Tra le infinite cose
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Tra le infinite cose

  1. 288 pagine
  2. Italian
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Tra le infinite cose

Informazioni su questo libro

Kay ha undici anni quando rientra a casa e il portiere del palazzo le consegna un pacco: «Per mamma» dice, prima che le porte dell'ascensore si chiudano. Ancora in corridoio, Kay si rigira la scatola tra le mani e fantastica che sia un regalo per il suo compleanno. Non c'è niente di male a dare una sbirciatina. Ma quando la apre, la scatola contiene solo carta, tanti fogli ammucchiati come biglietti della lotteria: "Cara Deborah, questa lettera riguarda Jack... Ho cominciato ad andare a letto con tuo marito a giugno dell'anno scorso…", mail su mail, parole vergognose e seducenti. Kay chiude la scatola, entra in casa facendo finta di niente. Cosa c'entrano tutte quelle cose con la sua vita?

Un segreto bruciante per una ragazzina. Quando il fratello Simon, quindici anni, arriva a casa, Kay lo chiama in camera sua e gli consegna la scatola. Simon legge, un foglio dopo l'altro: grazie per ieri … quando hai premuto la mia mano sul tuo collo… legge fino a quando ne ha abbastanza. Schiaccia i fogli nella scatola, solleva il mento e grida: «Mamma!».

Crash! La vita della famiglia Shanley va in frantumi.

Con un incipit vertiginoso Julia Pierpont ci racconta quello che accade agli adulti – a Jack, un artista di grido, e a sua moglie Deb, che si è lasciata alle spalle una carriera di ballerina per dedicarsi ai figli e al matrimonio – quando scoprono di non conoscere affatto la persona che amano e capiscono che la loro vita non è per niente quella che avevano immaginato di vivere. E cosa accade ai ragazzi quando fronteggiano l'immensa libertà del mondo degli adulti che li esclude e li rende furiosi, e con quella libertà fanno i conti a modo loro, con le vite che nonostante tutto vanno avanti.

Julia Pierpont ha scritto un romanzo d'esordio che è il ritratto della famiglia contemporanea colta nel cuore del suo cambiamento e insieme il racconto della capacità di ognuno di noi di assorbire anche i traumi più forti senza rompersi.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804661214
eBook ISBN
9788852074530
Terza parte

JAMESTOWN E L’OVEST, INIZIO GIUGNO

Ci sono ragnatele nella boscaglia. Eccole là, nel tardo pomeriggio, quando il sole al tramonto ne tesse i fili tenui e appiccicosi trasformandoli in oro.
A Jamestown imparare a guardare la natura si stava rivelando impegnativo. Durante le passeggiate, Kay si teneva qualche passo dietro la madre e stava attenta alle enormi fenditure dei marciapiedi, che si spaccavano per fare spazio alle radici degli alberi. Percorrevano il vitino dell’isola, da casa loro a est fino al più tranquillo litorale ovest con i suoi attracchi per le barche. «Come farsi tutta la Cinquantasettesima» scherzava la madre.
La madre scherzava parecchio. E diceva: «Stiamo avendo fortuna». Avevano avuto fortuna il primissimo giorno, a trovare l’unico taxi rosso e la tassista davanti alla pittoresca Kingston Station, anche se a Simon la macchinetta delle bibite aveva fregato un dollaro. Avevano di nuovo avuto fortuna in taxi, quando pensavano ormai di aver preso la direzione sbagliata e invece era comparso dal nulla il cartello giusto, e tutti i cartelli seguenti avevano cominciato ad avere un senso. Era quasi impossibile imboccare la loro strada al primo colpo: la via era minuscola, quattro o cinque case in tutto precariamente appoggiate contro una collinetta.
Deb aveva deciso di essere fortunata e così sarebbe stato.
Durante le tre ore e mezzo di viaggio in treno, il tempo per la lettura aveva ceduto il passo al tempo per i pensieri. Avevano appena superato Stamford quando la sua attenzione era scivolata dal libro al finestrino. Gli occhi avevano iniziato a scandire un palo del telefono dopo l’altro, il cavo allentato in mezzo, e Deb aveva rimpianto di non avere musica da ascoltare, Joni Mitchell, la sua voce forte dietro testi malinconici, per godersi meglio quella sensazione di trovarsi in una storia, come se lei fosse un personaggio e quello un incipit.
Quante volte aveva pensato di vivere il proprio romanzo. Dai cinque ai venticinque anni, ogni desiderio che aveva espresso – davanti a un cavallo bianco, quando le cadeva un ciglio, spegnendo una candelina infilata nella glassa – era sempre lo stesso. Entrare nella scuola giusta, nella compagnia giusta, nel cast giusto anno dopo anno. Dammi solo quest’altra cosa. La danza e Jack erano stati le grandi storie della sua vita. La maternità era un capitolo a parte, lì non c’erano stati provini. E magari ci sarebbero voluti. I figli erano stati l’unica Cosa Grandiosa che non avesse richiesto impegno da parte sua, e mai si sarebbe aspettata di rivivere quello stesso desiderio di un tempo. Adesso le sembrava che potesse aprirsi un’altra storia, anche due. Chi poteva dire che quello non fosse il primo giorno di qualcosa – Dio, non del resto della sua vita, quello magari no, ma di qualcosa, magari qualcosa di bello?
Aveva lasciato chiudere le palpebre e fuori il giorno era diventato un’indistinta macchia verde.
La casa all’inizio sembrava più vegetazione che casa, ma dietro il glicine e le campanule si innalzavano due piani, un tetto con tegole di varie tonalità di grigio, un rivestimento bianco scrostato. C’era una veranda con la tettoia imbarcata e la zanzariera della porta mezza staccata e arricciata. Anche cacche di uccello, in tinta con il rivestimento. Non erano nemmeno sicuri che fosse la loro, perché le erbacce erano cresciute fino a ricoprire la cassetta della posta. «Ah.» Deb tormentò il cuore di vetro che portava appeso al collo, sporgendo la testa fuori dal finestrino. «Qui, no? Siamo arrivati.»
«Come fai a non saperlo?» disse Simon. Sorprendente già solo il fatto che si fosse degnato di parlare. Aveva dovuto schiarirsi la voce.
Deb strapagò la tassista, che durante il viaggio aveva raccontato dei propri figli, tutti maschi. «Giuro, gli dici di fare una cosa e fanno il contrario. E io che per tutta la vita ho desiderato una femminuccia da agghindare.»
«Sono fantastiche, le femmine» aveva risposto Deb strizzando l’occhio a Kay, che lei non agghindava mai.
A Kay la casa sembrava decrepita. Dentro, i mobili soffocavano sotto un telo di plastica. Le luci erano spente, ma Gary aveva lasciato un biglietto sul tavolo della cucina. “Immobile da andare a vedere a Boston. Torno presto, fate come se foste a CASA VOSTRA!!” Kay non aveva memoria di Gary, tuo praticamente-zio Gary, ti regalava i giocattoli per il compleanno, non ti ricordi? – Quali giocattoli? – e Deb non sapeva dire quali oppure: «Non so, quel personaggio tipo nano-nano, il Furby» – e Kay magari si ricordava il Furby ma non la persona che gliel’aveva regalato.
«Questa casa ha cento anni» disse Deb sopraggiungendo alle sue spalle con il borsone. Aveva sottolineato l’età come se fosse una cosa bella.
«Non è che crolla?» Simon sfilò col passo svelto accanto a loro, la valigia sollevata sopra la testa. La lasciò poi cadere sul pianerottolo del primo piano e si aggrappò ai due corrimano, facendo dondolare le gambe.
«No che non crolla.»
«Potrebbe esserci un terremoto.»
«Simon... rilassati, okay?» disse Deb. Kay guardò la madre che scendeva di corsa per andare a prendere gli ultimi bagagli. Le scale erano di legno e arrotondate sugli spigoli, senza passatoia né striscioline di gomma come quelle che avevano a scuola. Girandosi si ritrovò davanti alla faccia il palmo aperto di Simon, nero di polvere.
In effetti la casa era messa peggio di quanto Deb si aspettasse. Gary, che la usava soltanto per andare a pesca e dipingere, non aveva parlato di danni provocati dall’umidità eppure lei dalla base delle scale aveva già visto delle chiazze marroni sul soffitto del primo piano, delle ombre come se lì sopra fosse morto qualche animale.
Dalla veranda il mare era grigio e scintillante mentre il sole si accasciava dietro la casa. Sulla via era calata l’ora di cena: tintinnio di piatti e posate, conversazioni che si diffondevano dalle finestre aperte mescolandosi al frinire dei grilli. Deb trovava qualcosa di imbarazzante nell’assistere al rituale, gli odori e i rumori delle famiglie riunite a mangiare.
Non potevano far altro che mangiare, anche loro.
Portò i ragazzi in un ristorante di pesce poco più giù lungo la strada principale, con tavoli all’aperto e lucine natalizie appese. Si fermarono a studiare il menu esposto fuori: cozze e aragoste da trenta dollari. Il posto più carino della città ma quasi vuoto anche se mancavano solo poche settimane all’inizio dell’alta stagione.
«Mangiamo cinese.» Simon indicò un edificio di mattoni vagamente arancione.
Deb aguzzò la vista. «Mi pare sia una banca.» Poi notò il cavalletto:
PEKING EMPIRE
L’Empire occupava solo un angolo dell’edificio, che per il resto era vagamente aziendale. Sulla porta superarono un freezer chiuso a chiave e un tabellone con la pubblicità di coni gelato. All’interno, sopra la cassa, retroilluminate, erano appese le immagini dei piatti – la Delizia di Pesce, lo Speciale Famiglia Felice – le stesse fotografie che esponevano in posti più a buon mercato dove erano stati in città. «Ce l’andiamo a mangiare in spiaggia?»
«Io preferirei mangiare qui» disse Simon.
Kay confermò qui con un cenno della testa.
Così rimasero dentro, sebbene fosse chiaramente più un takeaway, con un solo tavolo, un truciolato giallo che slavava tutto. Da un televisore fissato al soffitto pendevano flosce delle nappe rosse. La ricezione era scarsa, e loro cercarono di indovinare che film fosse. Il cibo era come quello che avrebbero potuto ordinare a New York, ed era proprio ciò che a Simon e Kay sembrava piacere.
Tornarono indietro a piedi mentre scendeva la sera mangiando ghiaccioli a forma di personaggi dei fumetti, palline di chewing gum al posto degli occhi. Per Simon era come allontanarsi dalla nave ammiraglia, lo mein e Coca-Cola, i comfort di casa. Si portava dietro anche due lattine di gassosa, nel timore che in casa ci fosse solo l’acqua del rubinetto. Una gli cadde mentre svoltavano in una strada non lontano da casa loro, deflagrando e schizzando il marciapiede, le siepi, la sua polo.
«Perdincibacco» esclamò la madre, divertita. «E ne rimase una sola!»
La casa aveva solo tre camere da letto, e dunque i ragazzi avrebbero dormito insieme in quella con due lettini. Il lampadario non funzionava, ma con l’ennesimo colpo di fortuna Deb ripescò un paio di torce elettriche dal ripostiglio nel sottoscala, una con le batterie cariche.
Simon e Kay non avevano mai dormito nella stessa stanza, e quando erano rincasati sembrava che la stessero addirittura condividendo con un terzo, mastodontico incomodo, il cumulo dei vestiti di Simon depositato su uno dei letti. Prima di cena Simon aveva aperto la zip della valigia e l’aveva svuotata in un unico blocco, compatto come un castello di sabbia.
Si lanciò sull’altro materasso pensando a quanto era stato stupido mandare, prima della partenza, un messaggio a Elena e scoprire adesso che in quella stupida casa il suo cellulare non prendeva e lui non aveva modo di collegarsi a internet. Cerchiamo di farne a meno per un pochino, aveva detto la madre, come i pionieri.
Kay indirizzò il fascio della torcia verso la nuca del fratello. «Dove dormi?»
«È uguale.»
«Devi sceglierne uno.»
«Tutti e due.»
«Simonnnnn.»
«Dài, Kay, è ovvio che non posso dormire su due letti.» Con un rimbalzo sul sottile materasso strappò la torcia alla sorella, orientandola verso il mucchio di vestiti, testimonianza geologica dell’ordine con cui aveva preparato la valigia. Un comò di rovere nell’angolo aspettava di immergerli nel proprio curioso odore immalinconito. Simon avrebbe voluto solo lasciare le cose com’erano, riesumare ogni mattina calzini e mutande senza mai scombussolare il blocco, rimettendoci sopra la valigia vuota come un coperchio una volta che quella vacanza fosse finalmente finita.
Invece buttò tutto per terra. Senza curarsi degli angoli, sbatté il lenzuolo che la madre aveva steso sul materasso, intanto che la sorella andava a cambiarsi in corridoio. Quando tornò, lui era già sotto le coperte, con gli stessi vestiti che aveva indossato quella mattina a New York, e stava ripercorrendo il messaggio che aveva scritto a Elena. L’aveva vista il giorno prima uscendo dalla prova finale di geometria, seduta insieme a Jared sul terriccio sabbioso dietro la palestra.
Iniziava:
ehiehi. come butta?
«Simon?»
«Eh?»
«A che pensi?»
«Non sono affari tuoi. Niente.» ehiehi. come butta? sopravvissuta agli esami? ke fai questestate? io viaggio 1po’, tu? Troppe domande.
«Simon?»
«Che c’è, Kay? Sto cercando di dormire.» La sentì girarsi dall’altra parte. «Non capisco che vuoi» disse a voce alta, anche se un po’ lo sapeva. La sorella voleva parlare dei genitori, ma per lui non c’era niente da dire. Non riusciva a spiegare come mai non gliene fregasse niente, che in tutta la faccenda c’era qualcosa di finto che invece a lei sembrava così reale. Non riusciva a spiegare come mai non gli sembrasse nemmeno di essere lì. La vita reale erano i suoi amici, la scuola. Spense la torcia. Qualche minuto dopo la riaccese. La posò per terra in mezzo ai due letti, puntata verso il soffitto, dove rimase fino al mattino.
Il giorno in cui erano partiti, quando non sentì più il rumore dell’ascensore con la sua famiglia ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Tra le infinite cose
  4. Prima parte. NEW YORK, FINE MAGGIO
  5. Seconda parte. QUELL’ANNO E GLI ANNI CHE SEGUIRONO
  6. Terza parte. JAMESTOWN E L’OVEST, INIZIO GIUGNO
  7. Quarta parte. QUELL’ANNO E GLI ANNI CHE SEGUIRONO
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright