Se alla parola «immigrazione» si toglie il prefisso iniziale, se si toglie l’«in», emerge una parola che vira in un senso totalmente diverso. Una parola drammatica, evocatrice di un mondo che almeno in Europa e per l’Europa si pensava fosse scomparso per sempre: il mondo delle diaspore e soprattutto il mondo delle migrazioni, fantasmi millenari che oggi riemergono dal passato evocando le più remote forme della nostra paura.
Migrazioni che oggi sono e si vedono determinate da due cause principali.
Per cominciare, migrazioni evocate e attratte dall’immagine e dal sogno del nostro presente benessere, come nel resto del mondo è trasmesso dalle nostre televisioni e sulla «rete».
E poi migrazioni causate dai conflitti e dalle guerre, dal fallimento degli Stati, oggi soprattutto spinte verso l’Europa dal fallimento degli esperimenti politici fatti per «esportare la democrazia» nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, con il relativo sequitur di un terrorismo internazionale di tipo relativamente nuovo, perché a carattere insieme religioso e «patriottico».
Per derivazione da queste due cause si può distinguere tra coloro che sono «migranti» (per povertà) e coloro che sono «rifugiati» (per conflitti e guerre) e in specie, all’interno di questo scenario generale, si può notare quanto segue:
a) la prima causa delle migrazioni è quella che vede l’entrata in scena del «fantasma della povertà».
Stime attendibili indicano la presenza nell’Africa cosiddetta subsahariana di circa 200 milioni di persone disposte a prendere in considerazione l’ipotesi della migrazione.1 Naturalmente non migrazione verso sud, ma verso nord.
Un’entrata in scena tutt’altro che sorprendente e inattesa, ma prevista già vent’anni fa:
Il fantasma della povertà sta tornando in Occidente. Evocata dal colonialismo, la povertà del mondo ha lentamente cominciato a muoversi, da sud verso nord. … Ciò che in particolar modo impressiona è la struttura di questi processi migratori. Una struttura che, per la prima volta nella storia, è congiuntamente materiale e virtuale. La povertà e la ricchezza non si muovono più solo materialmente: si muovono anche virtualmente, attraverso immagini e segni. … il nuovo motore, il «motore virtuale», è di gran lunga più potente di quello meccanico: capace di muovere su vasta scala e a velocità crescente masse enormi di povertà … sono le immagini della ricchezza occidentale trasmesse dalla televisione che, come un miraggio, lentamente attivano e attirano da sud verso nord il movimento della povertà.2
Oggi questa previsione è drammaticamente confermata e fa riemergere dal profondo parti tragiche della nostra storia, come del resto è già stato nel mondo antico: i popoli «barbari» non vedevano la televisione, ma sapevano dell’esistenza di Roma!
Se era così allora, oggi con la televisione e con la «rete» tutto si viene a sapere, anche ai confini del mondo, in modo sempre più preciso, diretto e veloce.
Se è vero che gli artisti hanno la capacità di entrare nella realtà e di rappresentarla con larga forza di suggestione, quanto sopra trova corrispondenza in una particolare opera d’arte. Un’opera insieme singolare e collettiva, sviluppata su una serie di tavoli su cui sono poggiati i disegni fatti dai bambini di tante, e certo non le più ricche, parti del mondo.3
Ebbene, il contenuto rappresentato e costantemente ricorrente in tutti questi disegni è costituito dalle immagini della vita occidentale contemporanea, espressa nelle più normali e desiderabili manifestazioni del nostro benessere.
Ne emerge un dato che da una parte può sembrare paradossale, ma dall’altra parte è perfettamente razionale e coerente proprio con quanto sostenuto appena qui sopra: le migrazioni non partono dalle aree dominate dalla disperazione, dalle aree dove non arrivano neppure le televisioni e la «rete». Partono invece dalle aree un po’ meno povere, dove quantomeno per televisione, se non via «rete», arriva e si comprende il messaggio del raggiungibile benessere occidentale e dove, soprattutto tra i meno anziani, la scelta della migrazione viene così ad acquistare una sua propria suggestione e ragione e giustificazione, tanto di fattibilità quanto di utilità.
In aggiunta vanno certo considerati anche i cambiamenti climatici e i malgoverni. Ma è soprattutto quanto sopra che è sufficiente e determinante per l’attivazione dei processi migratori.
Se è così, ed è così, è del tutto evidente che il cammino del «fantasma della povertà» non si ferma facilmente.
Può e oggi deve certo essere fermato con valli e muraglie, come nel tardo impero, ma non è sufficiente. È infatti evidente che quelle finora messe in campo sono soluzioni solo temporanee rispetto alla dimensione e all’intensità di ciò che sta arrivando in Europa.
Coloro che solo in questo modo si illudono di evitare negli anni e nei decenni a venire il disordine e lo straniero avranno l’uno e l’altro insieme.
C’era quasi vent’anni fa e ci sarebbe ancora un modo, ovvero un’ipotesi politica, se non per interrompere almeno per moderare un processo migratorio così strutturalmente sollecitato e sviluppato. Un’ipotesi possibile, un’ipotesi di sviluppo nei Paesi di origine: «Aiutiamoli a casa loro».4 Ma è stata un’ipotesi che allora l’Europa ha miopemente rigettato, in nome del suo egoismo «fiscale». Un’ipotesi su cui, comunque, si tornerà più avanti.
È anche per aver mancato su tutto questo, per avere dato ascolto alle classi «dirigenti» (?) europee, per avere creduto che l’«immigrazione» potesse tutt’al più essere la forma rovesciata e benevola del vecchio colonialismo europeo, che questa potesse fornirci il «popolo di ricambio», un popolo più nuovo e più docile rispetto a quello vecchio, un popolo che sarebbe venuto per colmare i vuoti lasciati nei lavori più umili e poi anche per pagarci le pensioni, come allora ci si illudeva, è anche per tutto questo che oggi siamo, in Europa, nel pieno del dramma della situazione presente.
Come pure era stato previsto, ma non ascoltato, quando ancora si era in tempo, quindici anni fa:
All’alba del terzo millennio, si presentano e si confrontano, in Europa, due opposti modelli di società:
a) il modello «neo-giacobino» della società universale multirazziale …
b) il modello «cristiano» di una società equilibrata tra presente, futuro e passato, tra locale e globale, tra in e out, tra forze nuove che premono dall’esterno e valori storici radicati nella tradizione.5
Ciò che appunto contribuisce a rendere furioso questo lato del mondo; ma, come se non bastasse, c’è infatti anche
b) l’altra causa delle migrazioni: le guerre, i conflitti, i fallimenti degli Stati, i fallimenti degli esperimenti politici.
Guerre e conflitti e fallimenti non sono mai mancati, e non per caso ma pour cause non sono mai mancati proprio nei Paesi e nelle aree più povere. Ma di recente se ne è concretizzata una variante nuova e per così dire «esterna», un’accelerazione nello sviluppo del disordine e del conflitto. Una variante operata con la nuova e sperimentale tecnica dell’«esportare la democrazia».
Si noti, al proposito, che appena quarant’anni fa, persino in Europa, la democrazia era l’eccezione e non la regola, fuori dalla democrazia essendo Grecia, Portogallo, Spagna, mezza Germania, tutto l’Est europeo. E dunque, e per prima, avrebbe dovuto essere la storia, e proprio la nostra storia, a insegnarci che la democrazia è un processo complesso a formazione progressiva e non un prodotto istantaneo.
Sempre a proposito di storia, va ancora notato che un errore molto simile a quello che è appena stato fatto, cercando di esportare la democrazia nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, fu fatto alcuni decenni fa al tempo della decolonizzazione dell’Africa.
In Africa, subito dopo la fine delle colonie, si avviarono infatti immediatamente libere elezioni, basate sul metodo: «One man, one vote». Appena dopo la prima applicazione di questo metodo, venne fuori non «one man, one vote», ma «once». Una volta sola! Ho vinto io, e poi basta! Solo ora, dopo decenni, si vedono in quel continente i primi reali avanzamenti sul cammino della democrazia.
E invece, ignorando tutte queste lezioni, troppi in Occidente hanno pensato che la democrazia non fosse un processo con un suo sviluppo fisiologico e graduale ma, come un McDonald’s, un prodotto elementare e appetibile e perciò esportabile in forma istantanea, per esempio nel quadrante del Mediterraneo e del Medio Oriente.
Spesso lo si è fatto in forma disinteressata, con prevalenti finalità «benevole» e perciò con l’offerta sincera e generosa da parte dell’Occidente, come modello, delle sue migliori possibili opportunità di civiltà. Altre volte, non lo si può negare, è stata invece una variante contemporanea, pur se «democratica», del vecchio colonialismo mercantile.
In ogni caso, troppo spesso l’esportazione della democrazia è stata forzata, tanto con le guerre quanto con i «media». Come è stato da ultimo nel caso delle cosiddette «primavere arabe», dove la democrazia è stata spinta, con i flash mob e sui gruppi di Facebook, con la sincronica chiamata delle masse al regime change.
Diversamente, la storia e la ragione indicavano e indicano ancora oggi come più appropriati tempi più lunghi e metodi più saggi. Nessuno, neppure l’Occidente, è infatti titolare di un sistema automatico a interruttore centrale: bene o male, dentro o fuori. Se entri nel club, automaticamente diventi migliore. Se no, no.
Cavalcando secolarmente la globalizzazione, come se tutta la vita fosse nel traffico delle merci o dei capitali, e infine cercando di esportare la democrazia, e cercando di esportarla di colpo in altri e diversi Paesi, ne abbiamo in realtà forzato la storia e le tradizioni, e anche il loro credo nella trascendenza religiosa, un credo che noi da decenni troppo spesso abbiamo invece obliterato.
In definitiva, abbiamo violato la loro «patria».
Troppo spesso si è infatti dimenticato e si dimentica che la parola «patria» deriva dal latino pater: la terra dove riposano le ossa dei padri. E molto di quello che ha alimentato e tuttora alimenta prima i conflitti e poi di riflesso le migrazioni deriva per reazione proprio dall’imposizione forzata in quei Paesi dei nostri diversi modelli civili e politici e dei nostri diversi interessi.
Il primo effetto, già in atto se pure non stimabile nella sua dinamica futura, si è avuto in loco, con l’emersione di nuovi conflitti o con guerre o con la radicalizzazione di conflitti e guerre già in atto, e poi e di riflesso con la migrazione di masse di profughi.
Ma non solo. Tutte queste dinamiche sono state anche e sono origine di un particolare tipo di terrorismo. Un terrorismo di tipo «patriottico» che trova la sua specifica patria in un credo religioso diverso dal nostro, un credo che l’azione dell’Occidente, se pure non consapevolmente e non intenzionalmente, ha comunque sfidato.
Un particolare tipo di terrorismo che oggi realizza nella diversa forma e nel diverso spazio della nuova «unità del mondo» la terribile profezia del «partigiano».6
La parola «capitale» (da cui capitalismo) deriva dal latino caput: il capo di bestiame, il simbolo elementare della ricchezza reale inciso sulle vecchie monete.
Ora i termini si sono invertiti. Non è più la finanza a servire l’economia, ma l’economia a servire la finanza. Ciò che è nato per essere strumentale è infatti divenuto principale. E ciò che era solo una parte è divenuto il tutto, come in una stravolta e folle metonimia.
In molti campi la modernità ha portato sviluppi positivi straordinari. Per esempio, nel campo della medicina. Non così nel campo della finanza.
La massa della finanza cuba oggi circa 1,4 quadrilioni di dollari e tanto per valore quanto per potere ormai sovrasta l’economia.
La finanza, una nuova superpotenza che non ha esercito, non ha confini, non ha regole, non riconosce diritti diversi dai suoi, forma, sostiene e sovvenziona in tutte le sedi il suo totalitario «pensiero» mercatista e con questo la sua dominante «cultura», non è soggetta a corti di giustizia ma semmai le usa, tende a trasformare le democrazie in predilette o tollerate oligarchie, non ha leader visibili e tuttavia, cresciuta ormai a dismisura, comanda su tutti: sugli Stati, sui governi, sui popoli.
L’esatto opposto di quella che nel mondo occidentale è stata per secoli e fino a ieri la base essenziale della democrazia: la «Rule of Law», il governo della legge e con la legge.
Eppure una costruzione fragile perché fatta troppo in fretta e a rovescio: in pochi anni e dall’alto invece che dal basso, con le fondamenta nel vuoto.
Una massa che è già uscita dal controllo della politica, questa ormai da tempo abdicante verso lo Stato maggiore della finanza, come la vecchia politica fu abdicante nel 1914 a favore degli Stati maggiori militari.
Ma soprattutto una massa che, quasi all’insaputa dei suoi feticisti, sta ormai uscendo fuori dal campo di applicazione proprio dei suoi stessi strumenti «tecnici» di controllo.
Prima i banchieri centrali hanno preso il posto dei politici. Fra poco i tribuni potrebbero prendere il posto dei banchieri.
Una degenerazione, quella della finanza contemp...