L'amore e l'impossibilità di rivelare i propri sentimenti, il bene e il male, l'orgoglio, l'egoismo, il coraggio e l'umiltà... I due brevi racconti contenuti in questo volume rappresentano non solo uno straordinario esempio di introspezione psicologica, ma anche una radicale esposizione degli aspetti più profondi ed essenziali della vita stessa. Ne La mite, apparso per la prima volta nel 1876 e giustamente considerato uno dei suoi capolavori, Fedor Dostoevskij tratta in modo completamente nuovo il tema del suicidio, facendo narrare una dolorosa vicenda familiare da un marito meschino e grossolano che tuttavia, a poco a poco, riesce a riconoscere le sue colpe nei motivi che hanno spinto la giovane moglie a togliersi la vita. Nel racconto fantastico Il sogno di un uomo ridicolo lo scrittore cerca invece di rappresentare una società utopica, una nuova età dell'oro resa possibile dalla bontà e dalla fraternità, regalandoci un messaggio di speranza innocente e bellissimo. Due gemme di immutato splendore da uno dei massimi scrittori della letteratura di tutti i tempi.

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La mite (Mondadori)
Il sogno di un uomo ridicolo
- 144 pagine
- Italian
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La mite (Mondadori)
Il sogno di un uomo ridicolo
Informazioni su questo libro
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LA MITE
(Racconto fantastico)
I
1. Chi ero io e chi era lei
…Finché lei giace qui – va tutto ancora bene: posso andare da lei a guardarla ogni istante; ma domani che la porteranno via, come farò io a rimanere solo? Adesso lei giace nel soggiorno: hanno messo insieme due tavolini da gioco, mentre la bara la porteranno domani, una bara bianca rivestita di gros de Naples, ma del resto non volevo parlare di questo… Continuo a vagare per la stanza, tentando di darmi una spiegazione. Ormai sono sei ore che tento una spiegazione, ma non riesco ancora a mettere a punto i miei pensieri. Ciò succede perché cammino in continuazione, cammino… È accaduto così. Racconterò semplicemente seguendo un ordine. (Ordine!) Oh, signori miei, io non sono per niente uno scrittore e voi ve ne accorgerete da soli, ma non importa, racconterò come l’ho intesa io.
Se volete sapere, proprio per cominciare dal principio, lei veniva da me soltanto per impegnare le sue cose, e pagarsi una inserzione sul giornale «Voce» pressappoco così: una governante cerca un posto, disposta anche a viaggiare, darebbe inoltre lezioni a domicilio, e così via, e ancora così. Questo all’inizio, e io, naturalmente, la confondevo con le altre: era venuta come erano venute le altre. Poi cominciai a notarla. Era esile, di media statura, bionda e, nel rapporto con me, quasi sempre impacciata, come intimidita (credo che si comportasse in questo modo con tutti gli estranei e io, va da sé, le ero indifferente come qualunque altro uomo, e non nella veste di pignorante). Appena ricevuti i soldi, mi voltava subito le spalle e si allontanava. E tutto ciò lo faceva in silenzio. Gli altri litigano, supplicano, trattano perché conceda di più; lei invece no, accettava ciò che le veniva dato… Mi sembra di fare confusione… Sì, soprattutto mi stupirono i suoi oggettini: dei piccoli orecchini d’argento dorato, un vecchio medaglione scadente – cose di poco valore. Lei stessa si rendeva conto del loro scarso valore, ma dall’espressione del viso potevo vedere che per lei erano un tesoro – e in effetti, come venni a sapere in seguito, era tutto quello che i genitori le avevano lasciato. Solo una volta mi permisi di sorridere delle sue cose. Cioè, vedete, io non me lo permetto mai, con i miei clienti ho un tono da gentiluomo: poche parole, cortese e severo. “Sì, severità, severità, severità!” È la mia prima regola. Ma quando una volta si permise di portarmi i resti (letteralmente i resti) di una vecchia giacca di lepre, allora non mi trattenni e, a un tratto, mi sfuggì qualcosa che pareva assomigliare a una celia… Dio mio, come era arrossita! Aveva gli occhi azzurri, grandi, pensierosi, come ardessero! Non pronunciò nemmeno una parola, prese i suoi “resti” e se ne andò. Questa fu la prima volta che io mi accorsi di lei “in modo particolare” e pensai di lei qualcosa, cioè qualcosa di esclusivo. Sì, ricordo ancora un’impressione, o meglio, se volete, l’impressione più importante, la sintesi di tutto: cioè che era terribilmente giovane, così giovane da dimostrare non più di quattordici anni, mentre allora le mancavano tre mesi per compierne sedici. Ma del resto non volevo dir questo, la sintesi che intendevo non era questa. Il giorno successivo ritornò. Venni a sapere in seguito che con quella giacca di lepre era andata anche da Dobronravov e da Mozer, ma quelli, a eccezione dell’oro, non accettano niente in pegno e non la degnarono nemmeno di una parola. Una volta avevo già accettato da lei un cammeo (un oggetto di nessun valore) – e, riflettendoci, mi ero stupito: anch’io, a eccezione dell’oro e dell’argento, non prendevo nulla, ma da lei avevo accettato quel cammeo! Ricordo questo come il mio secondo pensiero su di lei.
La volta seguente, dopo essere andata da Mozer, mi portò un bocchino per sigari di ambra, un oggettino niente male, da amatore, ma di nessun valore per noi, perché noi accettiamo solo oro. Siccome ritornava dopo la ribellione di ieri, io l’accolsi con severità. La mia severità significa durezza. Tuttavia, pagandole due rubli per il bocchino, non potei trattenermi e le dissi con una certa irritazione: «In un certo sento lo faccio solo per voi, un oggetto del genere Mozer non ve lo accetterebbe». Le parole “per voi” le sottolineai e, in un certo senso, in particolare. Mi irritava. Lei avvampò di nuovo dopo aver sentito quel “per voi”, ma non replicò nulla, non buttò i soldi, li prese – ecco cosa vuol dire miseria! Ma come era avvampata! Compresi di averla ferita. Ma appena andata, mi domandai di colpo se questo trionfo su di lei valeva davvero due rubli. Eh, eh, eh! Ricordo di aver ripetuto proprio questa domanda per ben due volte: «Vale la pena? Vale la pena?». E, ridendo, mi risposi da solo in senso affermativo. Già, allora mi ero divertito molto. Ma non si trattava di un sentimento cattivo: ci avevo anche pensato, l’avevo fatto con intenzione; volevo metterla alla prova, perché improvvisamente mi erano venuti in mente alcuni pensieri sul suo conto. Questa era la terza volta che io le rivolgevo pensieri particolari.
…È da allora che incominciò tutto. Si capisce che tentai subito di conoscere per vie traverse tutto ciò che poteva riguardarla e aspettavo la sua prossima venuta con particolare impazienza. Avevo un presentimento che sarebbe venuta presto. Quando poi arrivò, entrai con lei in amabile conversazione con straordinaria gentilezza. In fondo ho una buona educazione e me ne intendo di buone maniere. Uhm! Allora intuii che era buona e mite. Le persone buone e miti non si oppongono a lungo e, anche se non subito, diventano poi molto comunicative, non sanno evitare una conversazione: rispondono prima a monosillabi, ma rispondono e rispondono sempre più facilmente, solo non bisogna scoraggiarsi se ci si tiene tanto alla conversazione. Fu chiaro che allora lei non mi diede alcuna spiegazione. Anche delle inserzioni sul giornale «Voce» e di tutto il resto venni a sapere solo in seguito. Faceva pubblicare le sue inserzioni con gli ultimi mezzi che le erano rimasti, dapprima in tono pretenzioso: “Governante cerca un posto, anche in campagna. Offerte da spedire in busta chiusa”, poi invece: “Disposta a tutto, a dare lezioni, come dama di compagnia, a occuparsi dell’andamento della casa, a curare gli ammalati, esperta anche di cucito”, ecc., ecc., la solita storia! In genere tutto ciò si aggiungeva all’inserzione a varie riprese e alla fine, quando si precipitava nella disperazione, vi scriveva “senza stipendio, richiesto vitto e alloggio”. No, un posto non l’ha trovato! Allora decisi di metterla alla prova per l’ultima volta: afferro a un tratto l’ultimo numero del giornale «Voce» e le faccio vedere un’inserzione: “Giovane orfana cerca un posto di governante presso bambini piccoli, di preferenza presso un vedovo maturo. Può anche aiutare nell’andamento della casa”.
«Ecco, vedete, questa giovane ha fatto l’inserzione stamattina e verso sera avrà di sicuro trovato un posto. Le inserzioni vanno fatte in questo modo!»
Avvampò di nuovo, gli occhi le si incendiarono ancora, mi voltò le spalle e uscì immediatamente. Il suo comportamento mi piacque molto. Del resto già allora mi sentivo sicuro in tutto e non temevo per nulla: i bocchini da sigaro nessuno li avrebbe accettati. E anche i bocchini erano ormai esauriti. Fu proprio così, ed ecco che al terzo giorno ritorna tutta pallida e agitata – capii subito che a casa sua doveva essere accaduto qualcosa di grave, e in effetti era stato così. Racconterò più tardi cos’era accaduto, ma adesso voglio prima ricordare come allora seppi impormi, crescendo ai suoi occhi. Giunsi a questa decisione improvvisamente. Il fatto è che aveva portato quell’immagine sacra (si era decisa a portare)… Oh, aspettate! Aspettate! Ecco, adesso è già incominciato, ma prima ho confuso tutto… Voglio ricordare tutto, ora, ogni minuzia, in ogni particolare. Vorrei concentrare i miei pensieri in un punto e non posso, con tutti questi minimi particolari, ogni piccola minuzia…
Era un’immagine della Madonna. La Vergine col bambino, un’icona di famiglia, antica, con la rivestitura d’argento dorato, può valere, diciamo, circa sei rubli. Vedo, l’immagine le è cara, vuole impegnarla tutta, senza togliere la rivestitura. Le consiglio di togliere la rivestitura e di portarsi via l’immagine, avrà sempre un valore.
«È forse proibito prendere in pegno immagini sacre?»
«No, non è proibito, penso che a voi potrebbe…»
«Bene, allora togliete l’argento.»
«Sapete, preferisco non toglierlo, metterò l’icona là, nell’angolo delle immagini» dissi dopo un attimo di riflessione «insieme alle altre, sotto la lampada» (tenevo sempre una lampada accesa da quando avevo aperto il banco dei pegni) «e vi do semplicemente dieci rubli.»
«Non me ne occorrono dieci, datemene cinque, riuscirò di sicuro a riscattare il pegno.»
«Non ne volete dieci? L’immagine li vale» aggiunsi, accorgendomi di un nuovo luccichio nei suoi occhi. Non disse nulla. Le portai cinque rubli.
«Non disprezzate nessuno, io stesso mi sono trovato in simili ristrettezze, forse anche peggiori, e se adesso voi mi vedete in questa occupazione… è dopo tutto quello che ho sofferto…»
«Volete vendicarvi della società? Sì, è così?» m’interruppe lei a un tratto con uno scherno abbastanza velenoso, che conteneva del resto molta innocenza (diceva in generale, perché allora lei decisamente non mi distingueva dagli altri e l’aveva detto quasi senza voler ferire). “Aha!” pensai. “Ecco come sei, fai vedere il tuo carattere, sei della nuova tendenza.”
«Vedete» osservai subito in un tono tra scherzo e mistero «io – io sono una parte di quella forza che vuole fare il male e fa il bene…»
Mi volse uno sguardo rapido e curioso, che aveva del resto qualcosa d’infantile:
«Aspettate… Che pensiero è questo? Da dove è presa questa citazione? Dove l’ho sentita?…»
«Non lambiccatevi, con queste espressioni Mefistofele si presenta a Faust. Avete letto il Faust?»
«N… N… non attentamente.»
«Vuol dire che non l’avete letto per niente. Va letto. Del resto, vedo di nuovo sulle vostre labbra un sorriso canzonatorio. Per favore, non supponete in me così poco gusto da voler abbellire la mia parte di agente di pegni presentandomi a voi sotto le spoglie di Mefistofele. Un agente di pegni rimane un agente di pegni, questo si sa.»
«Cosa vi viene in mente… Non volevo dirvi niente che potesse…»
Avrebbe voluto dire: non mi aspettavo che voi foste un uomo istruito, ma non lo pronunciò, sapevo però che l’aveva pensato; la mia osservazione le era piaciuta molto.
«Vedete» osservai «in ogni campo si può fare del bene. Naturalmente non parlo di me, io, fuorché del male, ammettiamolo, non faccio nulla, ma…»
«Certamente, il bene si può fare dovunque» disse avvolgendomi con uno sguardo rapido e penetrante. «Sì, proprio dovunque» aggiunse improvvisamente. Oh, ricordo, ricordo tutti quei momenti! E voglio ancora aggiungere che quando questa gioventù, questa cara gioventù vuol dire qualcosa di saggio e di meditato, si può letteralmente leggere sulla loro faccia ingenua e sincera che “ecco, ti dirò qualcosa di saggio e di meditato” – e non per vanità, come molti di noi. Si vede che questa gioventù apprezza terribilmente tutto ciò e ci crede, e pensa che anche voi l’apprezziate allo stesso modo. Oh, sincerità! Ecco con che cosa ammalia questa gioventù. E che fascino straordinario aveva tutto ciò in lei! Ricordo, non ho dimenticato nulla! Quando se ne fu andata, presi subito la decisione. Nel corso della stessa giornata feci le mie ulteriori indagini e venni a conoscere gli ultimi particolari su di lei, sul suo ambiente e sulle sue condizioni; la maggior parte delle notizie le avevo già avute tramite Luker’ja, che allora era al loro servizio e che avevo comprato qualche giorno prima. Le notizie erano spaventose a tal punto che non riesco proprio a capire come fosse possibile ridere come lei aveva riso prima e interessarsi alle parole di Mefistofele trovandosi in uno stato di simile terrore. Ma gioventù vuol dire proprio questo! Proprio questo ho pensato di lei con orgoglio e con gioia, perché in questo si può riconoscere anche la grandezza d’animo: anche se stava sull’orlo del precipizio, malgrado ciò le grandi parole di Goethe risplendevano per lei. La gioventù è sempre generosa, anche se a volte per poco e in direzione sbagliata. Cioè io parlo solo di lei, di lei sola. E soprattutto già allora io la consideravo come “mia”, non dubitando del mio potere su di lei. Sapete quanto può essere inebriante il pensiero, quando non esiste più il dubbio.
Ma che mi succede? Se continuo così, quando potrò concentrarmi sul cuore della questione? Presto, presto, Dio mio, queste inezie non c’entrano nulla!
2. La proposta di matrimonio
Posso riferire in poche parole dei “particolari” che venni a sapere su di lei: i genitori erano già morti da tempo, tre anni fa, e lei era rimasta presso due zie poco per bene. È troppo generoso chiamarle solo poco per bene. Una zia era vedova con sei bambini piccoli, l’altra invece era una vecchia zitella spregevole. Del resto erano tutte e due spregevoli. Il padre di lei era stato un impiegato, uno della cancelleria, e aveva avuto solo il grado personale di nobile; in una parola – tutto era favorevole a me. Io giungevo come da un mondo superiore: ero del resto il capitano a riposo di un brillante reggimento, di nobile famiglia, indipendente, ecc., e per quanto riguarda il mio banco dei pegni, poteva solo fare buona impressione sulle zie. Dalle zie visse per tre anni come una schiava, eppure da qualche parte aveva superato l’esame, era riuscita a superarlo, sì, era riuscita a staccarsi dallo spietato lavoro quotidiano, – ciò aveva certamente un significato nella sua aspirazione a qualcosa di più alto e di più sublime! Ma perché volevo sposarla? Ma al diavolo questo mettermi in causa, di ciò parlerò più tardi… Si tratta di questo! Insegnava ai figli della zia, cuciva la biancheria, e non solo cuciva la biancheria, ma con il suo debole petto lavava perfino i pavimenti. E in premio la picchiavano e le rinfacciavano ogni boccone di pane. Finì che avevano deciso di venderla. Pfu! Tralascio il sudiciume dei particolari. Più tardi lei mi raccontò tutto nei minimi dettagli. Tutto ciò era stato osservato nel corso di un anno da un grasso bottegaio, un loro vicino di casa; non era un semplice bottegaio, ma uno che possedeva due spacci. Aveva già sotterrato due mogli e ne cercava una terza, ed ecco che le aveva messo gli occhi addosso: “È tranquilla e mite, è cresciuta in povertà, io invece voglio sposarmi per gli orfani”. E gli orfani c’erano davvero. L’aveva chiesta in moglie e cercò di accordarsi con le zie; inoltre aveva cinquant’anni e lei era terrorizzata. Proprio allora lei cominciò a impegnare le sue cose da me per poter fare le inserzioni sul giornale. Infine si era messa a pregare le zie di lasciarle un po’ di tempo per pensare. Le concessero pochissimo tempo per poi tormentarla di nuovo, da capo: «Anche senza una bocca superflua da sfamare, non sappiamo di che sfamarci». Io ne ero già informato, quando presi la mia decisione, dopo la conversazione mattutina. Quella sera era arrivato il bottegaio con mezzo chilo di confetti da mezzo rublo del suo negozio; mentre lei stava con il bottegaio in soggiorno, feci chiamare Luker’ja dalla cucina e le comandai di dire piano all’orecchio alla padroncina che l’attendevo al portone e desideravo dirle qualcosa di estremamente urgente. Ero contento di me stesso. In genere, per tutto quel giorno, rimasi insolitamente contento di me stesso.
E subito, lì, davanti al portone, dichiarai alla ragazza, già oltremodo meravigliata della mia chiamata, in presenza di Luker’ja, che io mi sarei ritenuto felice e onorato… In secondo luogo lei non doveva meravigliarsi del mio comportamento e che io glielo dichiaravo sul portone: «Sono un uomo retto e ho considerato tutti i lati della faccenda». Non mentivo quando dicevo di essere un uomo retto. Ma al diavolo tutto questo. Parlai non solo come si deve, cioè come un uomo ben educato, ma in modo originale, e questo è molto importante. È forse un peccato riconoscerlo? Voglio essere giudice di me stesso. Di conseguenza devo dire il pro e il contro, e lo dico. Anche in seguito me ne sarei ricordato con piacere, anche se ciò potrebbe sembrare sciocco: le dichiarai allora direttamente, senza il minimo imbarazzo, che in primo luogo non ero un uomo di talento, non ero particolarmente intelligente, forse nemmeno particolarmente buono, anzi ero un egoista di poco prezzo (ricordo questa espressione che avevo inventato allora per strada e ne rimasi soddisfatto) e che con ogni probabilità, sotto altri aspetti, forse avevo in me molte cose spiacevoli. Tutto ciò fu pronunciato in un tono di particolare orgoglio: si sa come si dicono queste cose! Naturalmente ebbi abbastanza gusto per non abbandonarmi a un elenco delle mie virtù, dopo aver enumerato nobilmente i miei difetti: «In compenso sono così e così». Mi sono accorto subito che era terribilmente impaurita, ma non mi lasciai commuovere, e rincarai la dose con intenzione: le dissi chiaramente che avrebbe mangiato a sazietà, ma teatro, balli, vestiti non ci sarebbero stati, forse in seguito, una volta raggiunta la mia meta. Questo tono severo mi dava decisamente alla testa. Aggiunsi, per quanto possibile di sfuggita, che se anche avevo una simile professione, cioè che avevo aperto un banco di pegni, l’avevo fatto per un determinato scopo, per una determinata circostanza… Ma avevo il diritto a dire questo, perché in effetti possedevo una meta e tale circostanza c’era. Aspettate, signori, io ho odiato per tutta la vita per primo questo banco di pegni, ma in realtà, anche se è ridicolo parlare a se stessi con misteriose affermazioni, io volevo davvero, davvero, davvero “vendicarmi della società”! Così il tono beffardo quella mattina a proposito della “vendetta” era davvero ingiusto. Cioè, vedete, se io le avessi detto: “Sì, io mi vendico della società”, lei si sarebbe messa a ridere come quella mattina, e ciò sarebbe stato davvero ridicolo. Ma con una osservazione indiretta, con un accenno misterioso si poteva, come poi risultò, colpire la fantasia. Inoltre, già allora non temevo niente: sospetto benissimo che il grasso bottegaio le ripugnava più di me e che io, in piedi sul portone, le sembravo un salvatore. Questo lo capivo bene.
Oh, la viltà, l’uomo la capisce sempre e particolarmente bene. Ma che cos’è poi la viltà? Come si può giudicare per questo un uomo? Non l’amavo forse già allora?
Aspettate: naturalmente non le dissi nulla riguardo a un beneficio da parte mia; al contrario, proprio al contrario: «Sono io che trarrei un beneficio da voi, e non voi da me». Espressi ciò persino con le parole, non potei trattenermi e forse risultò sciocco, perché notai una fuggevole piega sul suo viso. Ma nell’insieme avevo decisamente vinto il gioco. Aspettate, se si ricorda tutta questa fanghiglia, allora voglio ricordarmi anche dell’ultima porcheria: quando mi trovai così davanti a lei, d’improvviso mi frullò per la testa: tu sei alto, snello, e infine, parlando senza presunzione, non sei nemmeno ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione di Giovanna Spendel
- Cronologia
- Bibliografia
- LA MITE
- La mite. (Racconto fantastico)
- Il sogno di un uomo ridicolo. (Racconto fantastico)
- Postfazione. I personaggi di Dostoevskij di Stefan Zweig
- Copyright