Grande madre rossa
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Grande madre rossa

  1. 294 pagine
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Grande madre rossa

Informazioni su questo libro

Quello che tutti in Italia si attendono, fin dal crollo delle Torri Gemelle, accade. Il Palazzo di Giustizia esplode e crolla. Sotto le macerie, centinaia di morti e una bomba ancora innescata: è lo Schedario, la raccolta dei documenti riservati delle inchieste più delicate e ancora ignote al pubblico, un archivio di dossier in grado di fare saltare ogni istituzione. Mentre Milano è avvolta da una nube persistente di polvere di marmo, residuo dell'esplosione, militari, corpi dell'antiterrorismo e intelligence di ogni Paese lavorano per ricostruire la trama criminale che ha prodotto l'eccidio più devastante nella storia europea del dopoguerra. La mobilitazione di servizi segreti e task force è impressionante: si punta ovviamente sulla pista islamica. Ma la verità è un'altra. L'ispettore Guido Lopez è incaricato di recuperare i dossier sepolti e si avvicina a una scoperta pericolosa: un labirinto di specchi e rivelazioni sconcertanti, fino al cuore della Grande Madre Rossa, l'inaudito progetto di dissoluzione di un'intera civiltà.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804546146
eBook ISBN
9788852073656

NOTA

Le vicende qui narrate sono finzioni letterarie al 100%. In esse compaiono nomi di persone e circostanze “reali” in qualità di pure occasioni narrative. I nomi di aziende, strutture istituzionali, media e personaggi politici vengono utilizzati soltanto al fine di denotare figure, immagini e sostanze dei sogni collettivi che sono stati formulati intorno a essi, e si riferiscono quindi a un àmbito mitologico che non ha nulla a che vedere con informazioni od opinioni circa la verità storica effettiva degli avvenimenti o delle persone – in vita o scomparse – su cui questo romanzo elabora una pura fantasia.
Lo sguardo è a diecimiladuecento metri sopra Milano, dentro il cielo. È azzurro gelido e rarefatto qui.
Lo sguardo è verso l’alto, vede la semisfera di ozono e cobalto, in uscita dal pianeta. La barriera luminosa dell’atmosfera impedisce alle stelle di trapassare. C’è l’assoluto astro del sole sulla destra, bianchissimo. Lo sguardo ruota libero, circolare, nel puro vuoto azzurro.
Pace.
Lo sguardo punta ora verso il basso. Verso il pianeta. Esiste la barriera delle nuvole: livide. Lo sguardo accelera.
Penetra nella muraglia delle nubi. Trema nell’impatto, mentre accelera. È un inferno freddo qui. Scariche elettriche, condensa ghiacciata, vento fortissimo, scosse, buio livido. Lo sguardo in accelerazione verso il basso si scuote, è ai limiti, la frizione del gelo è incandescente. Sembra di non farcela. All’improvviso un lampo, mentre tutto trema e tracolla. Nel lampo: l’immagine di un umano nudo, arcaico, che batte un terreno rosso con un osso bianco. Un altro lampo, tutto trema al limite. Lo sguardo vede tutto rosso. All’improvviso penetra.
Vuoto.
È sopra una città, in pura sospensione. È in una bolla. Lo sguardo vede tutta la città. La città è nera, è livida, è opaca, è inquinata. Lo sguardo galleggia sopra la metropoli. Vede emissioni gassose letali e anonime. Lo sguardo bascula, in sospensione, pare navigare, è nel liquido dell’aria. All’improvviso nuovamente accelera. Punta sulla città.
Velocissimo. Lo sguardo punta al centro della città. In accelerazione vertiginosa i palazzi, le strade, gli omìni che camminano, le automobiline che incrociano. Velocissimo. Al centro, la Cattedrale è bianca e nera, verticale. Lo sguardo devia di un minimo gradiente angolare. Non punta alla Cattedrale. Vede l’enorme cubo bianco e nero, geometrico e spaventoso, di un Palazzo. Ci va addosso. Si avvicina il muro accecante e bianco.
Lo scontro è tra una frazione di secondo.
Ecco l’impatto.
Invece penetra. Lo sguardo penetra la parete di marmo bianco. È dentro.
È in un immenso atrio, gigantesco. Le sagome piccoline umane sono affannate con i documenti in mano e vanno. I pretori bevono con facce tirate i caffè. Lo sguardo esita. Si fissa sul pavimento grigio. Riprende l’accelerazione.
Allucinazione. Risucchio velocissimo.
Lo sguardo trapassa il pavimento.
Lastre e lastre di marmo grigio in sezione, in accelerazione.
Giù, verso il fondo.
Sotterranei, incavi, labirinti orizzontali, tubature, corridoi bui: traforati in accelerazione.
Una svolta brusca. Ora lo sguardo perfora accelerato. Novanta gradi, brusca decelerazione: ora lo sguardo va in orizzontale.
Polvere buia di cantina, molto distante sotto al pavimento del Palazzo bianco.
Svolte, curve veloci, trapassa una porta. Due. Tre.
Un muro in mattoni antichi: cotto rosso.
Trapassa il muro, lo sguardo.
Buio nitido. Ragni tutt’attorno.
Una scalinata pendente nel vuoto, verso il basso.
Il movimento veloce sicuro dello sguardo penetra nel buio netto.
Incredibilmente: una porta di ferro. Una fessura. Dall’ambiente buio a una nicchia buia. L’aria è immobile.
Lo sguardo procede, in progressione. Ora più lento, quasi automatico.
Non c’è luce. Si trapassa una larga tela di ragno.
Non esiste più aria.
Tutto è immobile e sospeso.
A terra: un pozzo. Lo sguardo: giù nel pozzo.
Più buio del buio, lo sguardo vede tutto.
Cauto, scivola nelle pareti viscide, verticali.
All’improvviso: il fondo.
È uno spazio di muro circolare. C’è un piccolo altare: pietra essudata, umidissima.
Lo sguardo tenta di perforare sotto l’altare. Rimbalza indietro. Riprova, animale, molleggiato: non passa. Rimbalza sull’immagine di un minuscolo scheletro umano. Lo vede in un lampo. È una figura bianca dentro il lampo. Lo sguardo tenta di andare dentro le ossa bianche corrose del piccolo scheletro umano. Niente. Rimbalza indietro.
Lo sguardo riesce dalla pietra essudata gelida dell’altare e ruota su di sé in orizzontale.
Vede.
Di fronte all’altare l’enorme solido ricoperto di carta isolante e nastro adesivo ovunque sembra un enorme armadio, un intero archivio. Un parallelepipedo appoggiato. Lo sguardo supera il rivestimento di carta isolante e nastro adesivo, entra nei metri cubi del solido. È di metallo freddo. All’improvviso crepita: è l’elettricità.
Esplode.
Un decimo di secondo dopo, la colonna arancione e azzurra è compressa e invade gli ammezzati sotterranei senza rumore. La compressione è assoluta, tutta l’aria orizzontale è consumata.
Tre decimi di secondo dopo, la bolla è bianca nel punto più intimo, arancione e rossa nell’emisfera che si allarga mangiando l’aria, azzurra e verde nella superficie mobile in allargamento. Inizia a esplodere il rumore della crepa nella roccia e si sbriciolano le architetture in basso.
Nove decimi di secondo dopo, la forza non ha colore e sta premendo da sotto la pavimentazione enorme liscia e grigia del marmo, mentre le persone umane stanno camminando, e il rumore è molto indietro, molto indietro, piani e piani sotto, ed è un rombo inascoltabile, una voce nella materia della pietra.
Un secondo dopo, esplode l’atrio e due secondi dopo tutto è annullato nel suo equilibrio statico e venticinque metri sopra il livello del terreno si spacca in un incendio privo di rumore l’ultimo piano. Le persone umane sono sciolte, in questo istante sembrano cera.
Due secondi dopo, tutto va verso la terra, con immenso fragore di macchina e pietra, stridendo come una lepre viene scuoiata viva.
Pochi secondi dopo, mentre crollano gli ultimi residui e tutto l’immenso palazzo si è piegato su se stesso ed è andato a riempire l’incredibile voragine, come un vulcano lapilli di pietra incandescente schizzano verso l’alto nell’aria in un raggio di trenta chilometri dalla voragine.
Dieci secondi dopo incredibilmente c’è silenzio.
È esploso e crollato a Milano il Palazzo della Giustizia.
Ciondoloni, dagli spogliatoi che puzzavano di piedi e umido, verso i campi, pensava Lopez: “Ishmael è il passato. Il Drago cinese è il presente. E ora è questo il futuro: questo niente, improbabile, che non sembra vero, una terra che non sembra vera…”.
La superficie del campo da tennis era piatta, regolare, da poco piallata. L’arancio della terra rossa squillava nel pomeriggio grigio. Le linee laterali del campo erano state ripulite: lance orizzontali pressate, schiacciate ai bordi, quasi fosforescenti. Una desolazione pomeridiana, un vuoto metropolitano.
Guido Lopez si sentiva un cretino, in completo bianco senza griffe, solo, la racchetta tra le ginocchia col manico tra le mani, assiso come un asceta sugli spalti in metallo verde scuro, scrostato. Teneva le mani giunte come in preghiera, i polsi appoggiati sulle ginocchia. Il campo vuoto, liscio e luminoso. Era irritato dai rimbalzi nervosi delle pallettate sui campi adiacenti. C’erano due donne che, sul campo a sinistra, colpivano al rallenty la pallina in pantone giallo evidenziatore. Mezzefighe con i pomeriggi vuoti.
Osservò il cielo basso, grigio latte. Aspettava da più di mezz’ora. Si domandò se avrebbe continuato a non accadere nulla. Appena se lo chiese, accadde.
Un uomo, largo in volto, il sorriso esasperatamente bianco, il golfino blu Tacchini sulle spalle e la racchetta in mano, fece due balzi sulle file degli spalti davanti al campo vuoto di Lopez. Si avvicinò sorridendo, nemmeno l’ombra di un affanno e domandò: «Senza compagni?».
I compagni… Lopez pensò: lo scocciatore. Sorrise sforzandosi, rimandò indifferenza, scosse la testa.
L’altro: «Nemmeno io. Niente compagni. Se vuole, palleggiamo».
A Lopez si abbassarono le spalle – ulteriormente. «Preferisco aspettare.»
«Se si aspetta, si rischia di aspettare per sempre.» Chinò la testa a mo’ di invito. «Su!, due palleggi. Nient’altro che due palleggi. Chi deve arrivare, arriva comunque. Oppure non arriva.»
Sperò nella pioggia, Lopez. Ma non pioveva.
Ai campi di via Mecenate si arriva dalla tangenziale, lasciando sulla destra, alla svolta di asfalto granulare che fuoriesce dal tunnel in curva, l’enorme caserma del Novotel di Ligresti: un grattacielo-menhir in cemento e plastica blu, si arrampica immotivato, dai prati spelati, verso le discariche, dietro viale Ungheria. Al Novotel, ancora in costruzione, avevano girato, all’inizio dei Novanta, un film con Luca Barbareschi e Carol Alt, Via Montenapoleone, o qualcosa del genere: una storia di yuppie strafatti di cocaina, moda, successo – quanto era successo anni prima, la città bevuta dai socialisti. Oppure si arriva ai campi da tennis provenendo dal centro della città, diritto dal Palazzo di Giustizia in giù, attraversando la periferia insidiosa di Calvairate, il quartiere di edilizia popolare e scempi umani, dietro il Macello, infilandosi in viale Lombroso, tra il mercato Ortofrutta e il largo parcheggio dove di notte battono i culi e le coppie si scambiano. E poi facendo il sottopasso verso piazzale Omero, accanto alle case minime del fascio, buttate giù, ricostruite identiche. All’Ortofrutta, all’inizio dei Novanta, avevano stracciato la rete di tangenti: i socialisti avevano accusato il colpo. E dietro i campi da tennis di via Mecenate, nella parallela, in via Salomo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Grande Madre Rossa
  4. NOTA
  5. ESIBIZIONE DEI DOCUMENTI
  6. Copyright