Il tonglen (letteralmente: "dare e ricevere") è un'antica pratica meditativa del buddhismo tibetano che insegna a coltivare l'amore e la compassione. È un addestramento per fare del cuore un guerriero al servizio della gentilezza che insegna a non rifuggire il dolore e il disagio ma anzi ad accoglierli pienamente per sfruttarne le potenti energie.
Questo libro è una guida pratica al tonglen, per capirlo e conoscerlo in profondità. È un libro che aiuta a trovare la tenerezza al centro della propria gioia e del proprio dolore e che insegna la salvezza, l'audacia, il coraggio e la fiducia nel fatto che sbagliare fa onorevolmente parte del percorso.

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Come risolvere le proprie nevrosi con il buddhismo e la meditazione del tonglen
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Come risolvere le proprie nevrosi con il buddhismo e la meditazione del tonglen
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Theology & ReligionCategoria
Religion1
Tonglen nella vita quotidiana
Tutti gli esseri senzienti senza eccezioni possiedono bodhicitta, l’innata tenerezza del cuore, la naturale tendenza ad amare e ad avere cura degli altri. Ma nel corso del tempo, per evitare di provare dolore e disagio, abbiamo eretto solide barriere che ricoprono la nostra tenerezza e la nostra vulnerabilità. Come risultato, sperimentiamo spesso un senso di alienazione, proviamo rabbia, aggressività e ci sembra che la nostra vita sia senza senso, sia a livello individuale che collettivo. In un certo modo, ricercando la felicità, ci siamo involontariamente creati maggiore sofferenza.
Il tonglen, o la pratica di inviare e prendere, capovolge questo processo di indurimento e di chiusura, coltivando l’amore e la compassione. Nella pratica del tonglen, invece di rifuggire il dolore e il disagio, li riconosciamo e li accogliamo totalmente. Anziché indugiare nei nostri problemi, ci mettiamo nei panni degli altri e comprendiamo la nostra comune umanità. Allora, le barriere cominciano a dissolversi, il cuore e la mente iniziano ad aprirsi.
Prima di presentare la pratica formale del tonglen, mi piacerebbe parlare di alcuni modi in cui includere la prospettiva del tonglen nella vita quotidiana. Dopotutto, ciò che conta veramente è come conduciamo la nostra vita, con maitri e compassione sia per noi stessi sia per gli altri. Inoltre, se vi addestrate nella visione del tonglen quotidianamente, la pratica formale diventerà molto più naturale.
Trungpa Rinpoche invitava i suoi studenti a vivere la propria vita come un esperimento, in altre parole, li invitava a investigare, a essere aperti e senza aspettative, a stare a vedere che cosa accade e a imparare dall’esperienza. Perciò, spesso suggerisco agli studenti di scegliere un periodo di tempo limitato, per esempio tre mesi o un anno, per lavorare con l’approccio del tonglen, per scoprire che effetto abbia sulla loro vita. Ma non pensiate di poter perfezionare la pratica in un periodo tanto breve. La pratica del tonglen dura tutta la vita.
La meditazione seduta
Praticare ogni giorno la meditazione seduta, o shamatha-vipashyana, è un buon modo per cominciare ad addestrarsi nell’atteggiamento del tonglen. È un modo per esaminare il proprio stato mentale, un po’ come guardarsi allo specchio. La pratica seduta coltiva sia bodhicitta assoluto sia relativo. Come pratica di bodhicitta assoluto, ci insegna a non aggrapparci ai pensieri e alle emozioni come se fossero solidi. Come pratica di bodhicitta relativo, ci insegna maitri e compassione per noi stessi.
Generalmente, non è una buona idea cominciare con la pratica formale del tonglen, finché non si ha una radicata esperienza della meditazione seduta. In particolare, è necessario coltivare la saldezza, il coraggio e la pazienza per sedere con qualsiasi cosa sorga durante la meditazione. Altrimenti, potreste finire catapultati giù dal vostro cuscino per le emozioni che il tonglen suscita. Per questa ragione, si consiglia sempre di iniziare e di concludere con la meditazione seduta quando si pratica il tonglen.
Anche se non siete seduti sul cuscino o in una sala di meditazione, potete sperimentare la pratica della presenza mentale e della consapevolezza. Potete usarla come uno strumento per entrare in contatto con quello che sentite nel momento presente. Per esempio, quando sono sola o mi trovo in un ambiente tranquillo, mentre passeggio nei boschi, o guardo fuori dalla finestra, o sono seduta su una panchina davanti all’oceano, lascio andare i pensieri e cerco di vedere che cosa ci sta sotto.
In effetti, questa è l’essenza della pratica della presenza mentale: tornare sempre all’immediatezza dell’esperienza presente e lasciare andare pensieri e giudizi su di essa. Probabilmente scoprirete che c’è qualcosa che resta, dopo aver lasciato cadere i pensieri e la trama della storia che si accompagna a essi. Ciò che resta è l’immediatezza delle percezioni sensoriali – vista, olfatto, tatto e così via – e un’emozione o uno stato d’animo.
Per esempio, forse l’emozione sottostante ai pensieri è odio per se stessi. Di conseguenza, quando i pensieri cominciano a ribollire in superficie, suonano come: «Cattivo, cattivo; buono, buono; dovresti, no, non dovresti». Quando si diventa consapevoli di tali pensieri, li si lascia semplicemente andare e si torna all’immediatezza dell’esperienza. Di per sé questa è già pratica di maitri, o della gentilezza amorevole verso se stessi.
La formulazione delle aspirazioni
Sono una grande fan delle aspirazioni. Penso che siano molto utili sul sentiero, perché ci aiutano a restare in contatto con la motivazione a sviluppare bodhicitta. La massima del lojong: «Due attività: una all’inizio, una alla fine» suggerisce di iniziare e di concludere ogni giornata riaffermando la motivazione a dissolvere le barriere, ad aprire il cuore, e a entrare in contatto con gli altri. Quando vi svegliate al mattino e andate a dormire alla sera, potete formulare un’aspirazione. Potete usare parole vostre o una formulazione tradizionale, come il Canto dei Quattro Illimitati o il Voto del bodhisattva. (Vedi il capitolo “Canti quotidiani”.)
Talvolta, vi potrà capitare di sentire che la pratica formale del tonglen è troppo ardua per voi. In quel caso, potete semplicemente esprimere l’aspirazione: «Che un giorno io possa aprire il cuore un po’ più di oggi». Con questo approccio, non c’è biasimo o autorecriminazione, ma solo un sincero desiderio di crescere.
La pratica dell’eguaglianza
La pratica dell’eguaglianza è un modo per connettersi con gli altri e comprendere che siamo tutti sulla stessa barca. È una semplice verità umana che ognuno, proprio come voi, vuole essere felice ed evitare di soffrire. Come voi, tutti vogliono avere amici, essere accettati e amati, rispettati e valutati per le loro qualità uniche, essere sani e sentirsi a proprio agio con se stessi. Come voi, anche gli altri non vogliono essere isolati e soli, essere guardati dall’alto in basso, ammalarsi, sentirsi inadeguati e depressi.
La pratica dell’eguaglianza consiste semplicemente nel ricordarsi di questo fatto tutte le volte che si incontra qualcun altro. Si pensa: “Proprio come me, lei vuole essere felice; non vuole soffrire”. Si può scegliere di praticarla per un giorno intero, per un’ora o per quindici minuti. Io apprezzo molto questa pratica, perché fa cadere il muro di indifferenza e ci apre alla gioia degli altri, alla loro sofferenza e alla loro meravigliosa unicità.
Nella Via del bodhisattva, il grande maestro e poeta indiano Shantideva sottolinea l’importanza di meditare sull’eguaglianza tra se stessi e gli altri in questo modo:
Sforzati anzitutto di meditaresull’eguaglianza tra te e gli altri.Nella gioia e nel dolore sono tutti uguali.Perciò, sii il custode di tutti, come di te stesso.
Jeffrey Hopkins, traduttore del Dalai Lama da dieci anni, racconta una storia dei suoi viaggi con lui in Occidente. Ovunque andassero, sua Santità diceva in inglese: «Tutti vogliono la felicità, nessuno vuole soffrire». Che si trovasse in un aeroporto, a tenere un discorso pubblico o a una conferenza stampa ripeteva: «Tutti vogliono la felicità, nessuno vuole soffrire». All’inizio, Jeffrey pensava: “Perché continua a dirlo?”, lo trovava semplicistico e banale. Ma dopo un po’, il messaggio cominciò a scendere in profondità dentro di lui e pensò: “Sì, ne ho bisogno!”. È semplice, ma anche profondamente vero, ed era esattamente il tipo di insegnamento che aveva bisogno di ascoltare.
All’inizio, questa pratica potrà sembrarvi superficiale o un luogo comune. Ma credetemi, fa davvero aprire gli occhi. Ci rende umili, perché mette in luce la nostra abitudine di ritenerci il centro dell’universo. Quando riconosciamo la nostra comune umanità con un’altra persona, ci connettiamo in un modo sorprendentemente intimo. Gli altri diventano la nostra famiglia, e questo aiuta a dissolvere il senso di isolamento e di solitudine.
Condividere il cuore
La pratica di condividere il proprio cuore è duplice: si condivide la felicità e si accetta la sofferenza. In primo luogo, quando tutto è piacevole nella vostra vita, vi augurate che gli altri possano condividere tale delizia. In secondo luogo, quando soffrite, pensate che molti altri soffrono e vi augurate che possano essere liberi dal dolore. Questa è la vera essenza della prospettiva del tonglen: quando le cose sono piacevoli, pensate agli altri; quando sono dolorose, pensate agli altri. Anche se dopo avere letto questo libro questa pratica fosse l’unica cosa che ricordate, ciò sarebbe già di beneficio a voi e a tutti quelli che entrano in contatto con voi.
CONDIVIDERE LA FELICITÀ
Quando nella vita quotidiana sperimentate piacere o benessere – come apprezzare una limpida giornata di primavera, un buon pranzo, un cucciolo tenero, o una bella doccia calda – fateci caso e tenetelo in gran conto. I piaceri semplici ci arrecano grande gioia, tenerezza e un senso di sollievo. Nella nostra vita ci sono molti di questi fugaci momenti dorati, ma di solito li sorvoliamo a tutta velocità. Dunque, la prima parte della pratica invita semplicemente a fermarsi, a notare tali momenti e ad apprezzarli pienamente. Quindi, si formula l’augurio che anche gli altri possano gioirne. Con il procedere di questa pratica, probabilmente vi ritroverete a notare sempre più spesso questi momenti di felicità e di appagamento.
Quando praticate il dare in questo modo, non sorvolate sul vostro piacere o sul vostro godimento. Se, per esempio, state mangiando una coppa di deliziose fragole, non pensate: “Oh, non dovrei goderne troppo. Pensa a chi non ha nemmeno un tozzo di pane”, ma: “Wow! Queste fragole sono fantastiche. Non ho mai assaggiato qualcosa di così squisito”. Potete godervi totalmente le fragole e contemporaneamente pensare: “Auguro a tutti questa gioia, spero che tutti possano avere un’occasione per gioire così”.
Potreste anche pensare a un oggetto personale che vi procura molto piacere, come il vostro maglione preferito o la vostra cravatta preferita e immaginare poi di regalarli a chi incontrate. Questa pratica non consiste nel dare realmente via qualcosa, perché si lavora a livello immaginario, ma vi mette in contatto con l’abitudine ad attaccarsi, a chiudersi, a non voler condividere le cose con gli altri. Nel processo, sviluppate fiducia nella vostra innata ricchezza, nel fatto di avere sempre molto da dare agli altri.
Treya Wilbur ha descritto questa pratica del dono nel libro Grace and Grit, che racconta la sua battaglia contro il cancro allo stadio terminale. Praticava il tonglen già da lungo tempo. Un giorno perse una collana con una stella d’oro che le avevano regalato i genitori e che era come un amuleto portafortuna, perché l’aveva sempre indossata nei periodi più difficili, come durante la chemioterapia o gli interventi chirurgici. Quando non riuscì più a trovarla, le sembrò un cattivo presagio e si sentì depressa. Ma grazie alla sua esperienza con il tonglen, all’improvviso ebbe l’idea di visualizzare milioni di queste stelle e di regalarle per fare del bene a chiunque incontrasse. Mentre praticava, divenne acutamente consapevole dei suoi schemi abituali di desiderio, attaccamento, dipendenza e iniziò a dare via tutto quello per cui provava un momentaneo attaccamento. Ciò non le fu sempre d’aiuto a superare l’attaccamento, ma attraverso questo lavoro sviluppò la compassione per tutti quelli che come lei avevano buone intenzioni, ma non riuscivano a vivere alla loro altezza. Grazie a questa pratica che lei scoprì attraverso la propria intuizione profonda, riuscì a superare la perdita del gioiello e, cosa più importante, imparò la gioia di lasciare cadere l’attaccamento e di dare.
ACCETTARE LA SOFFERENZA
La seconda parte della pratica è in un certo senso più avanzata. Quindi, non provatela, finché non vi sentite a vostro agio all’idea di sperimentarla. Prima di tutto, notate quando provate qualcosa di scomodo, di doloroso o di spiacevole. Esprimete poi l’augurio che gli altri ne siano completamente liberi e immaginate di inviare loro qualunque cosa pensiate possa essere di sollievo.
Per esempio, se vi sentite depressi, ditevi: “Visto che comunque mi sento depresso, possa accettarlo pienamente in modo che gli altri ne siano liberi” oppure “Visto che ho mal di denti, che io possa accettarlo pienamente in modo che gli altri ne siano liberi”. Poi, inviate un senso di sollievo. Fatelo con semplicità, senza preoccuparvi troppo della logica.
A molti questo tipo di scambio potrà sembrare eccessivo o prematuro. Ma voglio presentarlo ugualmente, perché l’ho trovato molto rafforzante. Ribalta la repulsione e la paranoia che normalmente proviamo verso qualsiasi cosa spiacevole, la sensazione di essere presi di mira, e le usa come combustibile per risvegliare il cuore.
Un esempio specifico di questa pratica è il “tonglen del traffico”. Si tratta di lavorare con tutte le sensazioni di disagio che proviamo quando siamo bloccati nel traffico o in coda al supermercato: rabbia, risentimento, irrequietezza, ansia, paura di mancare un appuntamento. Prima di tutto, vi guardate intorno e capite che tutti gli altri stanno provando quello che provate voi. Poi, inspirate pienamente qualsiasi cosa proviate ed espirate un senso di rilassamento e di sollievo, sia verso voi stessi sia verso tutti gli altri bloccati nel traffico. Comprendete che come esseri umani siete tutti sulla stessa barca. Tutti erigono barriere e usano il disagio del traffico per sentirsi sempre più isolati. Quindi, capovolgete la situazione, che diventa così il legame con tutti gli altri chiusi nella loro auto. Improvvisamente, guardandoli dal finestrino, diventano tutti esseri umani.
Tonglen sul posto
Questa pratica è la vera essenza dell’approccio del tonglen. Avendola trovata personalmente molto utile, la raccomando a tutti i miei studenti. Anche se decidete di non fare la pratica formale del tonglen, potete sempre fare la pratica sul posto. Quando vi sarà diventata familiare e la praticherete regolarmente, anche la pratica formale del tonglen diventerà per voi più reale e significativa.
È una pratica che potete fare in una circostanza concreta della vita quotidiana. Quando una situazione risveglia la vostra compassione o ciò che per voi è doloroso e difficile, potete fermarvi per un momento, inspirare la sofferenza che vedete ed espirare un senso di sollievo. È un processo semplice e diretto. A differenza della pratica formale, non comporta visualizzazioni né stadi. È uno scambio semplice e naturale: vedete la sofferenza, l’accogliete in voi con l’inspirazione, con l’espirazione inviate all’esterno sollievo.
Per esempio, siete al supermercato e vedete una madre che schiaffeggia la sua bambina. Per voi è una scena dolorosa, ma in quel momento non c’è proprio niente che possiate dire o fare. La vostra prima reazione potrebbe essere quella di voltarvi dall’altra parte perché siete scossi, cercando di dimenticare. Ma con questa pratica,...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione di Chandra Livia Candiani
- Introduzione di Tingdzin Ötro
- LA LIBERTÀ ILLIMITATA
- 1. Tonglen nella vita quotidiana
- 2. Tonglen sul cuscino
- 3. Personalizzare la pratica
- 4. Che cosa fare quando ci si blocca
- 5. Il tonglen aiuta davvero?
- 6. Domande e risposte
- Appendici
- Glossario
- Bibliografia
- Centri di pratica
- Ringraziamenti
- Copyright
Domande frequenti
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