L'ultima stella
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L'ultima stella

  1. 324 pagine
  2. Italian
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L'ultima stella

Informazioni su questo libro

Gli Altri sono il nemico. Il nemico è dentro di noi. Anzi, no, non c'è. Il nemico è quaggiù, è lassù, non è da nessuna parte. Vuole la Terra, vuole aiutarci a non perderla. È venuto qui per eliminarci, è venuto qui per salvarci.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804664277
eBook ISBN
9788852074394
1

“CERTO CHE TI FACCIO UN PO’ DI COMPAGNIA”

“Questo è il mio corpo.”
Nella sala più bassa delle grotte il prete solleva l’ultima ostia – la sua scorta è finita – verso le formazioni che gli ricordano le fauci di un drago pietrificato a metà ruggito. Protuberanze che, alla luce della lampada, sembrano denti dai riflessi rossi e gialli.
La catastrofe del sacrificio divino per mano sua.
“Prendete e mangiatene tutti…”
Poi il calice con le poche gocce di vino rimaste.
“Prendete e bevetene tutti…”
Mezzanotte di fine novembre. Il gruppetto di superstiti resterà nascosto al caldo nelle grotte fino a primavera. Le provviste non mancano. L’epidemia non fa vittime da mesi. Il peggio sembra passato. Lì sono al sicuro, perfettamente al sicuro.
“Confidando nel tuo amore e nella tua misericordia, mi nutro del tuo corpo e del tuo sangue.”
I suoi sussurri echeggiano nell’antro. Scalano le pareti scivolose e risalgono svelti l’angusto passaggio che porta alle sale superiori, dove gli altri profughi sono caduti in un sonno agitato.
“Fa’ che non siano latori di condanna, ma di salute spirituale e fisica.”
Non c’è più pane, non c’è più vino. È la sua ultima comunione.
“Possa il corpo di Cristo donarmi vita eterna.”
La cialda rafferma gli si ammorbidisce sulla lingua.
“Possa il sangue di Cristo donarmi vita eterna.”
L’alcol inacidito gli brucia la gola.
Dio nella sua bocca. Dio nel suo stomaco vuoto.
Il prete piange.
Versa un po’ d’acqua nel calice. Gli trema la mano. Beve il prezioso sangue mischiato all’acqua, poi pulisce il calice con il purificatoio.
Fine. Il sacrificio eterno è giunto al termine. Il prete si asciuga le guance con lo stesso panno che ha usato per il calice. Le lacrime dell’uomo e il sangue di Dio inseparabili. Non è una novità.
Il prete passa il purificatoio sulla patena, poi lo infila nel calice e mette via tutto. Si toglie la stola verde dal collo, la piega con cura, la bacia. Ha amato ogni aspetto della vita da prete. In particolare la messa.
Il collarino, umido di sudore e lacrime, gli sta largo: ha perso sette chili da quando, allo scoppio dell’epidemia, ha abbandonato la sua parrocchia per incamminarsi verso le grotte a nord di Urbana. Lungo i centosessanta chilometri di tragitto si sono unite a lui molte persone: in totale più di cinquanta, ma trentadue sono morte prima di arrivare a causa dell’infezione. Quando la loro ora si avvicinava, lui celebrava la messa. Cattolici, protestanti o ebrei, non faceva differenza: “Possa il Signore nel suo amore e nella sua misericordia aiutarti…”. E tracciando con il pollice una croce sulla loro fronte calda: “Possa il Signore che libera dal peccato salvarti…”.
Il sangue che stillava dai loro occhi si mescolava con l’olio che lui passava sulle loro palpebre. E intanto il fumo si spandeva sui campi e si acquattava nei boschi e formava sulle strade uno strato simile a quello del ghiaccio sui fiumi languidi nel cuore dell’inverno. Incendi a Columbus. Incendi a Springfield e Dayton. A Huber Heights e London e Fairborn. A Franklin e Middletown e Xenia. Di sera la luce delle migliaia di roghi dava al fumo un colore arancione scuro e il cielo sprofondava fino ad arrivare a pochi centimetri dalle loro teste. Il prete si trascinava nel paesaggio di brace tenendo una mano tesa in avanti e l’altra premuta con uno straccio su naso e bocca, mentre sul viso gli scendevano lacrime di protesta. Aveva sangue incrostato sotto le unghie rotte, nelle pieghe delle mani e sulle suole delle scarpe. “Manca poco” diceva per incoraggiare i suoi compagni. “Non vi fermate.” A un certo punto qualcuno l’aveva ribattezzato Padre Mosè perché, dall’oscurità del fumo e delle fiamme, stava guidando il suo popolo verso la Terra Promessa delle “grotte più colorate dell’Ohio!”.
Ovviamente, giunti a destinazione, avevano trovato ad accoglierli altri sopravvissuti. Il prete se lo aspettava. Le grotte non vanno a fuoco. Non vengono scalfite dalle condizioni meteo. Soprattutto, sono facili da difendere. Con l’Arrivo erano divenute le mete più apprezzate, dopo le basi militari e gli edifici governativi.
Alle scorte avevano già provveduto: acqua e alimenti non deperibili, coperte e bende e medicinali. E armi, naturalmente, carabine, pistole, fucili e un’infinità di coltelli. I malati venivano tenuti in quarantena nel centro informazioni in superficie, su letti da campo sistemati tra gli scaffali del negozio di souvenir, e ogni giorno il prete li andava a trovare e ci scambiava due chiacchiere, pregava, li faceva confessare, dava la comunione e sussurrava loro le cose che volevano sentirsi dire: “Per sacrosancta humanae reparationis mysteria… Per i sacri misteri della redenzione umana…”.
Erano morti in centinaia prima che l’epidemia si esaurisse. Per cremarli, era stata scavata una fossa larga tre metri e profonda il triplo a sud del centro informazioni. Il fuoco ardeva giorno e notte, e l’odore di carne bruciata era diventato così normale che nessuno ci faceva più caso.
Adesso è novembre e nella sala più bassa il prete si alza in piedi. Non è alto, ma deve stare un po’ curvo per non sbattere la testa contro la volta e i denti di pietra di cui è irto il palato del drago.
“La messa è finita, andate in pace.”
Lascia lì il calice e il purificatoio, la patena e la stola. Sono reperti ormai, manufatti di un’era che scivola nel passato alla velocità della luce. “Siamo partiti come uomini delle caverne” pensa il prete mentre si fa strada verso l’esterno, “e alle caverne siamo tornati.”
Anche il viaggio più lungo è un cerchio e la storia avrà sempre fine nel punto in cui ha avuto inizio. Lo dice anche il messale: “Ricordati che polvere sei e polvere ritornerai”.
E il prete risale come chi, dopo un tuffo, battendo i piedi si affretta verso la cappa del cielo che luccica oltre il pelo dell’acqua.
Lungo lo stretto cunicolo che serpeggia dolcemente tra le pareti gocciolanti di umidità, il pavimento di pietra è liscio come una pista da bowling. Solo pochi mesi prima, di lì passavano bambini in gita scolastica che, procedendo in fila indiana con le dita sulla superficie delle rocce, scrutavano le ombre addensate nelle fenditure in cerca di mostri. Erano ancora abbastanza piccoli da poterci credere.
E il prete risale come un leviatano dagli abissi senza luce.
Per uscire, deve superare il Giaciglio del cavernicolo e il Re di cristallo, entrare nella sala principale, l’area in cui i profughi trascorrono la maggior parte del tempo, e infine attraversare il Palazzo degli dei, la zona delle grotte che gli piace di più, dove formazioni cristalline brillano come schegge congelate di luce lunare e il soffitto si increspa in una serie di forme sensuali che ricordano onde pronte a infrangersi sulla costa. Lì, in prossimità della superficie, l’aria si fa più fine, asciutta e pervasa dal fumo degli incendi che continuano a consumare il mondo.
“Dio, benedici queste ceneri, che stiamo per imporre al nostro capo riconoscendo che il prezioso corpo tornerà in polvere.”
Gli girano in testa spezzoni di preghiere. Frammenti di canti. Litanie e benedizioni. La formula dell’assoluzione: “Dio ti conceda il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati…”. E parole della Bibbia: “Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre”.
L’incenso arso nel turibolo. La morbida luce primaverile scomposta dalle vetrate istoriate. Lo scricchiolare dei banchi durante la funzione domenicale, simile a quello dello scafo di un antico vascello in mezzo al mare. Il ritmo solenne delle stagioni, il calendario che ha regolato la sua esistenza da quando era in fasce: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua. Sa di aver amato le cose sbagliate, i riti e le tradizioni, il fasto e l’artificiosità che molti, dall’esterno, rimproveravano alla Chiesa. Adorava la forma, non la sostanza; il pane, non il corpo.
Ma questo non l’ha reso un cattivo prete. È sempre stato pacato, umile e fedele alla sua vocazione. Provava gioia nell’aiutare gli altri. Quelle settimane nelle grotte sono state tra le più appaganti della sua vita. La sofferenza, naturale per chi vive nella paura e nello smarrimento, nel dolore e nel lutto, aiuta a comprendere Dio, che in quella mangiatoia ci è nato. “Gira la moneta della tribolazione” pensa il prete, “e vedrai il suo volto.”
All’ingresso sopra il Palazzo degli dei siede una sentinella: il suo fisico massiccio si staglia contro la nebbia di stelle al di fuori. Il cielo è stato completamente ripulito da un forte vento settentrionale anticipatore dell’inverno. L’uomo porta un berretto da baseball calcato sulla fronte e un giubbotto di pelle consumato. Ha un binocolo in mano e un fucile appoggiato sulle gambe.
Fa un cenno di saluto al prete. «Dov’è il suo cappotto, Padre? Stanotte fa freschino.»
Il prete sorride fiacco. «L’ho prestato ad Agatha, ahimè.»
L’uomo gli esprime il suo sostegno con un grugnito. Agatha è la lagnona del gruppo. Ha sempre freddo. Ha sempre fame. Ha sempre qualcosa che non va. L’uomo si porta il binocolo agli occhi e scruta il cielo.
«Ne hai visti altri?» chiede il prete. Hanno avvistato il primo oggetto grigio a forma di sigaro una settimana prima: è rimasto per diversi minuti sospeso immobile sopra le grotte e poi, muovendosi rapido e silenzioso in verticale, si è allontanato fino a ridursi a un puntino che si è perso nel vasto azzurro. Due giorni dopo ne è comparso un altro – o forse era lo stesso – che è passato su di loro senza un rumore e poi è svanito all’orizzonte. Sull’origine di quegli strani aggeggi volanti non c’erano dubbi: la gente delle grotte sapeva che non erano terrestri. Ma a cosa servissero era un mistero, e questo spaventava.
L’uomo abbassa il binocolo e si stropiccia gli occhi. «Cos’ha, Padre? Non riesce a dormire?»
«Oh, ultimamente non dormo un granché» risponde il prete. Poi aggiunge: «Troppe cose da fare». Non vuole che l’altro pensi che si sta lamentando.
«Non ci sono atei in trincea.» La frase fatta resta nell’aria come l’odore di rancido.
«E nemmeno nelle grotte» dice il prete. Da quando l’ha conosciuto, si è sforzato di familiarizzare con lui, ma l’uomo è una stanza chiusa con la porta ben serrata dalla rabbia, dal cordoglio e dal terrore senza speranza dei condannati con i giorni contati. Sono mesi che non c’è modo di sottrarsi alla realtà. Per alcuni la morte è la levatrice della fede. Per altri, il boia.
L’uomo tira fuori dal taschino un pacchetto di gomme da masticare, ne scarta una con cura e se la infila in bocca piegandola. Conta quante gliene restano e poi rimette il pacchetto al suo posto. Al prete non ne offre.
«È l’ultimo» dice a mo’ di spiegazione. Si sistema sulla pietra fredda.
«Capisco» risponde il prete.
«Ah sì?» Il movimento ritmico delle mascelle che masticano è ipnotico. «Davvero?»
Il pane raffermo, il vino inacidito: se li sente ancora sulla lingua. Avrebbe potuto spezzare il pane, avrebbe potuto condividere il vino. Non era costretto a celebrare la messa da solo. «Credo proprio di sì» risponde il piccolo prete.
«Io no» ribatte l’uomo con calma e deliberazione. «Io non credo a un bel cazzo di niente.»
Il prete arrossisce. La sua risatina imbarazzata somiglia allo scalpiccio dei piedi di un bimbo che corre su per le scale. Si tocca il collarino con fare nervoso.
«Quando è andata via la corrente, credevo che sarebbe tornata» dice l’uomo. «Lo credevano tutti. La corrente va via, la corrente torna. È fede, no?» Morde la gomma, lato sinistro, lato destro, spostando l’ammasso verde di qua e di là con la lingua. «Poi dalle coste è giunta voce che le coste non esistevano più. Adesso Reno si affaccia sul mare. Vabbè, e allora? Non è mica la prima volta che viene un terremoto. O uno tsunami. Che ce ne facciamo di New York? Cos’ha di tanto speciale la California? Ci riprenderemo. Ci riprendiamo sempre. Io ci credevo.»
Annuisce tra sé e sé con lo sguardo rivolto verso il cielo notturno e le sue luci fredde. Occhi in alto, voce bassa. «Poi la gente ha cominciato ad ammalarsi. Antibiotici. Quarantena. Disinfettanti. Ci siamo messi ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’ULTIMA STELLA
  4. La ragazza che sapeva volare
  5. 1. “Certo che ti faccio un po’ di compagnia”
  6. 2
  7. 3. RINGER
  8. 4
  9. 5
  10. Prima parte. PRIMO GIORNO
  11. Seconda parte. SECONDO GIORNO
  12. Terza parte. TERZO GIORNO
  13. Quarta parte. L’ULTIMO GIORNO
  14. MARBLE FALLS
  15. Copyright