Batman: Arkham Knight. La mossa dell'Enigmista
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Batman: Arkham Knight. La mossa dell'Enigmista

  1. 276 pagine
  2. Italian
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Batman: Arkham Knight. La mossa dell'Enigmista

Informazioni su questo libro

La morte del Joker ha lasciato un vuoto nel sottobosco criminale che popola le notti di Gotham City. Un vuoto presto destinato a colmarsi con un degno erede del "pagliaccio": l'Enigmista. Altrettanto folle, altrettanto sadico, forse ancora più pericoloso, l'appassionato creatore di indovinelli perversi raduna i più spietati nemici del cavaliere oscuro per ridare a Gotham City il suo ruolo di capitale del crimine. Per Batman e Robin, intrappolati in un incubo mortale, sta forse per suonare l'ultimo rintocco?

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852073410
Print ISBN
9788804663904

1

L’Enigmista era in attesa.
Aveva osservato.
Aveva osservato e registrato e, una volta visto quel che doveva vedere, si era messo a elaborare piani sulla base delle sue osservazioni.
Come si trasforma uno scherzo in un indovinello?
Era in cerca del luogo perfetto per portare avanti le sue macchinazioni, e l’aveva trovato: le rovine sotterranee di Wonder City.
Un tempo signore e padrone della città, Rā’s al Ghūl era ormai fuori dai giochi, dal momento che era morto e il suo Pozzo di Lazzaro era stato distrutto. Talia, figlia del demonio, era scomparsa. Anche il Joker era svanito in una nuvola di fumo, mescolatasi in parte all’onnipresente miasma di criminalità che incombe su Gotham City persino nei giorni più tersi. Il resto era finito nello scarico, risucchiato dal sistema idrico.
Il Joker era così diventato per sempre parte del tessuto vitale: senza dubbio le minuscole particelle che lo componevano e che erano sfuggite alla cremazione si erano posate su strade, edifici e persino sugli abitanti della metropoli. In tutta onestà, Gotham City senza il Joker era inconcepibile.
Secondo l’Enigmista, il problema era proprio questo.
Lui, Edward Nigma, era la soluzione.
In cima alla gerarchia criminale di Gotham City c’era un vuoto ed è risaputo che la natura rifugge il vuoto. Così come l’Enigmista, del resto. Perciò l’avrebbe colmato lui.
“Un altro si sarebbe imbarcato in una campagna di omicidi,” meditò “o in attacchi eclatanti ai luoghi simbolo di Gotham.” Ma non era nello stile dell’Enigmista, lui vedeva la situazione con lo sguardo del giocatore di scacchi davanti alla scacchiera. Ci sono tre fasi, negli scacchi. “Buffo come tante cose siano concepite in serie di tre” pensò.
“Magari…”
Ma no. “Procediamo con ordine.”
In una partita a scacchi, le prime dieci mosse, se giocate come si deve, sono predefinite perché le possibilità sono arcinote. Se i bianchi giocano pedone in Re4, i neri non risponderanno portando avanti il pedone della torre dalla parte della regina. Perché no? Perché sarebbe una sconfitta certa.
No, qualunque giocatore che sappia il fatto suo sa orientare la prima parte del gioco lungo sentieri prevedibili, così da stabilire un terreno di gioco alla pari e al tempo stesso una ragionevole probabilità di vittoria.
Lo stesso principio vale per la conclusione della partita, che presenta percorsi altrettanto definiti. Un re che sprona un pedone lungo la scacchiera contro l’altro re o una torre che taglia la scacchiera fino all’angolo e sconfigge il nemico. O il sacrificio che fa crollare la fila di pedoni che proteggono il re e apre la strada al colpo trasversale di un alfiere.
Questi sono stratagemmi prevedibili con diverse mosse di anticipo, ecco perché capita così di rado che una partita seria finisca con uno scacco matto: il giocatore esperto è in grado di prevedere l’inevitabile e in quel caso si ritira dalla sfida. All’inizio e alla fine, una partita a scacchi è sempre… prevedibile, ma nel mezzo, invece? In mezzo, dove le possibilità si moltiplicano più in fretta di quanto il pensiero possa elaborare? È lì che si presentano le sorprese, è il momento in cui si vince o si perde. Perciò l’Enigmista, come prima cosa, immaginò il piano nelle sue mosse di apertura. Ci sarebbe stato da costruire, il che richiedeva tempo, ma non era un problema. Il tempo non mancava. La città si stava ancora risollevando dalla disintegrazione esplosiva di Protocollo 10 e dal regime di Hugo Strange. La situazione era tranquilla, e lo era anche l’Enigmista. Avrebbe agito dietro le quinte, aspettando di mettere in atto il suo piano quando fosse stato pronto sotto ogni aspetto.
L’Enigmista sapeva che avrebbe avuto bisogno di alleati e che alcuni gli si sarebbero opposti. Compilò un elenco di soci potenziali e di rivali probabili. Sulla scacchiera dell’Enigmista ci sarebbero stati ruoli da giocare per tutto il mondo del crimine di Gotham al gran completo. Si mise allora a formulare una serie di rompicapo, ciascuno dei quali fondato sulla natura di uno degli alleati prescelti. Non si limitò però a questo, sarebbe stato troppo facile! Il rompicapo doveva avere un livello di complessità folle! Perciò sovrappose al primo, un ulteriore livello di significato… “Oh sì” pensò. “Sarà geniale!”
Una volta compilato l’elenco di potenziali alleati, Nigma si mise alla loro ricerca. Aveva pensato a ogni comunicazione in modo da essere sicuro di suscitare il loro interesse. L’Enigmista inviò i suoi emissari da Wonder City e, quando cominciò a ricevere risposta, si mise a costruire la propria rete. Assoldò persone di cui sapeva di potersi fidare e di cui sbarazzarsi senza rimpianti.
Sapeva già come fare.
Alcuni se li portò a Wonder City. Rimasero a bocca aperta alla vista della città, di fronte a quelle strade e palazzi, dei quali molti costruiti nel Diciannovesimo secolo e ridotti ormai a rovine nella semioscurità dei sotterranei: resti di un’epoca ormai passata, di una visione unica al cui centro sorgevano le rovine della Wonder Tower, un tempo scranno del diavolo.
Erano in pochi persino tra gli abitanti di Gotham a sapere della sua esistenza.
L’Enigmista mise all’opera il suo esercito, ben pagato. Scelse di non avvertire le sue milizie che, una volta avviato il progetto, avrebbero ricevuto un piccolo bonus. In un modo o nell’altro avrebbe dovuto occuparsi anche di quelli che non era riuscito a contattare. Li avrebbe coinvolti, se li sarebbe fatti amici o li avrebbe levati dalla circolazione, qualunque fosse l’opzione migliore per la riuscita del piano.
Il ricordo lasciato da Rā’s al Ghūl e dal Joker era ancora molto vivo, ma erano anni ormai che Nigma preparava il suo ingresso sotto i riflettori. La strada era sgombra: era la sua occasione. Non se la sarebbe lasciata scappare.
Certo, non bisognava dimenticare Batman…
Di scontri a suon di enigmi con il cosiddetto Cavaliere Oscuro ne aveva avuti fin troppi. Battaglie in cui aveva messo alla prova l’ingegno del vigilante. Aveva sfidato Batman non molto tempo prima, usando delle camere costruite appositamente, ciascuna progettata intorno a un tema specifico. Come l’Enigmista aveva previsto, il suo avversario aveva superato le sfide senza grandi difficoltà, ma il passato era solo il preludio di ciò che lo attendeva. Osservando le tattiche di Batman, l’Enigmista era arrivato a elaborare delle trappole di nuova generazione, molto più sofisticate.
Erano letali di per sé, non c’era bisogno della presenza fisica di un essere umano per innescarle. Erano pensate in successione, autonome e al tempo stesso parte di un rompicapo più ampio. Sempre più complesse, in modo da sfinire il suo avversario, fino a culminare nella rivelazione che lo avrebbe distrutto, se non fisicamente, almeno con la piena consapevolezza di ciò che aveva perso.
La trappola conclusiva sarebbe stata un capolavoro.
Batman si sarebbe arreso? La vera domanda era questa. Avrebbe realizzato di essere stato sconfitto e avrebbe rovesciato il suo re? O avrebbe combattuto fino all’ultimo, a dimostrazione del proprio valore e della propria stupidità?
In entrambi i casi, il risultato sarebbe stata una vittoria dal sapore dolcissimo.
Raccolte le forze, non gli restava che trovare una collocazione per il suo rompicapo. Aveva setacciato sia Arkham che Wonder City, fatto il punto di quel che ne restava e trovato un patrimonio di materia grezza che non aspettava che di essere raccolta. I Tyger, al servizio di Hugo Strange, si erano lasciati alle spalle la parte più consistente di un patrimonio in materiali e attrezzature. Le meraviglie robotiche di Rā’s al Ghūl, chiamate “guardiani meccanici”, montavano ancora la loro silenziosa guardia nell’attesa di qualcuno che restituisse loro uno scopo. Nigma li avrebbe usati, tutti fino all’ultimo. Li avrebbe migliorati. Avrebbe ricreato ogni cosa e costruito il rompicapo che avrebbe messo fine a ogni rompicapo… ovvero il rompicapo che avrebbe messo fine a Batman.
Avrebbe avuto bisogno di aiuto: non era egomaniaco al punto da credere di poter fare tutto da solo. Se voleva riempire il vuoto lasciato dal Joker…
No.
Per decenni, a Gotham City il volto del crimine era stato quello di un folle dal ghigno pazzoide e dai capelli verdi. Non erano i panni che voleva indossare l’Enigmista. Come faceva per tutte le risorse che andava procurando, anche il ruolo andava ripensato. La pazzia andava messa da parte e sostituita con qualcosa di più… elegante. Proprio come un indovinello era più elegante di una battuta. Le battute si fondano su una piccola incongruenza, una momentanea collisione tra aspettative e realtà. Vanno ad alimentare i comportamenti più bassi della natura umana, non per niente si dice “spanciarsi dalle risate”.
Un buon indovinello richiede intelligenza e riflessione.
Il destino gli aveva offerto l’occasione perfetta. Ora più che mai aveva le risorse per affermare in modo indiscutibile il proprio predominio nella gerarchia criminale di Gotham City. Il caos che ne sarebbe scaturito avrebbe fatto dimenticare una volta per tutte il Principe pagliaccio del crimine.
Illusioni di grandezza?
“Anche se fosse?” pensò. “La grandezza è sempre un’illusione, finché… non la si trasforma in realtà.”
L’angolo dell’acciaieria apriva su uno scenario di rovine di pietra e metallo, testimonianza dell’esplosione che aveva distrutto parte dell’edificio. Come i resti della fabbrica, la struttura corazzata che avevano portato lì recava i segni di bruciature, ma, a differenza dell’acciaieria, che era inutilizzabile, il guardiano robotico sembrava intatto. Nella loro precisione meccanica, costrutti come quello sembravano usciti da un sogno steampunk. Erano l’esempio smagliante di una tecnologia molto avanzata rispetto alla loro epoca. In teoria erano stati costruiti per proteggere gli abitanti del regno di Rā’s al Ghūl, ma in realtà rappresentavano la mano armata della sua tirannia. Gli occhi che ora erano spenti e senza vita, presto sarebbero tornati a brillare, verdi di vita artificiale.
“Perfetto” pensò Nigma. “Speriamo solo che se ne siano salvati abbastanza, sarebbero proprio perfetti.” E contattò subito la squadra che aveva mandato a rastrellare le strade perché ne trovassero altri.
Chiunque poteva ottenere il potere con un coltello o con una pistola. La forza bruta abbinata all’eleganza del gambetto, invece, era il marchio del vero genio. Il rompicapo perfetto prevede che l’interpellato agisca in un solo modo, nessuna alternativa. Non esisteva una forma superiore di controllo ed era ciò che l’Enigmista voleva ottenere su Batman: il dominio assoluto.
Qui, nel decadente splendore di Arkham.

2

A Bruce Wayne quella calma non convinceva.
Nei mesi passati dalla morte del Joker, Gotham City era stata in pace, contrariamente alla natura della città. Lì c’era sempre qualcuno o qualcosa che tramava nell’ombra. Sembravano tutti meno attivi del solito, dai comuni delinquenti di strada alle famiglie del crimine organizzato. Sembrava quasi che la città piangesse il pazzo, onorasse la sua eredità perversa astenendosi una volta tanto dal caos e dalla violenza.
A pensarci era strano, dato il terrore che il Joker aveva inflitto alla città di Gotham nel ventennio passato, eppure era così. Come si dice? I fatti sono ostinati e il fatto era che Batman dal giorno della cremazione non aveva visto nemmeno un nemico in costume della consueta sfilza di soggetti da foto segnaletica. Restava da capire se erano in lutto o aspettavano di vedere chi avrebbe colmato il vuoto di potere.
Sul piano personale, Bruce era alle prese con le conseguenze psicologiche della morte del Joker, per quanto fosse irrazionale e inquietante come l’apparente lutto della città. Erano stati nemici giurati per tanto di quel tempo che, in un certo qual modo, non poteva fare a meno di sentirne la mancanza, per quanto la cosa sembrasse perversa.
Bruce doveva affrontare anche le conseguenze fisiche delle lotte dentro e fuori Wonder City. Era sempre in forma smagliante, ma anche Bruce Wayne cominciava a invecchiare e non si ristabiliva più con la stessa velocità di un tempo.
Fortunatamente, la calma inaspettata delle attività criminali gli stava dando, malconcio com’era, il tempo di riposare e di pensare alla manutenzione minima della sua straordinaria attrezzatura. Passava molto tempo nella batcaverna insieme a Robin e Alfred: rifornivano le scorte, riparavano componenti danneggiate e sostituivano quello che non si poteva riparare. I consueti ordini per componenti e strumenti erano indirizzati a Lucius Fox, amministratore delegato della Wayne Enterprises e genio ingegneristico a pieno titolo.
Quando quella calma fosse finita, e non av...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Batman: Arkham Knight. La mossa dell’Enigmista
  4. Capitolo 1
  5. Capitolo 2
  6. Capitolo 3
  7. Capitolo 4
  8. Capitolo 5
  9. Capitolo 6
  10. Capitolo 7
  11. Capitolo 8
  12. Capitolo 9
  13. Capitolo 10
  14. Capitolo 11
  15. Capitolo 12
  16. Capitolo 13
  17. Capitolo 14
  18. Capitolo 15
  19. Capitolo 16
  20. Capitolo 17
  21. Capitolo 18
  22. Capitolo 19
  23. Capitolo 20
  24. Capitolo 21
  25. Capitolo 22
  26. Capitolo 23
  27. Capitolo 24
  28. Capitolo 25
  29. Capitolo 26
  30. Capitolo 27
  31. Capitolo 28
  32. Capitolo 29
  33. Capitolo 30
  34. Epilogo
  35. Ringraziamenti
  36. Copyright