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Il carteggio Aspern
- 176 pagine
- Italian
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Il carteggio Aspern
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Un giovane studioso americano, ossessionato dal grande poeta Aspern, tenta in tutti i modi di impadronirsi del carteggio che potrebbe far luce su un episodio misterioso della vita dell'autore, ma il suo piano andrà drammaticamente in fumo. Una trasparente allegoria sull'inafferrabilità dell'arte sullo sfondo di una Venezia crepuscolare.
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9788804396482eBook ISBN
9788852074066IX
Lasciai Venezia la mattina successiva, subito dopo aver saputo che la mia ospite non era perita – come avevo temuto in un primo momento – sotto il peso del colpo che le avevo inferto – e del colpo, posso ben dire, che lei aveva inferto a me. Come potevo crederla capace di alzarsi dal letto da sola? Non riuscii a vedere Miss Tina prima di partire; vidi solo la loro domestica, cui affidai un messaggio per la sua giovane padrona. In questo messaggio dicevo che sarei rimasto assente solo pochi giorni. Andai a Treviso, a Bassano, a Castelfranco; feci delle passeggiate, dei giri in carrozza e guardai le vecchie chiese coperte di muffa, piene di dipinti male illuminati; passai ore a fumare seduto fuori della porta di caffè pieni di mosche e dalle tendine ingiallite, che si aprivano sul lato in ombra di piccole piazze sonnolente. Nonostante questi passatempi, che erano meccanici e superficiali, mi godetti ben poco i miei viaggi: dovevo ingoiare un boccone amaro e non riuscivo a liberarmi del suo sapore. Era stato diabolicamente grottesco, come dicono i giovani, essere sorpreso da Juliana nel cuore della notte mentre esaminavo la serratura del suo mobile; e non lo era stato di meno l’aver creduto, per un buon numero di ore, che molto probabilmente l’avevo uccisa. L’umiliazione mi bruciava, ma dovetti assorbirla, mentre scrivevo a Miss Tina per minimizzarla oltre che per renderle conto della posizione in cui ero stato sorpreso. Dal momento che non mi degnò di una risposta non potevo sapere l’impressione che le avessi fatto. Mi feriva essere stato definito “canaglia d’uno scribacchino”, dal momento che di certo scrivevo e non si poteva dire che fossi stato corretto. Vi fu un momento in cui mi convinsi che l’unico modo per cancellare il disonore fosse quello di andarmene immediatamente, sacrificando le mie speranze e liberando per sempre le due povere donne dall’oppressione della mia presenza. Poi riflettei che avrei fatto meglio a tentare prima con una breve assenza, dal momento che avevo già avuto la sensazione (inespressa e vaga) che, scomparendo completamente, non avrei condannato all’annientamento solo le mie speranze. Forse avrebbe funzionato se mi fossi tenuto nell’ombra abbastanza a lungo da dare alla più anziana signora il tempo di convincersi di essersi liberata di me. Che, dopo quanto era successo, desiderasse liberarsi di me – anche se io non mi ero liberato di lei – era fuor di dubbio: quella mostruosità di mezzanotte l’avrebbe curata dalla sua disposizione ad accettare la mia compagnia per amore dei miei dollari. Mi dissi che, dopo tutto, non potevo abbandonare Miss Tina, e continuai a dirmelo anche mentre notavo che aveva completamente ignorato la mia ansiosissima richiesta – le avevo dato due o tre indirizzi fermo posta, nelle cittadine che intendevo visitare – di qualche cenno sulle sue autentiche condizioni. Mi sarei fatto scrivere le novità dal mio domestico se solo quell’uomo fosse stato in grado di usare una penna. Come potevo dare una dimensione al disprezzo espresso dal silenzio di Miss Tina che era sempre stata così poco sprezzante? Ero sopraffatto dal dispiacere; eppure, se avevo scrupoli a tornare, ne avevo altri a non farlo e volevo mettermi in una posizione migliore. La conclusione fu che tornai a Venezia il dodicesimo giorno e, mentre la gondola batteva dolcemente contro i gradini del nostro palazzo, i palpiti leggeri della trepidazione mi fecero capire la violenza che mi ero fatto rimanendo lontano.
Mi ero deciso così all’improvviso che non avevo nemmeno telegrafato al mio domestico, che quindi non era venuto alla stazione ad aspettarmi, ma lo vidi comunque tirare fuori la testa da una finestra al piano di sopra quando raggiunsi la casa. «L’hanno messa sotto terra, quella vecchia» mi disse nell’androne del piano terra mentre si caricava la valigia sulle spalle; e mi ghignò in faccia e quasi mi strizzò l’occhio come se sapesse che questa notizia mi avrebbe fatto piacere.
«È morta!» esclamai, con un’espressione molto diversa.
«Così pare, dal momento che l’hanno seppellita.»
«È tutto finito allora? Quand’è stato il funerale?»
«L’altro ieri. Ma non si poteva neanche chiamare funerale, signore: roba da niente – un piccolo passeggio brutto di due gondole. Poveretta!» continuò l’uomo, riferendosi evidentemente a MissTina. Il suo concetto di funerale era che dovessse soprattutto servire da divertimento ai vivi.
Volevo sapere di Miss Tina, come potesse stare e in genere dove si trovasse; ma non gli feci altre domande finché non fummo di sopra. Adesso che l’avvenimento si era compiuto ne vedevo l’aspetto negativo, specialmente l’idea che la povera Miss Tina avesse dovuto cavarsela da sola dopo la fine. Cosa ne sapeva di questi accordi, dei passi da intraprendere in simili casi? Poveretta davvero! Potevo solo sperare che il dottore le avesse dato il sostegno necessario e che non fosse stata abbandonata dai vecchi amici dei quali mi aveva parlato, quella piccola banda di fedeli la cui lealtà consisteva nel presentarsi alla porta di casa una volta all’anno. Cavai dal mio servo che due anziane dame e un anziano gentiluomo si erano dati da fare attorno a Miss Tina e l’avevano sorretta – erano venuti in una gondola di loro proprietà – durante il viaggio al cimitero, la piccola isola di tombe circondata da un muro rosso che si trova a nord della città sulla rotta che porta a Murano. Si delineava da questi segni che le signorine Bordereau erano cattoliche, una scoperta che non avevo mai fatto, dal momento che la vecchia non era in grado di recarsi in chiesa e non ci andava neppure la nipote, per quanto mi constava, o ci andava solo per la prima messa in parrocchia prima che io mi alzassi. È certo che persino i preti rispettavano la loro clausura perché io non avevo mai visto sventolare la sottana di un curato in quella casa. Quella sera, un’ora dopo, mandai il mio servo di sotto con cinque parole scritte su un biglietto per chiedere se Miss Tina mi volesse ricevere per pochi minuti. Non era in casa, dove l’aveva cercata, mi disse quando fu di ritorno, ma nel giardino, dove passeggiava per rinfrescarsi e raccoglieva i fiori proprio come se le appartenessero. L’aveva trovata là e lei gli aveva detto che sarebbe stata felice di vedermi.
Scesi e passai una mezz’ora con la povera Miss Tina. Aveva sempre avuto quell’aspetto di lutto stantio, come se stesse portando, fino alla consunzione, vecchie gramaglie che non sarebbero mai giunte alla fine; e in questo momento particolare non mostrava nulla di nuovo. Ma era chiaro che aveva pianto e pianto parecchio – in modo semplice, tranquillizzante, rinnovatore, con un primitivo, ritardato senso di solitudine e violenza. Ma nulla aveva delle sembianze o della grazia del dolore, e io fui quasi sorpreso nel vederla lì in piedi nel primo crepuscolo, con le mani piene di rose ammirevoli, che mi sorrideva con gli occhi arrossati. La faccia bianca, incorniciata dalla mantiglia, la faceva sembrare più alta e più sottile del solito. Non avevo dubitato del suo irriconciliabile disgusto nei miei confronti, della sua convinzione che avrei dovuto trovarmi sul posto per consigliarla, per aiutarla e, anche se ero convinto che non ci fosse rancore nella sua indole e nessuna grande convinzione dell’importanza dei suoi affari, mi ero preparato a un cambiamento dei suoi modi, a un certo tono di risentimento e di distacco che avrebbe detto alla mia coscienza: “Ebbene, sei proprio in gamba a mettere in pratica quello che predichi!”. Ma la verità storica mi costringe a dichiarare che il viso vuoto di questa povera donna cessò di essere tale e quasi cessò di essere insignificante mentre si voltava lieta verso l’inquilino della defunta zia. Costui ne fu toccato nel profondo e pensò che questo semplificasse la propria situazione fino a che scoprì che così non era. Quella sera fui gentile quanto ne sono capace, e passeggiai con lei nel giardino finché mi sembrò opportuno. Non ci furono spiegazioni di sorta tra di noi e non le chiesi perché non avesse risposto alla mia lettera. Ancor meno ripetei quello che le avevo detto in quel messaggio; se preferiva lasciarmi immaginare di aver dimenticato la posizione in cui Miss Bordereau mi aveva sorpreso e l’effetto di quella scoperta sull’anziana donna, ero del tutto pronto a non contrastare quella volontà: le ero grato di non trattarmi come se avessi ucciso io sua zia.
Continuammo a passeggiare anche se non ci fu un grande scambio di opinioni eccetto l’evidenza della sua perdita, espressa dal mio contegno e dall’impressione che adesso lei dava di dipendere da me, dal momento che le feci intendere che io mi interessavo ancora a lei. Quello di Miss Tina non era un petto in cui potessero albergare orgoglio o pretese di indipendenza; lei non aveva l’aria di sapere in quel momento che cosa sarebbe stato di lei. Comunque sia, evitai di insistere su quella questione, perché non ero certo pronto a dire che mi sarei fatto carico della sua persona. Fui cauto; non in modo ignobile, penso, perché sentivo che la sua conoscenza della vita era così scarsa che, nella sua non sofisticata visione, non ci dovesse essere una buona ragione perché – dal momento che sembravo avere compassione di lei – non dovessi in qualche modo prendermi cura di lei. Mi disse come era morta sua zia, molto tranquillamente alla fine, e che, dopo, ogni cosa era stata fatta dalla cura dei loro buoni amici – per fortuna, disse sorridendo, grazie a me di denaro ce n’era in casa. Ripeté che quando gli italiani “per bene” ti prendono a ben volere, sono amici per la vita; e, dopo aver approfondito questa questione, mi chiese del mio giro, le impressioni, le avventure, i posti che avevo visto. Le dissi ciò che potevo, inventando una parte, temo, dal momento che nello stato di confusione in cui mi ero trovato avevo appreso ben poco; e, dopo essere rimasta ad ascoltarmi esclamò, proprio come se avesse dimenticato la zia e la propria pena: «Mio Dio, quanto mi piacerebbe fare certe cose – fare un viaggetto divertente!». Mi balenò per la mente per un momento che io avrei dovuto proporre qualche impresa, per esempio che l’avrei accompagnata ovunque avesse voluto; e osservai in ogni modo che una bella gita – per svagarla un po’ – si sarebbe potuta combinare; ci avremmo pensato e avremmo visto cosa si poteva fare. Non feci parola dei documenti di Aspern, non feci domande su cosa avesse scoperto o che altro fosse accaduto a quel riguardo prima della morte di Juliana. E non che non fossi sulle spine dalla voglia di saperlo, ma mi sembrò più conveniente non esibire di nuovo la mia cupidigia così presto dopo la catastrofe. Speravo che fosse lei a dire qualcosa, ma non vi fece alcuna allusione e in quella circostanza mi sembrò naturale. Più tardi, comunque, quella notte, mi venne in mente che il suo silenzio poteva essere sospetto; dal momento che, se lei aveva parlato dei miei movimenti, di qualcosa di così estraneo come il Giorgione di Castelfranco,1 avrebbe anche potuto alludere a ciò che ben sapeva mi stava tanto a cuore. Non si poteva supporre che l’emozione prodotta dalla morte di sua zia le avesse cancellato dalla memoria che io ero interessato alle reliquie di quella donna, e mi agitai riflettendo, più tardi, che la sua reticenza probabilmente significava che di reliquie non ne erano rimaste. Ci separammo in giardino – fu lei a dire che doveva rientrare; adesso che si trovava da sola al piano nobile sentii (giudicando in ogni modo secondo criteri veneziani) che non potevo più andarci a piacimento. Mentre ci stringevamo la mano per augurarci la buonanotte, le chiesi se avesse fatto qualche progetto di carattere generale, se avesse riflettuto su cosa sarebbe stato meglio fare. «Oh sì, oh sì, ma non ho ancora preso decisioni» replicò quasi gaia. La sua allegria si spiegava dunque con la sensazione che avrei deciso io per lei?
La mattina successiva fui lieto che avessimo ignorato le questioni pratiche, perché questo mi dava il pretesto per incontrarla immediatamente. C’era adesso una questione abbastanza pratica che andava affrontata. Mi sentivo tenuto a farle sapere formalmente che, com’era naturale, non mi aspettavo più di essere suo inquilino e mi sembrava anche opportuno mostrare interesse al suo regime finanziario nel caso avesse dovuto far fronte a qualche impegno. Ma io non ero destinato, come poi fu, a conversare con lei per più di un istante su l’uno o l’altro di questi punti. Non le mandai nessun messaggio; scesi semplicemente nella sala e rimasi lì a camminare avanti e indietro. Sapevo che sarebbe uscita, che avrebbe capito subito che ero lì per lei. In un certo senso preferivo non trovarmi al chiuso in sua compagnia; i giardini e i saloni mi sembravano i luoghi più favorevoli per parlare. Era una mattinata splendida, con qualcosa nell’aria che anticipava in qualche modo la morte della lunga estate veneziana; una freschezza dal mare che agitava i fiori in giardino e creava in casa – ora meno chiusa e scura di quando l’anziana donna era in vita – una piacevole corrente. Era l’inizio dell’autunno e della fine dei mesi dorati. E con questo era anche la fine del mio esperimento – o lo sarebbe stato nel volgere di mezz’ora, quando avrei appreso che il mio sogno era stato ridotto in cenere. Dopo non ci sarebbe stato altro da fare per me che andare alla stazione; perché in tutta franchezza – come capii nella luce di quella mattina – non potevo attardarmi lì a fare da guardiano a un esemplare femminile inetta, di mezza età. Se Miss Tina non aveva salvato le carte perché mai avrei dovuto sentirmi in debito con lei? Penso che rabbrividii un poco mentre mi chiedevo quanto, nel caso le avesse salvate, avrei dovuto esserle riconoscente e, come si dice, compensarla, di una simile cortesia. Non avrebbe potuto, in fin di conti, quel favore costringermi a farmi carico della sua persona? Se quest’idea non mi metteva maggiormente a disagio mentre camminavo su e giù per la sala era perché avevo la convinzione di non avere niente di cui preoccuparmi. Se la vecchia non aveva distrutto tutto prima di essersi lanciata contro di me nel salottino, lo aveva fatto di sicuro il giorno dopo.
Miss Tina ci mise più tempo di quanto mi fossi aspettato per agire secondo i miei calcoli ma, quando infine uscì, mi guardò senza mostrare sorpresa. Dissi che la stavo aspettando e lei mi chiese perché non glielo avessi fatto sapere. Fui lieto, qualche ora dopo, di essermi trattenuto dall’osservare che un amichevole intuito avrebbe potuto suggerirglielo: mi fu di conforto non aver scherzato, seppur in modo così blando, con la sua sensibilità. Ciò che dissi era virtualmente la verità – ero troppo nervoso, perché mi attendevo che lei decidesse del mio destino.
«Il suo destino?» disse Miss Tina, dandomi un’occhiata bizzarra e, mentre parlava, osservai in lei un raro cambiamento. Sì, era diversa da quella che era stata la sera precedente – meno naturale e meno a suo agio. Aveva pianto nei giorni precedenti e adesso non stava piangendo, eppure mi sembrò meno sicura di sé. Era come se qualcosa le fosse successo durante la notte o, per lo meno, come se avesse pensato a qualche cosa che l’aveva turbata – qualcosa in particolare che modificava il suo rapporto con me, lo rendeva più imbarazzante e più complicato. Aveva semplicemente cominciato ad accorgersi che, se sua zia non era lì, la mia posizione adesso ne risultava alterata?
«Mi riferisco alle nostre carte. Ce ne sono? Ormai lo deve sapere.»
«Sì, ce ne sono moltissime; più di quante avessi immaginato.» Mi sembrò che le tremasse la voce mentre me lo diceva.
«Intende dire che le ha di là… e che posso vederle?»
«Non penso che possa vederle» disse Miss Tina, con un’espressione di straordinaria supplica negli occhi, come se la sua più fervida speranza fosse che ora non gliele prendessi. Ma come poteva aspettarsi da me un simile sacrificio dopo tutto quello che era stato detto tra noi? Che altro ero tornato a fare a Venezia se non per vederle, per prenderle? La mia gioia nell’apprendere che esistevano ancora fu tale che, se la povera donna si fosse buttata ai miei piedi implorandomi di non parlarne mai più, avrei considerato il suo comportamento uno scherzo di cattivo gusto. «Le ho, ma non posso mostrargliele» aggiunse in tono lamentoso.
«Neanche a me? Ah, Miss Tina!» proruppi in un tono di infinita rimostranza e rimprovero.
Arrossì, e le lacrime le tornarono agli occhi; misurai l’angoscia che le procurava tenere un atteggiamento che le veniva imposto da un...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il carteggio Aspern e le forme dell’illusione
- Cronologia della vita e delle opere
- Bibliografia essenziale
- Il carteggio Aspern
- Prefazione
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- NOTE
- Copyright