Una corsa nel vento
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Una corsa nel vento

  1. 462 pagine
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Una corsa nel vento

Informazioni su questo libro

Londra. Henri Lachapelle sta insegnando alla giovane nipote Sarah a cavalcare. Ma quando la tragedia irrompe, Sarah è lasciata sola a fronteggiare le terribili conseguenze. In un altro angolo della città l'avvocato Natasha Macauley è costretta a dividere la casa con il suo carismatico ex marito. Quando la sua strada incrocia quella di Sarah, la vita sembra di nuovo offrirle una possibilità. Natasha però non sa che Sarah custodisce un segreto in grado di cambiare per sempre le loro vite.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852074776
Print ISBN
9788804662778

1

Il cavallo che si erge sulle zampe posteriori è un tale prodigio da catturare lo sguardo di tutti gli spettatori, giovani e vecchi.
SENOFONTE, Sull’equitazione, 350 a.C.
Il treno per Liverpool Street era stracolmo. Le sembrava assurdo che potesse esserci così tanta gente a quell’ora del mattino. Natasha Macauley si sedette, già accaldata nonostante il fresco delle prime ore del giorno, e mormorò delle scuse alla donna che aveva dovuto spostare la sua borsa. L’uomo in giacca e cravatta che era salito dopo di lei si infilò nello spazio tra i passeggeri di fronte e aprì subito il giornale, senza accorgersi di aver coperto in parte il libro della donna al suo fianco.
Non era la strada che Natasha faceva di solito per andare al lavoro: aveva passato la notte in un hotel di Cambridge dopo un seminario legale. Ne aveva ricavato un numero soddisfacente di biglietti da visita di avvocati e procuratori, che si erano congratulati con lei per la sua relazione, proponendo ulteriori incontri e possibili collaborazioni. Ma adesso sentiva i crampi allo stomaco per l’eccesso di vino scadente della serata e desiderò per un attimo aver trovato il tempo di fare colazione. Di solito non beveva e le era difficile tenere il conto del consumo di alcol quando si trovava in situazioni in cui le riempivano continuamente il bicchiere, mentre era distratta dalla conversazione.
Stringendo in una mano il contenitore in polistirolo con il suo caffè bollente, diede un’occhiata all’agenda, promettendo a se stessa che in qualche momento della giornata si sarebbe ritagliata uno spazio più ampio di mezz’ora per chiarirsi le idee. Avrebbe inserito in agenda un’ora per la palestra e una per il pranzo. Si sarebbe, come la esortava a fare la madre, presa cura di sé.
Ma per il momento l’agenda diceva:
– Ore 9. Los Angeles contro Santos, aula 7.
– Divorzio Persey. Valutazione psicologica del bambino?
– Parcella! Verificare con Linda la situazione assistenza legale.
– Fielding. Dov’è la dichiarazione del teste? Bisogna faxarla oggi!
Ogni pagina, per almeno le due settimane successive, era un’inesorabile serie di elenchi costantemente rimaneggiati. I suoi colleghi dello studio Davison Briscoe si erano ampiamente convertiti agli strumenti elettronici – palmari e BlackBerry – per navigare nelle loro vite, ma lei preferiva la semplicità di carta e penna, anche se Linda si lamentava del fatto che la sua agenda fosse illeggibile.
Natasha sorseggiò il caffè, notò la data e aggiunse con una smorfia:
– Fiori e scuse per il compleanno di mamma.
Mentre il treno avanzava rumorosamente verso Londra, le pianure del Cambridgeshire scivolarono nei grigi sobborghi industriali della città. Natasha fissò le sue pratiche, cercando di concentrarsi. Di fronte a lei vedeva una donna apparentemente convinta che fosse sano mangiare un hamburger con doppio formaggio per colazione e un adolescente la cui espressione assente era in curioso contrasto con la musica martellante che fuoriusciva dai suoi auricolari. Si prospettava una giornata di un caldo implacabile: il calore penetrava nella carrozza gremita e avvolgeva i corpi, che lo amplificavano.
Chiuse gli occhi, rammaricandosi di essere incapace di dormire in treno, poi li riaprì al suono del suo cellulare. Frugò nella borsetta e lo ripescò fra il portatrucchi e il portafogli. C’era un messaggio: “Caso Watson rinviato. Cancellata udienza delle 9. Ben”.
Negli ultimi quattro anni Natasha era stata l’unico solicitor advocate dello studio, figura ibrida fra il solicitor, avvocato responsabile della fase preparatoria dell’azione legale, e il barrister, l’avvocato patrocinante, che poteva discutere le cause davanti a tutte le corti inglesi. Il doppio ruolo si era dimostrato utile soprattutto per la sua specializzazione: rappresentare i bambini. Erano meno preoccupati di presentarsi in tribunale se ad accompagnarli era la stessa donna cui avevano già raccontato la loro storia in un ufficio. Da parte sua, a Natasha piaceva poter costruire un rapporto con i suoi clienti e nello stesso tempo vivere gli aspetti più combattivi del patrocinio in tribunale.
“Grazie, sarò in ufficio tra mezz’ora” rispose con un sospiro di sollievo. Poi imprecò mentalmente: aveva saltato la colazione per niente.
Stava per riporre il telefonino quando suonò di nuovo. Era ancora Ben, il suo tirocinante. «Volevo solo ricordarti che abbiamo spostato alle dieci e mezzo la ragazza pachistana.»
«Quella con i genitori che litigano per l’affidamento?»
La donna accanto a lei tossì in modo appariscente. Natasha alzò lo sguardo, lesse “Vietato l’uso di cellulari” sul finestrino, abbassò la testa e scartabellò l’agenda. «Abbiamo anche i genitori del caso di sottrazione di minore alle due. Puoi tirarmi fuori le carte pertinenti?» disse sottovoce.
«Già fatto. E ho comprato dei croissant» aggiunse Ben. «Immagino che non avrai mangiato niente.»
Era sempre così. Se Davison Briscoe avesse smesso di prendere dei tirocinanti, lei sarebbe morta di fame, ne era certa.
«Sono alle mandorle. I tuoi preferiti.»
«Servile e adulatore, Ben, farai strada.»
Natasha chiuse la custodia del telefonino, ma aveva appena estratto la pratica sulla ragazza pachistana dal portadocumenti quando l’apparecchio suonò di nuovo.
Questa volta ci furono inequivocabili mormorii di disapprovazione. Senza guardare nessuno negli occhi, farfugliò delle scuse prima di rispondere. «Natasha Macauley.»
«Sono Linda. Ho appena ricevuto una chiamata da Michael Harrington. Ha accettato di patrocinare per te la causa di divorzio dei Persey.»
«Fantastico.» Era un divorzio milionario, con complicate questioni di custodia. Le serviva un avvocato di grosso calibro che si occupasse della parte finanziaria.
«Vorrebbe discutere con te di alcuni aspetti questo pomeriggio. Sei libera alle due?»
Natasha ci stava riflettendo quando si accorse che la donna accanto a lei stava borbottando in tono tutt’altro che amichevole.
«Sono abbastanza sicura che vada bene.» Si ricordò che aveva rimesso l’agenda nel portadocumenti. «Oh, no. Forse ho un altro appuntamento.»
La donna la richiamò con un colpetto sulla spalla. Natasha mise una mano sul ricevitore. «Ho quasi finito» disse più bruscamente di quanto avrebbe voluto. «So che l’uso del cellulare è vietato su questa carrozza, e me ne scuso, ma ho bisogno di concludere la telefonata.»
Si infilò l’apparecchio fra orecchio e spalla per cercare l’agenda, voltandosi di scatto esasperata quando la donna la richiamò di nuovo.
«Le ho detto che ho quasi…»
«Il suo caffè è sulla mia giacca.»
Natasha abbassò lo sguardo e vide il bicchiere appoggiato in equilibrio precario sull’orlo della giacca color crema. «Oh, mi scusi.» Lo afferrò. «Linda, possiamo rivedere il mio pomeriggio? Sono sicura di avere un buco libero da qualche parte.»
La risatina della sua segretaria le risuonò nelle orecchie mentre chiudeva il telefonino. Cancellò l’udienza in tribunale e aggiunse l’incontro sull’agenda; stava per rimetterla nella borsa quando qualcosa sul giornale dell’uomo di fronte a lei catturò la sua attenzione.
Si chinò in avanti per accertarsi di aver letto bene il nome nel titolo, avvicinandosi così tanto che l’uomo abbassò il giornale e la guardò infastidito. «Mi scusi,» disse lei, ancora folgorata dalla notizia «potrei… dare una rapidissima occhiata al suo giornale?»
L’uomo restò troppo sorpreso per rifiutare. Natasha prese il quotidiano e lesse due volte l’articolo sbiancando in viso, prima di restituirlo. «Grazie» disse con voce flebile. L’adolescente lì accanto stava sogghignando, divertito da quella incredibile infrazione dell’etichetta appena avvenuta sotto i suoi occhi.
Sarah tagliò in diagonale i sandwich quadrati per farne dei tramezzini, poi li avvolse con cura in due fogli di carta oleata e li infilò uno in frigorifero, l’altro nella sua borsa insieme a due mele. Pulì la superficie di lavoro con un panno umido, controllò che nel cucinino non fossero rimaste briciole e spense la radio. Papa odiava le briciole.
Per strada, il sibilo lontano del furgone del latte segnalava la sua partenza dal cortile. Il lattaio non faceva più consegne a domicilio da quando qualcuno gli aveva rubato il furgone mentre lui era al quinto piano. Portava ancora le bottiglie alle vecchiette della residenza per anziani lì di fronte, ma tutti gli altri dovevano andare al supermercato e portarsi a casa i pesanti cartoni su autobus sovraffollati o a piedi nelle borse della spesa piene zeppe. Ma se Sarah fosse riuscita a scendere in tempo, lui gliene avrebbe lasciato comprare uno, come quasi ogni mattina.
Guardò l’ora, poi controllò il filtro del caffè per vedere se il liquido marrone scuro era già sceso. Ogni settimana diceva a Papa che il caffè vero costava un sacco di più di quello istantaneo, ma lui alzava le spalle e replicava che alcuni risparmi erano una falsa economia. Sarah asciugò la tazza, percorse lo stretto corridoio e si fermò fuori dalla sua stanza.
«Papa?» Da molto tempo il nonno non era più “Grandpapa”.
Spinse la porta con la spalla. La stanzetta era inondata dalla luce del mattino e per un momento si poteva fingere che fuori ci fosse un luogo incantevole, una spiaggia o un giardino di campagna, invece dell’usurato complesso di case anni Sessanta di East London. Di fronte al letto c’era uno scrittoio lucido, con sopra spazzole per i capelli e per gli indumenti allineate con cura sotto la foto di Nana. Non aveva più voluto un letto matrimoniale dopo la sua morte: con un letto singolo nella stanza c’era più spazio, diceva. Ma Sarah sapeva che non riusciva a sopportare il vuoto di un grande letto, ora che la nonna non c’era più.
«Il tuo caffè.»
L’anziano si sollevò dal cuscino e cercò a tastoni gli occhiali sul comodino. «Stai già per uscire? Che ore sono?»
«Poco oltre le sei.»
Lui prese l’orologio e lo guardò strizzando gli occhi. Quell’uomo che portava gli abiti come fossero un’uniforme aveva un’aria stranamente vulnerabile con indosso il pigiama. Papa si vestiva sempre con decoro. «Prenderai quello delle sei e dieci?»
«Se corro. I tuoi tramezzini sono nel frigorifero.»
«Di’ a quel matto del cowboy che lo pagherò questo pomeriggio.»
«Gliel’ho detto ieri, Papa. Va bene.»
«E chiedigli di mettere da parte delle uova. Le ritireremo domani.»
Sarah riuscì a prendere l’autobus, ma solo perché era in ritardo di un minuto. Si lanciò dentro sbuffando, con la borsa che le dondolava forte sulle spalle. Mostrò il suo abbonamento e si sedette, rivolgendo un cenno di saluto alla donna indiana che si metteva nello stesso posto di fronte a lei ogni mattina, con in mano secchio e strofinaccio. «Bella giornata» disse la donna mentre l’autobus oltrepassava l’agenzia di scommesse.
Sarah si voltò a guardare le strade sporche illuminate dalla luce soffice del mattino. «Lo sarà» concesse.
«Morirai dal caldo con quegli stivali» disse ancora la donna.
Sarah diede un colpetto alla borsa. «Qui dentro ho le scarpe per la scuola» rispose. Si sorrisero imbarazzate, quasi a disagio per aver detto tanto dopo mesi di silenzio. Sarah si mise comoda sul sedile e guardò fuori dal finestrino.
A quell’ora del mattino il tragitto per arrivare da Cowboy John durava diciassette minuti; solo un’ora più tardi, quando le strade a est della città erano intasate dal traffico, ci voleva quasi tre volte tanto. Di solito Sarah arrivava prima di lui, ed era l’unica persona cui era stato concesso un duplicato delle chiavi. In genere, quando lo vedeva avanzare sulla strada con il passo lento e le gambe rigide, lei stava facendo uscire le galline. Quasi sempre, lo udiva cantare.
Sheba, la femmina di pastore tedesco, abbaiò una volta mentre Sarah armeggiava con il lucchetto del cancello di metallo, poi vide chi era e si sedette ad aspettarla, tamburellando ansiosamente con la coda. Sarah le lanciò un biscotto ed entrò nel piccolo cortile, chiudendosi il cancello alle spalle con un colpo smorzato.
Un tempo quella parte di Londra era punteggiata di scuderie, nascoste in fondo a stradine acciottolate, dietro alle porte dei fienili, sotto gli archi. Allora i cavalli trainavano i barrocci dei birrifici e i carretti dei rigattieri e dei carbonai, e il sabato pomeriggio non era insolito vedere un piccolo, amatissimo cavallo domestico o un paio di trottatori di classe in giro per il parco. La scuderia di Cowboy John era una delle poche rimaste, in fondo a un vialetto che partiva dalla strada principale, e occupava più o meno quattro arcate della ferrovia, con tre o quattro box sotto ciascuna. Davanti alle arcate c’era un cortile di ciottoli circondato da un muro, dove erano accatastati pagliericci, stie, bidoni, uno o due cassoni e qualsiasi vecchia auto che Cowboy John aveva intenzione di vendere, oltre a un braciere sempre acceso. Circa ogni venti minuti, un treno di pendolari rombava sopra la testa, ma né gli esseri umani né gli animali ci facevano caso. Le galline becchettavano, una capra azzardava un assaggio di qualunque cosa non fosse autorizzata a mangiare e Sheba osservav...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Una corsa nel vento
  4. Prologo
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. Epilogo
  32. Ringraziamenti
  33. Copyright