Il taccuino perduto. Un'inchiesta di Monsieur Proust
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Il taccuino perduto. Un'inchiesta di Monsieur Proust

  1. 372 pagine
  2. Italian
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Il taccuino perduto. Un'inchiesta di Monsieur Proust

Informazioni su questo libro

Siamo nel 1906, ho diciassette anni, sono pieno di energie, speranze e buoni propositi (quando si è un piccolo fattorino di diciassette anni che cerca di guadagnarsi da vivere e dimostrare le proprie capacità non si può che essere pieni di buoni propositi). Il mio signor Proust ne ha trentacinque e spera che io riesca a trovare il suo taccuino. Ce la metto tutta.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852073229
Print ISBN
9788804660576

Una passeggiata con il signor Proust

La magia sprigionata da quel grand’uomo investiva chiunque gli stesse accanto. Fui indotto a credere che potesse attraversare i muri e seguirmi anche quando lasciavo la sua stanza: il compagno di mia madre doveva stare via due giorni, ma il viaggio durò una settimana…
Dedicai quella settimana a mia madre, a commissioni banali, a preparare la domanda di lavoro che volevo consegnare al signor Bâtard perché la inoltrasse a uno dei suoi fratelli (ma invano, era partito anche lui) e a passare in hotel tutte le sere per ricevere sempre la stessa risposta da Massimo: «Don Proust è occupato, torna dimane». La prima sera aggiunse: «Ha detto allo sceff di prepararti tutt’e juorni ’na marenna. Scinne int’a cucina, pigliatella e quando torni nun te scurdà ’a parte mia».
Così scendevo in cucina, il cuoco mi dava un sacchetto di carta pieno di manicaretti, ne davo metà al signor Minimo e infilavo il resto nella borsa a tracolla per mangiarlo insieme alla mia cara mamma. Dopo sei giorni di attesa, venni a sapere che il signor Proust chiedeva di vedermi l’indomani a mezzogiorno.
«Ma, signor Massimo, è troppo presto per lui…»
«Ha prenotato ’na machina con lo sciaffor per mezzogiorno, sii puntuale. Uè, ’na camminata cu ’nu cliente prende tempo, fatti dare ’na bella mazzata che poi facimm’ a metà.»
Era convinto che un vantaggio acquisito grazie al suo intervento dovesse essere ricompensato a vita. Quel giorno provai a ribellarmi. Non volendo rovinarmi la fine del soggiorno a Bersaglia (così chiamava Versailles il grasso portiere), risposi: «Mica mi dà la mancia, non gliela chiedo» e tornai da mia madre senza passare per la cucina. Niente provviste per Massimo né per me e la mamma, spesso il prezzo della vendetta è più alto dei risultati ottenuti…
L’indomani, a mezzogiorno meno cinque, ero davanti all’albergo. Alle dodici e cinquantacinque (per il signor Proust, avere un’ora di ritardo voleva dire essere puntuale), un’automobile coperta (c’era il sole ma faceva freddo) uscì dal cortile e si fermò in strada. Davanti sedeva un autista con berretto, dietro un signore grasso in cappotto chiaro e bombetta, con il collo avvolto nella sciarpa e le mani in un enorme manicotto.
L’uomo grasso mi fece un cenno dal finestrino, aprii la portiera e mi sedetti accanto a lui. L’auto si mise in moto rombando, Massimo agitò il braccino verso di noi come se partissimo per il Polo. Ma non aveva poi tutti i torti, era il mio primo viaggio in automobile. Lo dissi al signor Proust (lui e l’uomo grasso erano la stessa persona, anche se nessuno l’avrebbe mai detto), che si affrettò a canticchiare «Questo è il mio primo viaggio», stupendosi che non lo seguissi.
«Avete frequentato Massenet e non conoscete la sua Manon? Capisco, vi rifiutate di cantare insieme a una Manon grassa come me!»
«No, signore, è che non conosco quest’opera.»
«Ma avrete senz’altro indovinato dove stiamo andando…»
«Al Borgo della Regina?»
«Oh, complimenti! Anche se mi domando se faccia abbastanza caldo in quest’auto per una spedizione invernale così lunga e rischiosa…»
Nell’abitacolo faceva caldissimo, l’aria era appesantita da un olezzo di suffumigi e da odore di carta bruciata. Il magro signore, ingrassato a forza di indumenti sovrapposti, aveva i piedi appoggiati su una scatola avvolta in una coperta che conteneva due mattoni caldi, e le mani infilate in un manicotto il cui volume era dovuto alla presenza di un altro mattone caldo avvolto nella carta di giornale. Fu lui a spiegarmelo.
«Mi scaldo come posso e mi rallegro della gita che faremo insieme, la definirei “meritata” perché ho lavorato molto dopo il nostro ultimo incontro, non bene ma molto. Ho anche visto qualche amico e tentato di accelerare la sistemazione del mio nuovo appartamento, la tredicesima fatica di Ercole, una preoccupazione continua. E voi, piccolo caro, che cosa avete fatto? La mamma sta bene, i clienti continuano a pizzicarvi i giovani bicipiti, il capo continua a baciarvi assiduamente le belle guance?»
Fortunatamente, un vetro ci separava dall’autista, non avrei gradito che sentisse le ultime due domande… Stavo per rispondere con cautela, ma la cautela non fu necessaria, prima che potessi aprire bocca, quel grande osservatore che era il mio compagno di viaggio iniziò a commentare gli esotici paesaggi che attraversavamo durante la nostra odissea.
«Vedete, a causa della velocità le file di case corrono come fondali teatrali da una parte all’altra degli oblò del nostro Nautilus a quattro ruote, avete letto Jules Verne?» Inutile rispondere, il grasso viaggiatore non mi avrebbe ascoltato. «Presto appariranno le colonne rosa del Grand Trianon, tanto care al mio amico Montesquiou, le supereremo coraggiosamente, scenderemo dall’auto davanti al bel cubo del Petit Trianon e ci dirigeremo a piedi verso il Borgo. Mi guiderete verso la zona vietata del giardino e là…»
«Mi scusi, signore, ma ci sono stato solo una volta…»
«Ho preso una mappa dalla biblioteca dell’albergo, non ci perderemo. Probabilmente non incontreremo Maria Antonietta, ma almeno vedremo ciò che ha visto con i suoi occhi, e anche ciò che non ha fatto in tempo a vedere, viali deserti, tritoni verdastri che sputano acqua invisibile in fontane ricoperte di muschio, boschetti in cui non risuonano più le cesoie di diligenti giardinieri, le risate dei bambini, il belare delle pecore, le campanelle delle capre, il passo svelto di Fersen che corre dalla regina…» Tempo dopo mi spiegò chi era Fersen. «E non vedremo nemmeno le guardie in uniforme, i valletti in livrea, le dame in abiti fruscianti, i nobiluomini in cappa e tricorno, ma forse vedremo il volto butterato che spaventò a morte miss Moberly e miss Jourdain, probabilmente il volto di un custode pagato dai cultori delle feste in maschera per chiudere un occhio sulle loro attività illecite. Speriamo voglia fare lo stesso con noi quando gli mostreremo “il nostro lasciapassare”, espressione affascinante, in altre parole quando “ungeremo qualche ruota”, espressione volgare per designare un’azione che si rivela spesso molto utile…»
Scorgemmo il Grand Trianon dagli oblò, ci fermammo nel cortile del Petit Trianon, il baffuto autista parcheggiò l’auto e i coraggiosi esploratori del passato si diressero verso il Borgo.
C’erano pochi turisti, ma avvicinandoci ne scorgemmo altri. L’uomo asmatico respirava con una facilità che non gli riconoscevo, era felice e pensieroso, di tanto in tanto si fermava a fissare un luogo come se lo fotografasse nel pensiero, poi riprendeva a camminare con una rapidità di cui non lo credevo capace. Giunti vicino a un cumulo di grosse pietre, mi ricordai che si chiamava Rocher, ci fermammo per una sosta sul ponticello di legno che oltrepassa il fiume e la mia guida mi mostrò un piccolo edificio di fronte a noi.
«Sapete perché il grazioso edificio là in alto è chiamato Belvedere? Perché gli appassionati di giardini hanno sempre desiderato offrire ai visitatori una bella visuale sul paesaggio circostante, una visione dall’alto che li cogliesse alla sprovvista. Il concetto di punto di vista mi interessa molto.»
All’improvviso sembrava affaticato, estrasse dalla tasca una brochure e la consultò.
«Da qui non si riesce a scorgere un’altra bella costruzione, il tempio dell’Amore, lo conoscete? Vorrei che l’amore fosse accessibile da tutti i lati, rotondo, trasparente e tranquillo come quel tempio, vorrei anche poterlo raggiungere ma, purtroppo, a giudicare dalla piantina, la parte abbandonata del parco sembra ancora distante, perdonatemi se mi tiro indietro. Ma anche qui vicino c’è un luogo che ci farà sognare l’amore, la grotta che la regina Maria Antonietta fece costruire, dicono, per incontrare di nascosto un ufficiale svedese del quale era innamorata, quel Fersen di cui vi parlavo. Andiamoci.»
Dimenticando la stanchezza ma non il percorso indicato dalla mappa, si diresse senza indugi verso un gruppo di alberi spogli non diversi dagli altri. Li costeggiammo e scendemmo lungo un pendio fangoso. Di fronte a noi si ergeva un ammasso di pietre coperte di muschio, protette da un cancello, tentai di aprirlo ma era chiuso con un catenaccio.
«Vedete come sono interessanti le passeggiate, pensavate che ci fossimo persi e invece eccoci di fronte al nostro obiettivo. Se fossimo arrivati da un’altra strada, gli alberi ci avrebbero nascosto l’entrata della grotta e non avremmo visto il luogo che forse ospitò gli amori di una regina… Solo d’estate, immagino, che freddo e che umidità! Il cancello è chiuso, che fare?»
Aveva appena formulato la domanda quando si produsse uno dei piccoli miracoli che accadevano quasi sempre in sua presenza. Apparve un uomo, alto il doppio di me, aveva un’uniforme blu con i bottoni di metallo, il volto sfigurato dal vaiolo e fumava la pipa.
«Ecco il temibile conte delle nostre miss, amico postumo di Maria Antonietta! Il suo costume non è certo d’epoca ma è comunque un po’ militaresco, e in effetti ha il volto ridotto a un “colabrodo”… Andiamo ad affrontare Cerbero sulla soglia degli inferi.»
Prima di darmi le informazioni necessarie per capire chi fosse questo Cerbero (come ricorderete, il mio mentore era appassionato di mitologia), il grasso turista si tolse i guanti per prendere qualcosa dalla tasca, avanzò verso il gigante, alzò la testa e si rivolse a lui.
«Vi auguro buongiorno, signor custode. Prendete questa banconota per bere un bicchiere alla nostra salute al termine del servizio e procurarvi del tabacco quando avrete la bisaccia vuota.»
Allungò un biglietto da cinquanta franchi al custode (all’epoca, non esistevano tagli più piccoli), l’equivalente di mesi e mesi di bevute e fumate. Quella somma avrebbe dovuto addolcire l’espressione spaventosa del suo viso, ma lo sguardo rimase duro, acceso da un occhio, sospettoso dall’altro.
«I signori hanno bisogno di qualcosa?»
«Sì, buon uomo. Vorremmo visitare la Grotta della Regina, potreste aprire il cancello?»
«Potrei ma non sono tenuto a farlo. A quest’ora, la grotta è chiusa al pubblico.»
«Non sareste tenuto nemmeno ad accettare mance, ridatemi quella che vi ho dato o fate ciò che vi ho chiesto.»
Il cerbero strinse la banconota nell’enorme mano, si erse in tutta la sua altezza e ci investì con il suo sguardo glauco. Ho detto che spesso il comportamento di Marcel Proust non coincideva con il suo aspetto e i suoi modi, ma non potevo ancora sapere fino a che punto. Quell’essere malaticcio era l’energia fatta persona, quell’essere sensibile era un coraggioso, persino un temerario che si era battuto a duello. A quel tempo lo ignoravo, ma capii che non avrebbe rinunciato a reclamare la sua banconota se il custode non gli avesse aperto il cancello.
Il cacciatore di pelli dell’Alaska, ricoperto di cappotti sovrapposti, vestito come un grosso galletto a pelo raso, si accarezzava il bastone, il conte non aveva affatto l’aria di uno che si lascia intimidire, benché avessimo a che fare con la vera legge del più forte, quella del più ricco.
«Vi apro solo per cinque minuti. Se vi rompete qualcosa, non è colpa mia, se vi trattenete più a lungo, me ne frego e chiudo il cancello.»
Il cerbero estrasse la chiave, la girò nella serratura e si allontanò, stringendo la banconota nel pugno infilato in tasca e la pipa tra i denti. Entrammo, facendo attenzione a non “romperci qualcosa”.
Abbagliati dal sole, all’inizio non vedemmo quasi niente. Io camminavo davanti, facendo strada come potevo all’intrepido cacciatore. Arrivammo presto in un piccolo spiazzo circolare. Nei muri di pietra c’erano delle aperture che consentivano di vedere all’esterno.
«Guardate, da quella posizione si può facilmente scorgere chiunque si avvicini alla grotta dall’esterno e avvisare chi si nasconde all’interno. Si dice che la regina desse appuntamento qui al bel Fersen, ma non poteva abbandonarsi alle effusioni e sorvegliare l’esterno contemporaneamente, probabilmente aveva qualcuno che la accompagnava, come tutte le regine di ieri e di oggi. E dunque non credo che i loro rapporti si spingessero molto oltre, né che potessero trattenersi molto a lungo in questi luoghi malsani. Andiamocene.»
Il cancello era ancora aperto e, quando uscimmo, il custode era scomparso. I nostri occhi non erano più abituati alla luce, se una donna ci fosse passata davanti, in cappotto lungo e cappello, non saremmo riusciti a vederla in volto. Faceva più freddo fuori che nella grotta, il sole faticava a penetrare attraverso i rami, avremmo visto un’ombra muoversi tra gli alberi e avremmo potuto credere all’agghiacciante passaggio di uno spettro.
«Non c’era bisogno di inoltrarsi nella zona abbandonata del parco per provare la sensazione di estraneità che ha turbato le nostre amiche, nevvero?
«I pochi uccelli che si sentivano arrivando sono volati via, il sole sta sparendo dietro gli alberi, la temperatura si è abbassata, sta calando la notte, eccoci nell’inquietante interregno di cui parlano gli antichi, l’oscuro spazio che separa la terra abitata dai vivi dall’inferno abitato dai morti, custodito dall’“orribile” cane Cerbero…»
Avevo imparato chi fosse il personaggio citato per la seconda volta in pochi minuti, mentre l’ortografia che ho usato per scrivere “orribile” ha lo scopo di sottolineare il modo in cui il signor Proust pronunciava quella parola, a volte con la r arrotata per esprimere vero orrore, a volte con la r moscia per imitare i suoi amici: “Ho appena ricevuto la ragazza di cui vi parlavo, secondo lei il mio amico Untel dice solo ovvori sulle persone, è rripugnante! … Purtroppo è vero, ma detesto che qualcuno si comporti in modo vipugnante con i miei amici, ho detto a quella donna che non stavo bene e l’ho accompagnata io stesso alla porta!”.
«Versailles è un cimitero popolato di ombre illustri, le inglesi hanno studiato greco, me l’hanno detto, entrando nel parco devono essersi per forza ricordate dei fantasmi dell’antichità. Erano pronte a vedere il passato e l’hanno visto, bastava poco, un bosco incolto, un po’ meno luce, qualche tricorno, qualche abito, un custode prezzolato vestito con una cappa di seconda mano per completare il quadro, e “il gioco è fatto”. Vedete che mi sto definitivamente convincendo della vostra ipotesi, caro Noël, le nostre miss non hanno incontrato altro che innocui appassionati di ricostruzioni storiche. Erano preparate a vedere i fantasmi dalle leggende che circolano nel loro paese, più ancora dei vestiti a noleggio sono stati i luoghi a dare realtà a quei personaggi, una semplice donna di oggi seduta davanti a un castello è potuta diventare la regina in persona, con il bel capo ricoperto da un banale cappello di paglia…»
Ci affrettammo verso i viali ancora soleggiati per compiere il nostro ritorno alla vita. L’“orribile” cerbero non era lontano, si avvicinò con uno sguardo che i libri mediocri che tanto divertivano Marcel Proust avrebbero definito losco e torvo. Chiesi al mio compagno se il suo bastone da passeggio fosse una spada, mi rispose ridendo: «Certo che no!». Il conte si fermò davanti a noi, butterato, beffardo e minaccioso.
«Allora, ve la siete spassata? Credo che il mio silenzio meriti un’altra banconota, non vi pare?»
L’uomo stretto nello spesso cappotto barcollò e, nella luce dorata del tramonto, si fece così pallido che lo credetti sul punto di svenire. Si riprese, sollevò il bastone e si scagliò sul custode. L’uomo pensò che si trattasse di un bastone anim...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il taccuino perduto
  4. Primo incontro con il signor Proust
  5. Il caso del taccuino perduto
  6. Seguito del caso del taccuino perduto
  7. Il caso del taccuino perduto, primo finale
  8. Una cena con il signor Proust
  9. Inizio del caso della borsa smarrita
  10. A proposito delle avances di alcuni gentiluomini d’inizio Novecento
  11. Una cena con il signor Proust, seguito e finale
  12. Ripresa del caso della borsa smarrita
  13. Seconda cena con il signor Proust
  14. Seguito del caso della borsa smarrita
  15. Primo finale del caso della borsa smarrita
  16. Un tè con il signor Proust
  17. Comparsa della misteriosa donna del parco
  18. Il caso della misteriosa donna del parco, seguito
  19. Il caso della misteriosa donna del parco continua
  20. Intermezzo musicale imprevisto
  21. Intermezzo di pasticceria
  22. Il caso delle inglesi nel parco di Versailles
  23. La collera del signor Proust
  24. Una splendida mattinata con mia madre
  25. Dopo la collera del signor Proust
  26. Riti di riconciliazione
  27. Ritorno al caso delle inglesi
  28. Chiusura del caso delle inglesi
  29. I piaceri e le notti
  30. Una passeggiata con il signor Proust
  31. Nuova sparizione del taccuino
  32. Delitto all’hotel
  33. Delitto all’hotel, seguito
  34. Il caso del delitto all’hotel continua
  35. La sparizione del taccuino è legata al delitto?
  36. Dove appare evidente che il taccuino è stato rubato
  37. Il caso del taccuino rubato continua
  38. Invito a riflettere con il signor Proust
  39. Comparsa di un nuovo investigatore
  40. Ritorno al delitto dopo un intermezzo musicale
  41. L’indagine sul delitto all’hotel continua
  42. Bastano due aggettivi per risolvere un enigma poliziesco?
  43. Un enigma poliziesco risolto grazie a due aggettivi, finale
  44. Primo finale del caso del delitto all’hotel
  45. Ritorno all’hotel, ultimo dramma
  46. Dramma nella stanza del signor Proust
  47. Dramma nella stanza del signor Proust, seguito e finale
  48. La felicità degli altri
  49. Addio a Versailles
  50. Delitto all’hotel, un anno dopo
  51. Comparsa di un nuovo personaggio e finale
  52. Ringraziamenti
  53. Copyright