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La prima luce

  1. 396 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La prima luce

Informazioni su questo libro

Il tenente James Shelley è al comando di una squadra militare ad alta tecnologia dislocata in un distretto rurale nel Sahel africano. La missione è una: combattere gli insorti. Tre gli obiettivi: primo, difendere i civili; secondo: uccidere il nemico; terzo, e più importante: rimanere vivi. Perché in una guerra di mercenari, costruita a tavolino dalla lobby delle armi, non esiste una causa per cui valga la pena morire.

Costantemente connessi con la centrale operativa, Shelley e i suoi uomini non sanno di essere anche protagonisti di un reality show televisivo. Quando un improvviso attacco aereo quasi distrugge il loro avamposto, inizia a prendere forma una trama di sporchi traffici tra politici corrotti, terroristi nucleari e uomini d'affari. Per difendere se stesso e la squadra dagli intrighi del potere, Shelley non può fare ricorso solo alla tecnologia. Dovrà fidarsi del suo sesto senso, ovvero la voce che gli sussurra infallibilmente nella testa quando un pericolo si avvicina...

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804663850
eBook ISBN
9788852073328
SQUADRA D’ASSALTO CONNESSA

Episodio 1: Pattuglia della notte

«Vedi, sergente Vasquez, da qualche parte bisogna pur farla una guerra. Così va il mondo. Senza un conflitto come si deve, troppe industrie internazionali della difesa si ritroverebbero senza mercato. Quindi, se non si profila una guerra all’orizzonte, stai pur certa che quelle si riuniscono e se ne inventano una.»
La mia non è la classica lezione di orientamento dell’esercito. La faccio in cortile, tra le mura di cinta di Fort Dassari, mentre la mia SAC, la Squadra d’assalto connessa, si prepara per il giro di pattuglia serale. Da quando il sole è tramontato, per fortuna le temperature sono scese a trentacinque gradi ma, con l’afa che c’è nella stagione delle piogge, si muore di caldo comunque. I raggi ambrati creano dei giochi di luce sulle guance lisce e imperlate di sudore del sergente Jaynie Vasquez, arrivata solo quattro ore fa a bordo di un elicottero assieme alle provviste per la settimana.
Come noi, è in tenuta d’assalto: indossa l’uniforme da combattimento e le ossa grigie in titanio dell’esoscheletro. Da sotto la calotta in dotazione alle SAC, mi osserva scettica e inarca le sopracciglia sottili. Immagino che l’abbiano messa in guardia su di me: il famigerato James Shelley, tenente dell’esercito degli Stati Uniti, il suo nuovo ufficiale in comando.
Nessun problema. È sempre meglio sapere come stanno le cose.
«Allora, come fanno le industrie della difesa a inventarsi una guerra?» le chiedo.
Risponde con il pragmatismo di un sottufficiale navigato: «Esula dalle mie competenze, signore».
«Vale lo stesso la pena di pensarci. Secondo me, fanno così: tutte le grandi imprese della difesa, i grandi produttori di armi che ci piace tanto odiare, si incontrano in videoconferenza, non di persona. Sulle prime c’è un po’ di freddezza, loro sono fatti così, poi, a un certo punto uno fa: “Su, veniamo al dunque. Serve qualcuno che voglia fare la guerra a casa sua. Ci sono volontari?”.»
«Signorsì, signore!» dice entusiasta il soldato speciale Matthew Ransom, mentre viene da me per l’ispezione obbligatoria dell’equipaggiamento.
«Non fare il buffone, Ransom.»
«Scusi, tenente.»
Riprendo il filo del discorso e inizio l’ispezione, passando in rassegna l’attrezzatura e verificando che ogni attacco dell’esoscheletro sia ben agganciato.
«“Ci sono volontari?” Ovviamente è solo una battuta, perché i produttori di armi non permetterebbero mai che scoppiasse un conflitto nel proprio Paese. Regola numero uno: non ammazzare i tuoi contribuenti. La guerra si infligge agli altri.»
«Verissimo, signore» risponde Jaynie un po’ amareggiata, mentre inizia a controllare il soldato scelto Yafiah Yeboah.
Forse sto riuscendo a farle capire come vanno le cose.
«Insomma, la battutina funziona, hanno rotto il ghiaccio. Allora iniziano a fioccare idee a destra e a sinistra, finché un altro non fa: “Fermi tutti, ce l’ho! Facciamo la guerra nel Sahel! È un bel territorio sgombro, non ci sono giungle schifose e non è neanche un vero deserto. E poi abbiamo già quel fantoccio di Ahab Matugo”. L’idea piace a tutti e quindi acconsentono: la prossima guerra, quella che li terrà impegnati per altri tre o quattro annetti, magari dieci se tutto va bene, si farà proprio nella regione del Sahel africano, tra il Sahara e la foresta equatoriale.»
Acquattato nel fango di fianco a Matt Ransom, eseguo l’ultima fase dell’ispezione: controllo che l’anfibio sinistro sia agganciato alla pedana fluttuante dell’esoscheletro. Sembra tutto a posto, quindi gli do una pacca sull’asta della coscia e dico: «Puoi andare».
Mentre mi alzo, la struttura dell’esoscheletro si flette. Nonostante lo zaino di trentasei chili che ho sulla schiena, le aste montanti sulle gambe mi tirano su senza che io faccia sforzi, e le giunture emettono un lieve sibilo. Le articolazioni meccaniche rilasciano un leggero odore asettico di olio lubrificante minerale, a malapena percepibile tra la puzza tutta naturale del fango e dei cani.
Mi rigiro verso Jaynie, lei interrompe l’ispezione e mi chiede: «Quindi adesso le industrie della difesa devono far scoppiare la guerra, giusto?».
«Prima devono scegliere da che parte stare, ma per quello gli basta fare testa o croce. La Cina diventa il primo fornitore di Ahab Matugo e l’Alleanza araba si becca lo status quo…»
«Tenente,» interrompe Ransom «vuole che la ispezioni?»
«Sì, procedi pure.» Quando inizia ad aprire le sicure e a controllare i livelli di energia, mi passo una mano sulla calotta. Mi viene in mente il periodo in cui ho assistito ai preparativi per questo conflitto durante la mia prima missione militare, nel sud della Bolivia. Faccio il possibile per mantenere la calma: «Insomma, noi americani… non scendiamo subito in campo. Prima dobbiamo finire un’altra guerra, poi promettiamo di intervenire quando sarà proprio indispensabile per questioni umanitarie. Non ci mettiamo a discutere su quale parte prendere perché è ininfluente. È risaputo che non capiamo i problemi politici di quell’area, e anche se fosse, non ce ne frega un cazzo comunque. Lì non hanno niente che ci interessi. L’unico motivo per cui entriamo in guerra è permettere ai nostri produttori di armi di far contenti i loro azionisti. I contribuenti americani ascolteranno la propaganda guerrafondaia strombazzata sui media e metteranno mano al portafoglio, dando la colpa della crisi economica ai liberali e costringendo così i cervelloni disoccupati della classe proletaria ad arruolarsi. Perché, in fondo, è un lavoro come un altro e nemmeno le industrie della difesa possono convincere il congresso a sborsare dieci milioni di dollari per un robot da guerra, quando con duecentocinquantamila puoi ottenere un soldato in carne e ossa altamente qualificato e con un’intelligenza superiore alla media».
Ransom fa un passo indietro. «Può andare, signore.»
Lo ignoro. «È per questo, sergente, che ci troviamo qui a Fort Dassari a occupare una terra a noi straniera in cui non ci vogliono. Ed è il motivo per cui stanotte, come ogni notte, dobbiamo andare a pattugliare un territorio nemico, dando a degli stranieri quanto noi la possibilità ammazzarci. Non lo facciamo per la gloria. Non c’è nessuna gloria e non c’è niente in ballo. Il nostro obiettivo è restare vivi, evitare vittime tra i civili e uccidere chiunque voglia uccidere noi. In nove mesi, sotto il mio comando non è morto nemmeno un soldato, e vorrei che continuasse così. Chiaro?»
Prudente, Jaynie mantiene un’espressione neutrale. «Signorsì, signore. Chiarissimo.» E poi, siccome non ha intenzione di lasciarsi intimidire da un tenente con cinque anni meno di lei e un quarto della sua esperienza nell’esercito, aggiunge: «Quelli della Guida l’hanno descritta come un bastardo fuori di testa, signore…».
Alle sue spalle, Yafiah si tappa la bocca con una mano per evitare di scoppiare a ridere.
«… però mi hanno assicurato che, per quanto sia stronzo, non ci lasceranno cadere in un’imboscata.»
Le faccio un sorriso amichevole. «Un paio di volte l’abbiamo scampata per un soffio.»
Visto che il nostro è quello più a nordest di una serie di presìdi di frontiera posti in luoghi sperduti, noi siamo i più esposti. Il forte è il nostro rifugio, la base per le operazioni. Le mura alte quattro metri cingono la caserma e un cortile che riuscirebbe al massimo a contenere due carri armati. Noi non ce li abbiamo, però abbiamo tre ATV parcheggiati sotto una tettoia.
La nostra missione si svolge all’esterno. Facciamo azione di intercettamento: diamo la caccia ai ribelli che riescono a penetrare fino a nord mentre loro danno la caccia a noi. La Guida non riesce sempre a individuarli in tempo, per questo abbiamo cinque cani. Non ce li ha dati l’esercito, ma il motto delle Squadre d’assalto connesse è “Innovazione, coordinazione e ispirazione”… il che significa che abbiamo carta bianca per ideare a modo nostro altre strategie.
«Un’ultima cosa, signore» fa Jaynie mentre mi volto. «È vero che è un cyborg?»
«Ho solo un overlay» dico toccandomi vicino all’occhio. «Sono delle pellicole oculari, come lenti a contatto incorporate, solo che ricevono e visualizzano dati.»
La linea dorata che ho tatuata sulla curva della mascella è un’antenna, e nelle orecchie ho dei minuscoli auricolari integrati, ma a quelli non accenno.
«Non sarà mica connesso con il mondo esterno, vero?»
«Da una zona di guerra? Figurati! L’unica connessione autorizzata è quella con la Guida.»
«Quindi è collegato anche quando non indossa l’elmetto?»
«Esatto. Tutto quello che vedo e sento viene inviato subito ai piani alti.»
«Come mai, signore?»
Non è un discorso che voglio affrontare in questo momento, quindi rivolgo l’attenzione all’ultimo del gruppetto. Il soldato scelto Dubey Lin è sul camminamento di ronda a quasi tre metri da terra, intento a scrutare da una feritoia gli alberi intorno. Si fida un po’ troppo della vista umana, ma è sempre pronto ad agire tempestivamente e senza fiatare. In realtà, non apre proprio mai bocca. «Dubey!» gli urlo. «Vieni giù!»
«Signorsì, signore.»
Salta a terra, lasciando che gli ammortizzatori dell’esoscheletro assorbano l’impatto e spaventando i cani, talmente tesi in vista del giro di pattuglia notturno che subito si saltano addosso. Mentre girano in tondo facendo la lotta per gioco, lanciano ringhi furiosi. Ransom si unisce a loro e inizia a fare mosse di kung fu in direzione di Dubey, piegando le aste robotiche delle gambe e delle braccia, ma come sempre lui non lo calcola neanche di striscio.
Tra le fila delle SAC, gli esoscheletri vengono soprannominati le Sorelle Morte, perché tutte le componenti, a parte le pedane fluttuanti, assomigliano moltissimo a ossa umane. Lungo la gamba c’è un’asta ammortizzata che arriva fino ai fianchi e ha una giuntura al ginocchio. Sulla schiena, perché si veda il meno possibile, la struttura è a forma di clessidra e si chiude con un arco che avvolge le spalle e riesce a sopportare senza problemi il peso dello zaino militare e la forza di leva esercitata dalle aste sottili sulle braccia.
Dei pacchetti di microprocessori rilevano i gesti del soldato e li traducono in algoritmi di movimento personalizzati. Un soldato che indossa l’esoscheletro può venire colpito a morte da un proiettile e restare ancora in piedi. L’ho visto in Bolivia. E se la batteria della Sorella Morta è ancora abbastanza carica, riesce a portare il corpo in una zona sicura dove possano recuperarlo. Ho visto anche quello. A volte i cadaveri continuano a camminare, fin dentro i miei sogni. Ma non lo confesserei mai alla Guida.
Jaynie mi punzecchia ancora un po’. «Ma se quelli della Guida sentono tutto quello che dice, perché contin...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Red
  4. SQUADRA D’ASSALTO CONNESSA. Episodio 1: Pattuglia della notte
  5. SQUADRA D’ASSALTO CONNESSA. Episodio 2: Interferenze
  6. SQUADRA D’ASSALTO CONNESSA. Episodio 3: Prime luci
  7. SQUADRA D’ASSALTO CONNESSA. Edizione estesa
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright