasciato una lettera nella quale diceva di pentirsi per i crimini commessi. Pare che fosse un serial killer o qualcosa del genere.»
Un suicida assassino, un criminale ucciso dai sensi di colpa. Non suonava male. Magari non sarebbe stato un pezzo con molta polpa giornalistica, però la storia sembrava buona. Lei non era specializzata in cronaca nera, ma le storie morbose colpivano sempre la sua attenzione. Sognava di scrivere di un assassino antropofago, di una mãe umbanda che officiava riti con il sangue di ragazze vergini.
«Dove hai letto la notizia del ferroviere?»
«L’ha data l’agenzia Télam.»
Veronica lesse il lancio di agenzia e intravide un possibile articolo. Dal momento che un mese prima il collega della nera era passato a un quotidiano nazionale, i pezzi di sua competenza venivano divisi anarchicamente tra gli altri redattori. Veronica temette che Giménez volesse scrivere del suicida assassino, così tastò il terreno.
«Hai notato che nella cronaca non ci sono mai articoli sui suicidi?»
«È per scongiurare l’effetto emulazione. Sembra che se si raccontano i dettagli di un suicid...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. 1. Riunione di redazione
  5. 2. Due coraggiosi
  6. 3. Uomo di ferro
  7. 4. Peque contro Cholito
  8. 5. Gli altri
  9. 6. Nel labirinto
  10. 7. Gli occhi bene aperti
  11. 8. L’inchiesta
  12. 9. Il dito nella piaga
  13. 10. Pulito
  14. 11. Ciudad Oculta
  15. 12. Anni luce
  16. 13. Chi non conosce Juan García?
  17. 14. Cavie, gazzelle e sciacalli
  18. 15. Lasciando il mio cuore
  19. 16. Superwoman
  20. 17. Velocità massima
  21. 18. Il treno della morte
  22. 19. Il mestiere violento del giornalista
  23. Copyright