Steerforth e io rimanemmo per più di due settimane in paese. Inutile dire che molta parte del nostro tempo la trascorrevamo insieme: ma ci capitava anche di rimanere lontani per parecchie ore. Era un buon marinaio e quando se ne andava fuori in barca con il signor Peggotty – il suo divertimento preferito – io, che non condividevo questa passione, rimanevo generalmente a terra. Il fatto di occupare la cameretta in casa di Peggotty costituiva per me un legame da cui egli invece era libero: io, infatti, sapendo con quanta assiduità Peggotty curasse il signor Barkis per l’intera giornata, cercavo di non rincasare tardi la sera; mentre Steerforth, alloggiando alla locanda, non aveva da consultare altro che il proprio umore. Venni così a sapere che, mentre già io ero a letto, egli offriva talvolta una cenetta ai pescatori nella trattoria preferita del signor Peggotty: Il Buontempone; e che, vestito da pescatore, trascorreva al largo intere notti, al chiaro di luna, per tornare a terra solo con la marea del mattino. Ma sapevo ormai che la sua indole irrequieta e il suo spirito di avventura trovavano un piacevole sfogo in rudi esercizi, in lotte violente contro gli elementi, come in qualunque altra cosa purché nuova ed eccitante: così le sue azioni non mi sorpresero.
Altro motivo per cui a volte ci separavamo era il fatto che io, naturalmente, avevo interesse a recarmi più volte a Blunderstone per rivedere i cari vecchi luoghi della mia infanzia; mentre Steerforth, dopo esserci venuto una volta, non aveva più alcuno scopo di ritornarci. Così, per quel che posso ricordare, tre o quattro volte ci separammo dopo una colazione molto mattutina per ritrovarci solo tardi per cena. Non avevo idea alcuna del modo in cui egli trascorresse il tempo nell’intervallo, ma sapevo soltanto che era popolarissimo in paese e aveva trovato venti modi di divertirsi attivamente, là dove un altro non ne avrebbe trovato nemmeno uno.
Da parte mia, la mia occupazione durante i solitari pellegrinaggi che compivo consisteva nell’osservare e ricordare ogni palmo della vecchia strada, mentre la percorrevo, e nel ritornare ai vecchi luoghi familiari, di cui non mi saziavo mai. Ci ritornavo come spesso aveva fatto la mia memoria, e vi indugiavo come i miei pensieri giovanili mentre ne ero stato lontano. La tomba sotto l’albero, dove entrambi i miei genitori giacevano, la tomba che avevo osservato con uno strano sentimento di compassione quando era soltanto quella di mio padre, e presso la quale ero tornato con tanta desolazione quando si era aperta per accogliere la mia bella mamma e il suo piccino, la tomba che solo grazie alle fedeli cure di Peggotty era sempre pulita e ormai simile a un’aiuola, mi attirava ora irresistibilmente. Si trovava in un angolo tranquillo, poco lontano dal viale, di modo che potevo leggere i nomi incisi nella pietra mentre camminavo su e giù, trasalendo quando la campana della chiesa batteva le ore, perché mi sembrava di sentire una voce dall’oltretomba. I miei pensieri, in quei momenti, si aggiravano sempre intorno alla parte che avrei recitato nella vita, alle cose elette che avrei dovuto compiere. L’eco dei miei passi accompagnava queste riflessioni, tenaci e costanti come se fossi tornato a casa per costruire i miei castelli in aria al fianco di mia madre ancora viva.
Nella mia vecchia casa erano avvenuti grandi mutamenti. I vecchi nidi che le cornacchie da tanto tempo avevano abbandonato non c’erano più; e gli alberi potati e sfrondati avevano assunto una forma che non riconoscevo. Il giardino si era inselvatichito e metà delle finestre della casa erano chiuse. Vi abitava soltanto un povero signore pazzo, e le persone che lo curavano. Stava sempre seduto dietro la piccola finestra che era stata la mia, a guardare il cimitero: e io mi chiedevo se la sua povera mente smarrita seguisse talvolta qualcuna delle fantasie che popolavano la mia quando, nelle rosee mattine, venivo in camicia da notte a sbirciare fuori dalla stessa finestra e vedevo le pecore pascolare tranquille nella luce del sole nascente.
I nostri antichi vicini, il signore e la signora Grayper, erano andati a stabilirsi in Sudamerica, e la pioggia si era aperta un varco attraverso il tetto della loro casa vuota, e aveva coperto di macchie i muri esterni. Il dottor Chillip si era sposato per la seconda volta, con una donna alta, ossuta e nasuta: avevano un bimbo gracilino, con una testa troppo pesante per lui, che non riusciva a tenere dritta, e due occhi smorti che vi fissavano sempre con l’aria di chiedervi: “Perché sono venuto al mondo?”.
Con una strana mescolanza di malinconia e di piacere, vagabondavo per il luogo natio finché i purpurei riflessi del sole invernale mi avvertivano che era tempo di prendere la strada del ritorno. Ma quando n’ero lontano, e soprattutto mentre cenavo felice al fianco di Steerforth davanti a un bel fuoco fiammeggiante, era una cosa deliziosa pensare che c’ero stato... Lo stesso, in grado minore, accadeva quando la sera entravo nella mia cameretta e, sfogliando il Libro dei coccodrilli (che era sempre là, su un tavolino), pensavo con il cuore gonfio di gratitudine alla fortuna di avere un amico come Steerforth, un’amica come Peggotty e, a compenso di quanto avevo perduto, una zia generosa come la mia.
Il modo più rapido per ritornare a Yarmouth dopo le mie lunghe passeggiate era quello di prendere una barca: mi facevo sbarcare su quel tratto di spiaggia piatta che si stende fra la città e il mare, e lo attraversavo risparmiando così il lungo giro che avrei dovuto compiere seguendo la strada provinciale. La casa del signor Peggotty stava appunto su quella spianata, a poche centinaia di metri dal mio cammino: quindi non mancavo mai di entrare un momento. Ero quasi sicuro di trovarvi Steerforth che mi aspettava: tornavamo insieme nell’aria gelida e tra le prime nebbie della sera, verso le ammiccanti luci della città.
In una sera buia (era più tardi del solito perché ritornavo dalla mia visita di addio a Blunderstone: il giorno del ritorno a casa era ormai vicino) lo trovai solo a casa del signor Peggotty, seduto davanti al fuoco e pensieroso. Era così immerso nelle sue meditazioni che non si accorse affatto che mi avvicinavo. Fosse stato anche meno assorto, il mio arrivo avrebbe potuto sfuggirgli perché i passi non facevano alcun rumore sulla sabbia che circondava la casa: ma neppure quando aprii la porta egli si riscosse. Gli ero ormai vicino, lo fissavo, e ancora lui, con la fronte aggrottata, se ne stava smarrito nelle sue fantasticherie. Diede un balzo tale quando gli posai una mano sulla spalla che fece sobbalzare anche me.
«Mi piombi addosso» disse quasi con ira «come uno spettro ammonitore!»
«Dovevo pure annunciarmi in qualche modo!» risposi. «Ti ho fatto cadere dal settimo cielo?»
«No,» rispose «no.»
«Ti ho fatto risalire da qualche abisso, allora?» chiesi sedendo accanto a lui.
«Guardavo i disegni che fa la brace» rispose.
«Ma tu ora me li sciupi» dissi, poiché lui la smosse rapidamente con un legno acceso, facendo scaturire una scia di ardenti scintille che scomparvero su per il camino e uscirono sibilando nell’aria.
«Oh, non li avresti visti lo stesso» rispose lui. «Detesto queste ore crepuscolari: non è più giorno, non è ancora notte. Come hai fatto tardi! Dove sei stato?»
«Sono stato a salutare per l’ultima volta la meta dei miei pellegrinaggi» risposi.
«E io sono rimasto seduto qui» disse Steerforth volgendo lo sguardo intorno alla stanza «a pensare che tutta quella gente che abbiamo trovato così allegra, in questa casa la sera del nostro arrivo, potrebbe ora – a giudicare dall’aspetto desolato del luogo – essere dispersa, o morta, o in preda a chissà quali sciagure... Oh, David, fosse piaciuto a Dio concedermi un padre pieno di saggezza in questi ultimi vent’anni!»
«Mio caro Steerforth, perché parli così?»
«Sì, vorrei con tutta l’anima esser stato guidato meglio!» esclamò. «Vorrei con tutta l’anima essere capace di guidare meglio me stesso!»
C’era, nei suoi modi, una specie di iroso scoraggiamento che mi stupì: non lo avevo mai visto così diverso dallo Steerforth che mi era familiare.
«Preferirei essere il povero Peggotty o anche quel sempliciotto di suo nipote» disse alzandosi e appoggiandosi con aria cupa al camino, il viso rivolto al fuoco «che essere me stesso venti volte più ricco e più colto, e tormentarmi come sto facendo da mezz’ora, in questa barca del diavolo.»
Ero così confuso per il suo cambiamento che, lì per lì, non potei fare altro che osservarlo in silenzio mentre se ne stava con la testa appoggiata alla mano a fissare tristemente il fuoco; poi lo pregai, con tutto il mio ardore, di dirmi che cosa mai lo avesse sconvolto così, e di permettermi di condividere il suo affanno, anche se non potevo sperare di dargli qualche utile consiglio. Ma ancor prima che avessi terminato di parlare, lui cominciò a ridere, nervosamente all’inizio e poi con ritrovato buonumore.
«Zitto, Margheritina, non è nulla! Nulla!» rispose. «Già ti avevo detto a Londra, alla locanda, che qualche volta sono per me stesso un compagno noioso. E sono stato un incubo per me stesso, proprio ora... Sì, devo aver avuto un incubo. In certi strani momenti di malinconia mi tornano alla mente vecchie fiabe udite da bambino e... le credo vere. Poco fa devo essermi immedesimato con “il-cattivo-ragazzo-che-non-ascolta-consigli” e finisce sbranato dai leoni... che deve poi essere uno dei modi più eleganti di andare all’inferno. Mi sono sentito venire quel che si dice “la pelle d’oca”, da capo a piedi. Ho avuto paura di me stesso...»
«E credo che tu non abbia paura d’altro» dissi.
«Forse no, ma è già abbastanza» egli rispose. «Bene! Ormai tutto è passato! E non ci ricascherò più, David. Ma ancora una volta ti ripeto, mio buon compagno, che sarebbe stato un gran bene per me (e per altri ancora) se avessi avuto un padre saggio e severo!»
Il suo volto era sempre molto espressivo: ma non gli avevo mai visto un’espressione intensa e cupa come quella che assunse nel pronunciare, con lo sguardo sempre fisso al fuoco, quelle parole.
«E non se ne parli più!» continuò facendo con la mano il gesto di buttar per aria qualcosa di leggero. «Tutto è passato, e io ritorno un uomo come Macbeth. E ora a cena, se pure non ho (sempre come Macbeth) interrotto il festino col più ammirabile disordine, Margheritina.»
«Ma dove sono andati tutti gli altri?» chiesi.
«Lo sa il Cielo!» disse Steerforth. «Dopo essere andato sino all’approdo per aspettare la tua barca, me ne sono tornato qui, e ho trovato il luogo deserto. Ciò mi ha indotto a pensare e tu mi hai trovato che pensavo!»
La signora Gummidge, arrivando con un cestino, ci spiegò come mai la casa fosse rimasta muta: lei era corsa a comperare qualcosa, prima che il signor Peggotty rientrasse con la marea, e aveva lasciato la porta aperta, in caso Ham e la piccola Emily – che quella sera terminava presto il lavoro – tornassero in sua assenza.
Steerforth, dopo aver sollevato il morale della signora Gummidge con un saluto gioviale e un abbraccio scherzoso, mi prese per una mano e mi trascinò fuori.
Anche il suo morale, non meno di quello della signora Gummidge, era assai più sollevato, e lungo la strada egli fu animatissimo, come al solito, e chiacchierò con grande vivacità.
«Dunque» disse allegramente «è domani che abbandoniamo questa vita da corsari, no?»
«Così avevamo deciso» risposi. «Sai bene che abbiamo già preso anche i posti sulla carrozza.»
«Già! E non c’è rimedio, vero?» disse Steerforth. «Avevo quasi dimenticato che al mondo si può far qualcos’altro che lasciarsi cullare da queste onde... Vorrei che non fosse così.»
«Sino a quando non sia cessato il piacere della novità» dissi ridendo.
«È probabile» rispose «... quantunque in questa osservazione ci sia un po’ troppo sarcasmo, per una persona amabile e ingenua come il mio giovane amico. Bene, riconosco di essere un tipo capriccioso, David. Lo so, ma quando il ferro è caldo sono capace di batterlo con vigore. Credo che sarei già in grado di superare con onore un esame da pilota, in queste acque.»
«Il signor Peggotty dice che sei una meraviglia» osservai.
«Un fenomeno nautico, eh?» rise Steerforth.
«Sì, dice così, e sai che lo dice con tutta sincerità. naturale, del resto, dato l’ardore che metti in tutte le tue imprese, e la tua facilità a riuscire. La cosa che più mi stupisce in te, Steerforth, è che possa accontentarti di queste manifestazioni incostanti delle tue facoltà.»
«Accontentarmi?» egli rispose gaiamente. «Io non sono mai contento di nulla, tranne che della tua freschezza, o gentile Margheritina. Quanto poi all’incostanza, ti dirò che non ho mai imparato l’arte di legarmi ad alcuna delle ruote sulle quali gli Issioni dei nostri giorni girano in tondo. Ho sbagliato sin dall’inizio... e adesso non me ne importa più nulla... Sai che ho comperato una ...