Il mistero di Homo naledi
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Il mistero di Homo naledi

Chi era e come viveva il nostro lontano cugino africano: storia di una scoperta rivoluzionaria

  1. 176 pagine
  2. Italian
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Il mistero di Homo naledi

Chi era e come viveva il nostro lontano cugino africano: storia di una scoperta rivoluzionaria

Informazioni su questo libro

Il 13 settembre 2013 due speleologi sudafricani scesi nel vasto sistema di gallerie di Rising Star, nei dintorni di Johannesburg, individuarono casualmente una «camera segreta», colma di ossa fossili. Sarebbero poi risultate essere circa 1550. È così, in modo del tutto imprevedibile, che avviene la scoperta più rivoluzionaria e misteriosa sull'origine dell'uomo, quella di Homo naledi («stella» in lingua locale sotho), una nuova specie ominine dalle caratteristiche uniche. Dall'eccezionale ritrovamento prende il via un'entusiasmante avventura scientifica e umana, che apre scenari inediti sulla nostra storia più antica e ci spinge a guardare con occhi diversi anche il presente. A raccontarla è uno dei suoi protagonisti, Damiano Marchi, paleoantropologo dell'università di Pisa, l'unico studioso italiano chiamato a partecipare al workshop scientifico internazionale su Homo naledi.

Esperto nello studio degli arti inferiori e dell'evoluzione della locomozione, Marchi, insieme ad alcuni tra i più brillanti paleoantropologi del mondo, ha analizzato i fossili rinvenuti a Rising Star, tracciando ipotesi estremamente precise e sorprendenti sulle abitudini e il comportamento di questo nostro remoto predecessore. Alto circa un metro e mezzo, dotato di mani adatte ad arrampicarsi sugli alberi e, insieme, di gambe perfettamente in grado di camminare in posizione eretta, con un cervello piccolo come un'arancia, Homo naledi unisce caratteristiche arcaiche e moderne, che fanno di lui il potenziale anello mancante nella catena evolutiva dell'uomo. Eppure, rimane una creatura enigmatica, che custodisce ancora molti segreti. In quella cavità del sottosuolo, ribattezzata Camera di Dinaledi («stella nascente»), giacevano infatti i corpi di almeno quindici individui di varie età. Come e perché erano giunti in un luogo così remoto? Possibile che la presenza di tanti resti testimoni la più antica forma di sepoltura mai scoperta? E quando è realmente vissuto Homo naledi: 2 milioni o 500.000 anni fa, visto che entrambe le ipotesi sono tuttora aperte?

Con una passione contagiosa cui è difficile resistere, lo studioso ricostruisce il complesso lavoro del paleoantropologo che, con la pazienza di un detective scrupoloso, esamina ogni minimo frammento di fossile per trovare nuove risposte alle domande che da secoli gli scienziati si pongono sull'origine del genere umano. In qualsiasi epoca sia vissuto, l'«uomo stella» ci costringe infatti a rivedere consolidate teorie dell'evoluzione e a riconsiderare anche noi stessi non più come rappresentanti privilegiati di un «mondo a parte», ma come il frutto di un processo che, attraverso gli stessi meccanismi, ha portato sia all' Homo sapiens sia a tutti gli esseri viventi con cui condividiamo il pianeta.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852073342
Print ISBN
9788804663256
VI

A Johannesburg per incontrare l’«uomo stella»

Quando sono entrato per la prima volta nella vault dell’Evolutionary Studies Institute dell’Università del Witwatersrand e mi sono trovato di fronte quel numero incredibile di ossa degli arti inferiori, sono rimasto scioccato. Tanto per capire, prima di questo ritrovamento avevamo a disposizione in tutto il mondo solo cinque fibule risalenti ai primi ominini arcaici, tra cui quella del «ragazzo del Turkana» della specie Homo erectus, ritrovato in Kenia nel 1984, che finora non sono mai riuscito a vedere direttamente e di cui parlerò più avanti. Per un paleoantropologo è già un miracolo poter studiare un frammento ben conservato, figuriamoci quattro cassette piene di ossa!
Era il 5 maggio, un lunedì mattina. Il workshop vero e proprio sarebbe iniziato solo l’indomani, ma staccarsi da tutta quell’abbondanza di materiale era davvero difficile, così non resistetti e mi misi subito al lavoro. Venivo direttamente dall’aeroporto. Il tempo di lasciare in albergo la valigia ed ero già alla Wits. Alcuni colleghi, come Marina Elliott, Elen Feuerriegel e Alia Gurtov, avevano già collaborato alla prima fase dell’operazione, l’estrazione dei fossili dalla Camera di Dinaledi. Altri, una trentina di scienziati me incluso, erano stati reclutati in seguito, attraverso il bando internazionale, specificamente per il workshop, e cioè per lo studio vero e proprio dei fossili, e stavano arrivando a Johannesburg da ogni parte del mondo: Stati Uniti, Canada, Cina, Spagna, Australia, Gran Bretagna… Io ero l’unico italiano.
Molti dei partecipanti li conoscevo già, se non di persona, almeno di nome. Due, Lucas Delezene e Juliet Brophy, li avevo incontrati in aeroporto, mentre aspettavo di recuperare il mio bagaglio.
L’entusiasmo per la maratona scientifica che dovevamo affrontare era palpabile, l’atmosfera elettrizzante. Pochi giorni prima della partenza per il Sudafrica, Steve Churchill, che avrebbe coordinato lo studio dello scheletro postcraniale di Homo naledi, ci aveva inviato una email spiegandoci a grandi tratti il programma e l’organizzazione del workshop. Saremmo stati suddivisi in team, ciascuno con un responsabile, a seconda dell’area anatomica o funzionale nella quale eravamo specializzati. Ogni gruppo avrebbe dovuto produrre un articolo descrittivo da inviare a una rivista scientifica (allora si parlava di «Nature», poi però le cose sarebbero andate diversamente). Questa sfida non faceva che aumentare l’eccitazione generale e la voglia di cominciare.
L’intero Evolutionary Studies Institute della Wits, che avevo avuto modo di frequentare quotidianamente per un anno (a quel tempo si chiamava Institute for Human Evolution), sembrava posseduto da una straordinaria energia capace di contagiare chiunque. Da Lee alla segretaria, dai dottorandi al personale di servizio, tutti sembravano in qualche modo coinvolti. La scoperta di Rising Star rappresentava un vanto non solo per l’ateneo, ma per l’intero Paese.
Quando in aeroporto era arrivato il pullmino dell’università a prenderci, avevo subito riconosciuto nell’autista Justin Mukanku, uno dei «tecnici del sottosuolo», gli addetti alla pulitura delle ossa – operazione delicatissima che avviene anche per mezzo di piccoli trapani elettrici simili a quelli usati dai dentisti –, così chiamati perché il loro laboratorio si trova, appunto, nei sotterranei dell’istituto. Justin è un esperto preparatore di fossili. Durante il mio postdottorato alla Wits abbiamo frequentato insieme il training per imparare a usare l’apparecchiatura dell’istituto che effettua micro-Tac. Proprio in quel periodo, era il 2012, ebbe il suo momento di gloria perché riuscì a identificare un dente in un blocco di pietra che da tre anni giaceva in un angolo di un laboratorio dell’istituto, senza che nessuno si fosse mai accorto del suo valore. Quel blocco proveniva da Malapa e il dente in questione è di Australopithecus sediba. In particolare, appartiene all’individuo più giovane tra quelli trovati: MH1 (da Malapa Hominin), detto «Karabo», che significa «risposta» in lingua sotho. In seguito, le analisi con la micro-Tac hanno rivelato nello stesso blocco anche la presenza di un femore completo, alcune costole, vertebre e altre ossa che, una volta estratte dalla roccia, potrebbero fare di Karabo il più completo ominine fossile mai recuperato.
Sarebbe stato Justin, dunque, il nostro «angelo custode», incaricato di scortarci e accompagnarci per tutta la durata del soggiorno negli spostamenti quotidiani dall’albergo al campus, ma anche nelle varie «gite» che avremmo fatto nella zona di scavo e, soprattutto, alla R.A. Dart Collection, situata all’interno della Medical School della Wits, che con i suoi oltre 2600 reperti è la più grande raccolta di scheletri umani dell’Africa meridionale. Una «banca dati» preziosissima. La collezione, intitolata a Raymond Dart, lo scopritore del «bambino di Taung» che vi ha in larga parte contribuito, offre infatti un numero straordinario di scheletri moderni appartenuti a individui di differenti epoche, di entrambi i sessi e di ogni età, dai neonati ai centenari. Di conseguenza, rappresenta uno strumento eccezionale per lo studio comparato in paleoantropologia, oltre che per altre discipline come la medicina, l’epidemiologia, la biologia delle popolazioni, l’anatomia clinica e la patologia forense, per citarne solo alcune.
Gli accordi per l’«ingaggio» prevedevano, oltre alle spese di viaggio, la sistemazione in un ottimo albergo dove avrei condiviso la camera con un altro partecipante al workshop. Il vitto, invece, sarebbe stato a nostro carico. L’assortimento delle coppie era casuale, dunque fui felice di scoprire che per un mese avrei avuto come compagno di stanza Chris Walker, un dottorando del mio ex collega Steven Churchill della Duke. Fra l’altro, ci conoscevamo già perché aveva iniziato il dottorato durante il mio ultimo anno di docenza laggiù.
Giunto in albergo, trovai Chris già in camera, sdraiato sul letto con l’immancabile portatile Apple sulle ginocchia. Nei giorni seguenti, e per tutto il mese della nostra convivenza, l’avrei visto molto spesso in quella posizione. Ci salutammo velocemente perché intendevo andare subito all’università per incontrare alcuni amici ed ex colleghi della Wits, ma anche perché non vedevo l’ora di dare finalmente un’occhiata ai famosi fossili di cui avevo solo sentito parlare e letto sul web. E infatti, per prima cosa appena arrivato all’istituto, andai a dare una sbirciata alla vault dove sapevo erano custoditi i reperti e dove trovai anche Lee Berger in compagnia di Jeremy (Jerry) DeSilva, il responsabile del gruppo di cui avrei fatto parte, dedicato agli arti inferiori e al piede di Homo naledi. Jerry è un paleoantropologo dell’Università di Dartmouth, negli Stati Uniti, che nonostante la giovane età è già molto considerato dalla comunità scientifica. Lee mi accolse con la sua proverbiale affabilità mostrandomi le cassette piene di femori, tibie e fibule che aspettavano solo di essere esaminate. Quando mi invitò con orgoglio a mettermi subito al lavoro, non mi sono certo tirato indietro. Sedotto dal richiamo di quei fossili – ciascuno ha i suoi punti deboli –, mi inginocchiai davanti alla prima cassa e iniziai emozionato a osservarne il contenuto. Ovviamente fu un’analisi veloce e superficiale, anche perché ero atteso per pranzo dai miei cari amici e colleghi Kristian Carlson – responsabile del Centro scanner e micro-Tac della Wits, con cui avevo lavorato nel 2012 – e sua moglie Tea Jashashvili, anche lei paleoantropologa.
Guidato dalla mia passione quasi maniacale, per prima cosa mi soffermai ad analizzare la fibula – nelle cassette contai una quarantina di frammenti! – e la tibia, le ossa della gamba (in anatomia con questo termine si indica la parte sotto il ginocchio dell’arto inferiore che comprende, appunto, la coscia e la gamba). In realtà, non una sola fibula di Homo naledi è poi risultata completa al 100 per cento in quanto mancano del tutto le articolazioni, il che è un vero peccato perché ci avrebbero detto moltissimo sul modo di camminare di questa specie. In ogni caso, però, si tratta di reperti abbastanza integri che, come per le altre parti dello scheletro, appartengono a numerosi individui di diversa età e di entrambi i sessi, il che mi avrebbe permesso di condurre uno studio comparato su una popolazione. A una prima osservazione, sia le fibule sia le tibie parevano assai gracili e longilinee, ma a parte ciò non notai niente di particolare e, soprattutto, di primitivo, così me ne andai al mio appuntamento con il dubbio che i fossili trovati nella Camera di Dinaledi non fossero poi così antichi.
Non vedevo Kris Carlson da almeno un anno, ma eravamo sempre rimasti in contatto. L’ho conosciuto nel 2009 negli Stati Uniti, quando insegnavo a Durham. Era venuto per tenere un seminario sulla morfologia funzionale degli arti dei primati in relazione ai vari tipi di locomozione. La Duke, infatti, invita spesso professori di altri atenei e nazionalità a tenere lezioni e workshop: i dottorandi accolgono il docente ospite e lo portano in giro per l’ateneo, mentre i colleghi hanno l’opportunità di un incontro informale per scambiare due parole su temi di comune interesse. Nel dipartimento dove lavoravo, questi eventi avevano una cadenza mensile. Si tratta di iniziative molto utili e costruttive che creano sinergie interessanti e possono contribuire allo sviluppo di nuovi progetti e ricerche.
Poiché la morfologia della locomozione è tra le materie che più mi stanno a cuore, non mi feci scappare l’occasione. Invitai Kris a pranzo in uno dei tanti ristoranti self-service presenti nel campus. Era una bella giornata – del resto, in North Carolina è sempre bello – così ci sedemmo a un tavolino all’aperto a mangiare al sole e, intanto, parlavamo di morfologia funzionale. Venne fuori che, da tempo, entrambi seguivamo ciascuno i lavori dell’altro.
Fu allora che ci venne l’idea di programmare, in occasione del meeting annuale dell’American Association of Physical Anthropologists (il più grande congresso mondiale di antropologia), un simposio sui livelli di attività degli ominini. Per realizzare un evento di questo tipo occorreva agire con largo anticipo, quindi pensammo all’edizione del 2011, che avrebbe avuto luogo in aprile a Minneapolis. Per quella data, la mia carriera lavorativa avrebbe sofferto una seppur temporanea battuta d’arresto, ma allora non potevo saperlo. Riuscimmo, dunque, a organizzare il nostro simposio, che fra l’altro riscosse un notevole successo, nonostante fino all’ultimo io avessi temuto di non potervi nemmeno partecipare. A quell’epoca, infatti, concluso il sesto e non più rinnovabile contratto alla Duke, ero rientrato in Italia e, disoccupato da quasi un anno, mi trovavo in uno dei peggiori momenti della mia vita professionale e personale. Proprio quando mi stavo chiedendo con la morte nel cuore se non fosse il caso di abbandonare la paleoantropologia, la ricerca e tutto quanto avevo fatto fino a quel momento, partecipando al congresso insieme a Kris ritrovai l’entusiasmo di continuare. Nonostante le mie difficoltà, fummo in grado di organizzare il simposio nel migliore dei modi con sedici relatori moderati da Christopher Ruff, mio «nume tutelare» fin dai tempi del dottorato. Gli interventi si conclusero con una tavola rotonda in una sala gremitissima. Nemmeno mezz’ora dopo un rappresentante della casa editrice scientifica Springer, tra le più prestigiose al mondo, ci contattò per chiederci di scrivere un libro sui lavori presentati nel corso del simposio.
Conversare con Kris per me è sempre un piacere e un’occasione di confronto. Quel giorno, a poche ore dal mio arrivo in Sudafrica, pranzando con lui, Tea e altri loro colleghi al PiG club, un ristorante all’interno del campus, mi resi conto che alcuni di loro erano convinti che il materiale recuperato nelle caverne di Rising Star non fosse poi così antico e, dunque, avesse uno scarso valore scientifico. E infatti, pur avendo avuto modo in quei mesi di assistere da colleghi e «vicini» di laboratorio allo sviluppo della ricerca di Berger, avevano deciso di non prendere parte al suo progetto. Cosa che non fece che aumentare ulteriormente i miei dubbi. Devo ammettere che quando nel pomeriggio ritornai nella vault il mio umore non era dei migliori.
Il workshop non era ancora iniziato, dunque non potevo immaginare come altri aspetti anatomici avrebbero contribuito a delineare un primo «identikit» di Homo naledi. Per esempio, non avevo ancora visto direttamente il suo cranio – se non qualche immagine dei frammenti sul blog del «National Geographic» –, e di conseguenza non avevo idea che fosse di piccole dimensioni. Basandomi soltanto su ciò che stavo osservando in quel momento, le ossa degli arti inferiori, e sull’ipotesi accreditata secondo la quale l’acquisizione delle caratteristiche associate alla locomozione bipede si sarebbe evoluta in parallelo con l’adozione di una dieta più ricca e con lo sviluppo di un cervello più grande, potevo giungere a un’unica logica conclusione: da un punto di vista evolutivo, quei reperti appartenevano effettivamente a una specie non molto lontana da Homo sapiens, proprio come pensavano i colleghi con cui avevo pranzato.
Fortunatamente, però, a quel punto decisi di lasciare da parte tibie e fibule per dedicarmi con maggiore attenzione al femore. La prima cosa che presi in mano fu un frammento della zona tubulare, chiamata «diafisi». A un semplice esame visivo la diafisi non ci può fornire particolari informazioni, a meno che non presenti modifiche eclatanti, ma può dirci molte cose se la analizziamo sottoponendola a una micro-Tac. L’anno alla Wits in cui avevo lavorato fianco a fianco con Kris e Tea era stato dedicato proprio all’analisi di fossili mediante questa metodica. Avevo quindi avuto modo di fare parecchia pratica con i preziosi (erano costati 1.200.000 dollari nel 2010) strumenti di cui dispone il laboratorio dell’istituto. Si tratta di apparecchiature ad altissima precisione che, grazie a un sistema rotante, consentono la scansione completa di un intero reperto anche di grandi dimensioni, un’operazione complessa che può durare molte ore. In Italia un dispositivo simile lo si trova a Trieste, ma permette solo l’analisi di piccole sezioni per volta, mentre il Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa ne possiede uno ancora più piccolo.
Al momento, però, non avevo a disposizione una Tac del femore. Inoltre, a parte il fatto che il frammento presentava uno spessore osseo abbastanza elevato, peraltro riscontrabile anche in ominini recenti, non notai niente di strano.
Il mio morale di paleoantropologo, però, si risollevò notevolmente quando presi in mano un altro fossile di femore proveniente dalla parte più vicina all’anca, chiamata testa (Figura 3). È essenzialmente un’articolazione sferica che permette il movimento in ogni direzione dell’arto inferiore, sul quale trasmette tutto il carico prodotto dal peso corporeo. La sua anatomia, dunque, è strettamente collegata sia al peso dell’individuo sia al suo modo di camminare, caratteristiche che la rendono molto significativa per lo studioso, al quale può fornire informazioni preziose. Per esempio, negli individui di sesso maschile, che sono mediamente più pesanti delle femmine, questa articolazione è più grande perché deve sostenere un peso maggiore. Utilizzando le dimensioni della testa del femore e le sue variazioni, alcuni ricercatori hanno messo a punto precise tabelle di riferimento, utili per determinare il sesso all’interno di una popolazione.
Il femore è l’osso posto nella zona più alta dell’arto inferiore, mentre la tibia e la fibula sono le ossa poste nella zona più bassa. La testa del femore è la parte sferica che articola con il bacino. Il collo è la parte che collega la testa del femore con la parte verticale e tubulare dell’osso, la diafisi.
Figura 3. Il femore è l’osso posto nella zona più alta dell’arto inferiore, mentre la tibia e la fibula sono le ossa poste nella zona più bassa. La testa del femore è la parte sferica che articola con il bacino. Il collo è la parte che collega la testa del femore con la parte verticale e tubulare dell’osso, la diafisi.
L’aspetto più interessante per il paleoantropologo è che negli ominini antichi questa porzione di osso appare più piccola rispetto agli esemplari più moderni del genere Homo, probabilmente a causa della particolare combinazione tra un peso corporeo minore e un diverso modo di camminare. Va comunque precisato che anche i femori di Homo naledi – proprio come le fibule e tutti gli altri componenti dello scheletro – risultano incompleti.
Osservando la parte di femore vicino all’anca di Homo naledi mi accorsi immediatamente che la testa del femore era abbastanza piccola. Ma a farmi capire che mi trovavo davvero di fronte a una specie ominine antica, con buona pace per i colleghi dissenzienti della Wits, fu la conformazione del «collo» del femore, quella parte che, scendendo verso il basso, collega la testa alla porzione verticale e tubulare dell’osso. Dal punto di vista biomeccanico, costituisce ciò che in ingegneria viene chiamata «trave a sbalzo»: le sollecitazioni cui è sottoposta ne influenzano fortemente la forma e le dimensioni. A causa della loro modalità di deambulazione, infatti, gli ominini antichi hanno un collo del femore differente dagli ominini più recenti. Per esempio, negli australopitechi l’osso in questo punto appare schiacciato in senso antero-posteriore e allungato in senso supero-inferiore. Inoltre, è più lungo e forma un angolo maggiore con la parte verticale e tubulare.
Ebbene, il collo del femore di Homo naledi era decisamente lungo e, soprattutto, si presentava compresso in senso antero-posteriore. Compiuta questa prima scoperta, il mio morale era di nuovo alle stelle: lo studio dell’arto inferiore si stava delineando come uno dei più interessanti per conoscere meglio l’«uomo stella» e le sue peculiarità. Non solo: io vi avrei avuto un ruolo da protagonista. Contrariamente ai piani iniziali prospettatimi al momento dell’ingaggio, infatti, non avrei semplicemente fatto parte di un team su una delle parti anatomiche del fossile insieme ad altri scienziati, ma ne sarei stato il responsabile, conducendo appunto lo studio sull’arto inferiore.
Il cambio di programma era avvenuto in modo del tutto inaspettato quel mio primo mattino alla Wits, quando ero riuscito a incrociare Jerry DeSilva, il responsabile del gruppo di cui avrei dovuto far parte, che originariamente era dedicato agli arti inferiori di Homo naledi incluso il piede. A causa di altri impegni, Jerry aveva potuto fermarsi a Johannesburg nelle due settimane precedenti l’inizio del workshop, ma quella sera stessa sarebbe ripartito per gli Stati Uniti. Mi aggiornò, dunque, velocemente sul suo lavoro spiegandomi che, avendo poco tempo a disposizione, si era concentrato sul piede, mentre per quanto riguardava gli arti inferiori si era limitato a fornire una prima descrizione del femore e della tibia. Fu a quel punto che mi propose di farmi carico di questa seconda parte dello studio in totale autonomia, utilizzando le sue descrizioni e proseguendo con la compilazione di quella della fibula. Ci saremmo sentiti in c...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il mistero di Homo naledi
  4. I. La sfida ha inizio
  5. II. Rising Star: la scoperta
  6. III. Sulle tracce africane delle origini dell’uomo
  7. IV. Nella Camera di Dinaledi: il recupero dei fossili
  8. V. Le ossa parlano
  9. VI. A Johannesburg per incontrare l’«uomo stella»
  10. VII. La rivincita della fibula, Cenerentola dello scheletro umano
  11. VIII. Una questione di cervello: il mistero della datazione e l’albero dell’evoluzione
  12. IX. L’enigma della sepoltura
  13. X. Quanto è davvero antico Homo naledi? Due ipotesi suggestive
  14. XI. L’evoluzione umana: questione di metodo?
  15. Conclusioni
  16. Letture consigliate
  17. Inserto fotografico
  18. Copyright