Finché siamo vivi
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Finché siamo vivi

  1. 324 pagine
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Informazioni su questo libro

Un sorriso da bambina illuminò il viso di Hama, e un brivido scosse Bo.

Durò solo un attimo, pochi secondi fragili, incantevoli, rubati alle ossessive esigenze della Fabbrica. Ma bastò a ricordarci una cosa essenziale: lo stesso fuoco che bruciava nel ventre dei forni ci bruciava ancora nelle vene. Contrariamente a quanto credevamo, non eravamo morti.

La Fabbrica è l'ultima rimasta in città: enorme, rumorosa, non si ferma mai. Produce materiale bellico e la guerra non aspetta. Lì lavorano Hama e Bo, operaia del turno di notte, lei, fabbro del turno di giorno, lui.

Si incontrano un mattino, mentre la sirena del cambio turno assorda tutti, e per entrambi è un colpo di fulmine. Da allora trascorrono insieme ogni istante libero, e la domenica diventa il loro giorno magico in un mondo cupo e disperato. La tragedia, però, è in agguato. Un'esplosione devasta la Fabbrica. E rischia di uccidere Hama, rimasta dopo la fine del turno per sostituire Bo, che quel giorno non si è presentato.

Il dolcissimo amore che li unisce rischia di finire in frantumi, come le finestre dell'intera città. Ma la forza di volontà, il senso di colpa e il coraggio guideranno Hama e Bo in un viaggio senza meta e pieno di incontri inattesi, alla ricerca delle risposte più difficili.

Con la grazia di una scrittura cesellata, un portentoso romanzo d'avventura narrato come una favola moderna.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852074271
Print ISBN
9788804663997

PRIMA PARTE

1

Il rumore e il silenzio

La sirena era appena suonata, annunciando l’alba. Cento operai, uomini e donne, si preparavano a cominciare, mentre altri cento, che avevano lavorato tutta la notte, abbandonavano lentamente i macchinari.
La nostra Fabbrica – l’ultima ancora in attività nel raggio di migliaia di chilometri – produceva materiali bellici. Al suo interno regnava un frastuono costante: putrelle di metallo battute, forate, tagliate, cigolii di argani e paranchi, sbuffo di pompe pneumatiche e ronzio di motori. E il tutto si ripercuoteva contro i pilastri che sostenevano l’immensa volta della sala macchine.
A che scopo lavoravamo?
Per quale guerra?
Non lo sapevamo.
Ubbidivamo soltanto a regole vaghe, offrendo la forza delle nostre braccia a invisibili capitani d’industria che non parlavano la nostra lingua. L’unica cosa che contava era la paga che riscuotevamo a fine settimana.
Hama faceva il turno di notte. Il viso grigio per la stanchezza, le mani irrigidite, la nuca dolorante, si era appena levata i guanti e il casco di protezione quando Bo venne avanti lungo la corsia centrale, tra le file di molatrici e laminatoi. Come paralizzata, lo guardò avanzare verso di lei, imponente, con quell’andatura disinvolta cui non eravamo ancora abituati. (Assunto il giorno prima, in seguito avremmo saputo che Bo veniva dal Nord, da una di quelle comunità di fabbri che la miseria buttava in mezzo a una strada.)
Quando furono faccia a faccia, il baccano parve attenuarsi, come se la neve avesse d’un tratto coperto i forni, i carriponte, le siviere, gli estrusori. Nessuno punzonava più, nessuno assemblava o saldava più. Avevamo tutti il cotone nelle orecchie.
Le loro mani si sfiorarono sotto i nostri occhi.
Un sorriso da bambina illuminò il viso di Hama, e un brivido scosse il corpaccione di Bo. Come se si fossero ritrovati dopo una lunga separazione.
Durò solo un attimo, pochi secondi fragili, incantevoli, rubati alle ossessive esigenze della Fabbrica. Ma bastò a ricordarci una cosa essenziale: lo stesso fuoco che bruciava nel ventre dei forni ci bruciava ancora nelle vene. Contrariamente a quanto credevamo, non eravamo morti.
Bo e Hama si rividero ogni mattina, al cambio turno. Appena suonava la sirena, Bo si inoltrava sotto la volta, con i suoi attrezzi e il casco. Correva, quasi. Subito Hama si girava verso di lui, spalancando le braccia per accoglierlo, e la stanchezza della notte svaniva.
I loro visi splendevano. E noi ne restavamo abbagliati.
La prima domenica in cui li avvistarono insieme fu sul lungofiume. Sotto un cielo sbiancato dalle piogge, camminavano mano nella mano, lei uno scricciolo appoggiato alla sua spalla. Un cane randagio li aveva seguiti. Ridevano. Dai loro gesti era facile capire che avevano passato la notte nello stesso letto, e dagli occhi che non ci avevano dormito molto.
Li videro di nuovo la domenica successiva, in Piazza Grande, sempre seguiti da quel randagio, un cagnetto color carbone senza un orecchio.
Un vento da nord ghiacciava le pozzanghere. Quella stessa mattina avevano raccattato due tizi congelati sotto un portico. Per tenersi caldi, quasi tutti gli operai della Fabbrica si erano radunati nei caffè che circondavano la piazza, gomito a gomito davanti al bancone. C’era chi si faceva qualche bicchiere, chi giocava a carte, chi scommetteva e tirava freccette contro la parete in fondo al locale. Oltre la vetrata, in un mondo a parte, Bo e Hama correvano.
Liberi, a capo scoperto, avevano trasformato Piazza Grande in un campo giochi, indifferenti al freddo e al vento. Volteggiavano, si abbracciavano, si lasciavano e poi si stringevano ancora, fra i latrati del cane che correva dall’uno all’altra. Il cappotto scuro di Hama sembrava danzare con la giacca a vento rossa di Bo.
A un certo punto, si vide Bo dare la scalata alla base della statua al centro della piazza. Hama si era fermata. Lo osservava.
Quella statua, cui nessuno prestava più attenzione, rappresentava un cavaliere in armi, un qualche generale in sella al suo cavallo, con la sciabola sguainata, coperto ormai da tempo da un abbondante strato di escrementi d’uccello. Agile e leggero, Bo si arrampicò fino in cima. Una volta là, si alzò in piedi e, in equilibrio sulle spalle del generale, le mani a megafono intorno alla bocca, si mise a gridare il nome di Hama tra le folate di vento. Lo sentimmo fin dentro i caffè. Lo sentimmo fin dentro le ossa.
«Hamaaa, Hamaaaa…»
Lei, tutta esile, le guance accese, saltellava di gioia ai piedi della statua.
All’improvviso, Bo perse l’equilibrio. Hama balzò in avanti, le braccia tese verso di lui, come se quel suo corpo da uccellino potesse attutire la caduta di un marcantonio del genere.
Bo si aggrappò alla sciabola del generale e, maliziosamente, rimase per un istante a dondolare nel vuoto prima di scoppiare a ridere. Offesa, Hama brontolò e finse di tenergli il broncio. Ma gli screzi tra innamorati non durano, e anche questo passò, breve come un acquazzone di primavera.
Alla fine, Bo si decise a scendere. Lo si vide scivolare pian piano lungo la pietra grigia, e lo sfolgorio della sua giacca a vento disegnò una lacrima rossa sulla guancia del cavallo.
Fu allora che il vecchio Melkior, occupato a bere un boccale di birra al bancone, si sentì pizzicare gli occhi sotto le sopracciglia cespugliose. Tossì. Sputò, e batté il bastone sul pavimento. Due volte.
Un silenzio inquieto scese sulla sala. Per un attimo, i giocatori di freccette non osarono muoversi.
«Piantala, Melkior!» lo rimproverò il proprietario del caffè. «L’ultima volta che ci hai preannunciato una catastrofe non è successo niente di peggio del solito…»
Si piegò verso il vecchio e gli servì un’altra birra.
«Non venirci a rovinare la domenica» si raccomandò. «È tutto quello che ci resta.»
Melkior appoggiò il bastone al banco. I suoi occhi si fecero opachi e il pizzicore sparì, ma gli tremavano le mani mentre afferrava il boccale. Lo sentirono mormorare: «Prima il rumore. Poi il silenzio. L’uno rivela l’altro… Vedrete!».
Dopodiché, con la sua aria da sfinge si girò verso la vetrata e rimase là a contemplare il cielo polveroso.
Quando Bo e Hama lasciarono Piazza Grande, calava la sera e tutto si tingeva di viola. Il giorno dopo, la Fabbrica assopita avrebbe ronzato di nuovo, pompando la nostra aria e il nostro sangue. Una cappa di tristezza cadde sui bevitori. Alcuni si misero a canticchiare canzoni sentimentali, rimpiangendo di non avere anche loro un amore da condividere. In quei tempi carichi di preoccupazioni, non eravamo più abituati alla felicità. Riuscivamo appena a sognarla.
Non molto tempo dopo, Titine Zampegrosse decise di riaprire il suo cabaret.
Lei non era più giovanissima e il suo locale, chiuso almeno da dieci anni, avrebbe avuto un gran bisogno di una bella mano di vernice. Ma la Titine non aveva perso il senso degli affari: subodorando la nostra voglia di divertirci, passò lo straccio, scosse i tappeti, imbottì qualche poltrona, richiamò un pugno di artisti disoccupati, e fece sapere che il Castoro Burlone avrebbe accolto la clientela tutti i giorni dalle diciannove all’alba, tè danzante la domenica pomeriggio.
La notizia fece il giro della Fabbrica in un batter d’occhio. Già dalla prima sera, gli operai e le operaie del turno di giorno si accalcarono lungo la viuzza lastricata all’ingresso del Castoro.
Bo, che aveva appena lasciato Hama davanti alla sua macchina, si trascinò insieme agli altri fin sulla porta del locale, per così dire. Sopportava sempre meno le lunghe separazioni, quelle settimane intere senza Hama, il letto vuoto in cui si rifugiava in attesa della domenica per potersi finalmente raggomitolare contro di lei. Aveva chiesto al caporeparto se fosse possibile cambiare turno, ma le regole della Fabbrica non erano fatte per compiacere gli innamorati, si era sentito rispondere. Quindi si trascinava, immusonito e con le mani in tasca, quando due suoi compagni lo tirarono per la manica.
«Forza, Bo! Vieni!»
«Ci divertiremo! Hama farebbe lo stesso se potesse!»
Com’era sua abitudine, Bo sorrideva, ma con quell’aria assente che prendeva ormai tutte le volte che si trovava lontano da lei.
«Grazie, ragazzi, ma non ne ho voglia. Preferisco tornare a ca…»
«Ci resti solo un pochino!» lo interruppe Ness. «Un piatto caldo, un boccale, e poi sei libero…»
«Libero come l’aria» confermò Malakie. «Parcheggia le chiappe là dentro, e piantala di sospirare.»
Ness e Malakie si erano affezionati a Bo; era escluso che lo lasciassero solo con la sua tristezza. Senza dargli il tempo di finire la frase, lo spinsero oltre le cortine di velluto all’ingresso del Castoro Burlone.
Bo era troppo sfinito per resistere, in ogni caso. Si strinse quindi tra i due su un sedile di pelle screpolata, mentre tre boccali atterravano sul tavolo di fòrmica.
Non avendo mai messo piede in un cabaret (non c’era niente per distrarsi, da dove veniva lui), Bo osservò la sala con curiosità. Era stretta e accogliente, illuminata da un lampadario antiquato che dondolava tra le correnti d’aria, minacciando di strappare metà soffitto. I listelli del parquet scricchiolavano sotto i passi delle cameriere – quattro o cinque ballerine in pensione venute a dare una mano a Titine – che ondeggiavano in mezzo a tavoli zoppi. C’erano manifesti affissi alle pareti con le puntine da disegno, foto di attori dai denti troppo bianchi, piante in vaso e, proprio in fondo, un sipario floscio che nascondeva un palcoscenico grande come un fazzoletto.
«A Titine Zampegrosse!» gridò qualcuno, sovrastando il vocio delle conversazioni.
Bo imitò Ness e Malakie che alzavano i loro boccali, e tutta la sala brindò allegramente alla salute della padrona del locale.
«Ti-tine! Ti-tine! Ti-tine!» scandirono gli anziani, battendo le mani.
L’oggetto di quelle acclamazioni non si fece pregare per molto. Un cerchio di luce si allargò sul palcoscen...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. PRIMA PARTE
  5. SECONDA PARTE
  6. TERZA PARTE
  7. QUARTA PARTE
  8. Epilogo
  9. Copyright