Il profumo caldo del cardamomo e dello zafferano fece svegliare Wadjda. Il tradizionale caffè biondo saudita bolliva in cucina, e la ragazza sentiva i rumori sommessi della madre che si muoveva di stanza in stanza, per prepararsi alla giornata.
Wadjda amava l’atmosfera della loro casa. Era vecchia e confortevole, era il luogo in cui era nata. Non avrebbe potuto immaginare di vivere da un’altra parte. Certo, non era perfetta. Le pareti erano talmente sottili che il minimo rumore risuonava dappertutto. La corrente ogni tanto mancava, a volte perché sua madre non aveva pagato la bolletta, ma quasi sempre perché saltava un fusibile o si rompeva un interruttore. Con il tempo Wadjda aveva imparato ad aggiustare le cose. Tra le continue riparazioni e l’ipoteca da pagare ogni mese, la madre si lamentava sempre che la casa assorbiva denaro come un pozzo senza fondo. Ma malgrado tutti i guai di quella casa, Wadjda lo riteneva un posto sicuro, l’unico dove lei e la madre potevano essere rilassate, felici e nascoste dal resto del mondo.
Erano solo le cinque del mattino. Malgrado l’ora, Wadjda indossava già la sua uniforme scolastica grigia e si passava la spazzola tra i capelli. Le piaceva alzarsi presto, prima che la madre partisse per il lungo viaggio verso la scuola lontanissima dove insegnava. Le piaceva essere lì per lei, prendersene cura e fare in modo che fosse tutto a posto. Alzarsi alla stessa ora era un silenzioso gesto di supporto.
Spostando una levetta, Wadjda accese la radio. La sua radio. Sorrise e fece scorrere le dita sui fianchi di metallo. Nella sua cameretta era l’oggetto che più amava. La musica la emozionava, le dava sollievo. Mentre sistemava le lenzuola e lanciava le pantofole sotto il letto, muoveva i fianchi e scuoteva le spalle a tempo di musica. Sarebbe stata una giornata divertente, e Wadjda era pronta per iniziarla.
Sarebbe stata anche una giornata incredibilmente calda. Il sole che entrava dalla finestrella sopra la sua scrivania scottava già. Wadjda aveva coperto la finestra con carta da parati, ma anche quello strato così spesso non riusciva a bloccare l’intenso calore del deserto. Si arrampicò sulla sedia e aggiunse qualche immagine al collage che aveva iniziato con i ritagli delle riviste che il padre le portava dalla compagnia petrolifera dove lavorava, sulla costa orientale.
Saltò giù dalla sedia e sfogliò una di quelle riviste, cercando foto di ragazze della sua età. Due ragazze sugli skateboard proprio al culmine di un salto, un’altra che strimpellava la chitarra e un gruppo di adolescenti seduti in spiaggia – maschi e femmine insieme – con le braccia appoggiate l’uno sulle spalle dell’altro le sorridevano dalle pagine patinate. Il calore colpì ancora le dita di Wadjda che si era di nuovo arrampicata sulla sedia per attaccare nuove foto sulla carta. Il collage era un promemoria, un modo per ricordarsi di tutte le cose che avrebbe fatto appena si fosse presentata l’occasione.
Alla radio il DJ annunciò la canzone successiva. Wadjda si fiondò verso il mangianastri e spinse il tasto REGISTRA mentre partiva il nuovo singolo dei Grouplove. Non aveva ben capito cosa avesse detto il DJ della canzone, né cosa cantasse la band (il suo inglese non riusciva a seguire le parole). Ma amava la sensazione che le dava quella musica. Lasciando penzolare le braccia, Wadjda si mise a girare, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare dal ritmo. Sapeva che era una bella canzone. Negli ultimi giorni i DJ l’avevano messa più di una decina di volte. Solo a un successo si prestava così tanta attenzione.
Wadjda andava fiera dei suoi gusti in fatto di musica. Nove volte su dieci, le canzoni che decideva di registrare finivano in classifica. E tanto più amava la musica, tanto più le piaceva condividerla. Le compilation in cassetta che vendeva a scuola le facevano guadagnare un bel po’ di soldi: cinque riyal ciascuna. E quest’ultimo mix era talmente bello che le sue compagne probabilmente lo avrebbero comprato anche se avesse aumentato il prezzo di un bel po’!
Il pensiero di vendere la cassetta la fece smettere di ballare. Meglio essere cauti. Si arrampicò rapida sul letto e fece scorrere le dita lungo il cavo che aveva teso sulla finestra, per essere sicura che fosse ben collegato alla radio. Il cavo arrivava sul tetto e da lì all’antenna improvvisata che Wadjda aveva sistemato per intercettare le canzoni dalle radio di tutto il mondo.
Aveva trovato l’antenna abbandonata vicino a un cassonetto in uno dei suoi vagabondaggi tornando da scuola. Chi le usa più?, aveva pensato Wadjda, accucciandosi a terra. Scommetto che è di qualche vecchio. Ormai ci sono antenne satellitari su tutti i tetti di Riad!
Solo più tardi, seduta nella sua casa senza parabola, mentre si sforzava di decifrare una canzone che usciva ronzando dalle casse della sua radio, Wadjda si era resa conto che l’antenna sarebbe stata perfetta per lei. Ma se si fosse lasciata sfuggire quella buona occasione? A Riad se non prendi una cosa nell’attimo in cui la vedi di solito quando poi torni è scomparsa.
Eppure doveva provare. L’indomani, alla fine delle lezioni, si era fiondata fuori dalla scuola ed era corsa lungo le strade, con il cuore che le batteva nel petto. Come per magia l’antenna era ancora là. Ad aspettarla come un regalo.
Trascinarla fino al tetto le aveva richiesto ore di lavoro, affanno e sudore. Ma ne era valsa la pena. L’antenna per Wadjda era il tunnel che l’avrebbe condotta in un mondo lontanissimo. La musica che portava in camera sua creava uno spazio intimo, un posto distante dalle soap opera turche con la gente che strillava e che sua madre adorava, dalle tristi notizie riportate ogni giorno dalla TV. La radio di Wadjda suonava musica fatta apposta per lei.
Cercando di ricordare il nome inglese della canzone che stava registrando, la ragazza scrisse con cura la sua versione personale del titolo, traducendola in arabo. L’intera cassetta si chiamava “La fantastica compilation di Wadjda, vol. 7”.
Si mise a contare uno per uno i braccialetti fatti a mano vicino a una pila crescente di cassette. Vendere bigiotteria alle ragazze che non amavano la musica era una dignitosa fonte di guadagno. Per sicurezza Wadjda si era specializzata anche nelle merendine preferite di ogni sua compagna – caramelle o patatine – che andavano sempre esaurite. La scuola vietava tassativamente di uscire durante la giornata, per cui alla pausa pranzo era impossibile andare fuori di nascosto per rimediare qualche snack. Wadjda aveva il monopolio del mercato.
Sua madre detestava l’idea che Wadjda vendesse cose alle compagne. «Come un mendicante» diceva scuotendo il capo. Ma non sembrava fare caso ai soldi in più quando a casa serviva qualcosa. Con il tempo erano arrivate a un compromesso: andava bene finché non ne parlavano e fintanto che Wadjda non si fosse fatta beccare.
Se quel giorno fosse riuscita a vendere tutti i braccialetti e le cassette, e magari qualche sacchetto di caramelle e patatine, avrebbe guadagnato facilmente cinquanta riyal. Più che sufficienti per una pizza grande e due Coca il giovedì sera, quando lei e sua madre ordinavano sempre la cena a domicilio. Wadjda sorrise compiaciuta e perlustrò il pavimento in cerca delle All Star. La canzone stava per finire. Muovendo la testa a tempo, sbirciò dalla porta mezzo aperta e vide la madre che si asciugava i capelli in soggiorno.
Per Wadjda era la donna più bella del mondo. I capelli setosi le scendevano fino alla vita sottile come un fiume nero. Erano così folti che le era difficile tenerli a bada sotto l’abayah e il burka. Aveva dovuto comprare una cuffia speciale per impedire che in pubblico scappassero fuori dal velo. Ciglia spesse incorniciavano gli occhi grandi e neri. Quando li evidenziava con linee nere di kajal, sembrava acquistare il fascino di un cartone animato, somigliava a una star di un film bollywoodiano. Dovrebbe stare dentro un film, pensò Wadjda.
Ovviamente sua madre non si sarebbe mai permessa di fare un sogno del genere. Non era opportuno. Eppure aveva qualcosa di incredibilmente elegante nei movimenti, anche se era impegnata in faccende semplicissime, come inserire la spazzola che si era staccata dall’asciugacapelli. Un sorriso furtivo attraversò il viso di Wadjda quando la madre imprecò sottovoce. Alla fine la donna buttò via la spazzola rotta e finì di asciugarsi i capelli senza.
Ma Wadjda stava perdendo tempo. L’orologio segnava le 5.30 del mattino. Era ora di andare. Scattò in piedi e lasciò la stanza, ma pochi secondi dopo era di nuovo vicino alla radio, a saltellare da un piede all’altro, tamburellando con le dita contro la manopola del mangianastri nell’attesa che terminasse la canzone. Alla fine premette STOP e schizzò fuori, sperando che la madre non brontolasse perché ancora una volta le stava facendo fare tardi.
Quel giorno però anche la madre era di corsa, si arricciava rapidamente i capelli attorno alle dita e aggiungeva dei fermaglietti colorati per tenerli fermi. Wadjda aspettava vicino alla porta, sotto una foto del padre in una cornice dorata. Era stata scattata al matrimonio dei suoi genitori. Suo padre praticamente scintillava, con il fresco thobe bianco e il ghutra a scacchi accompagnato dal bel bisht marrone, il mantello tradizionale sistemato sulle spalle.
Il bisht era costato di più del semplice vestito da sposa della madre? Wadjda aveva visto l’abito della madre nell’armadio, aveva anche fatto scorrere delicatamente le dita sulla seta bianca, ma non sapeva se ci fossero delle sue foto con il vestito indosso. Non riusciva a ricordare di averne mai viste in casa.
Seguendo lo sguardo della figlia, anche la madre puntò gli occhi sulla foto. Alla vista del marito, di colpo sembrò stanca. Wadjda aggrottò la fronte, avvertendo la solita fitta allo stomaco. Tra i suoi ultimamente stava succedendo qualcosa di preoccupante, ma lei non voleva pensarci. Pensarci avrebbe reso reale la questione.
La madre distolse subito lo sguardo, sospirando. Aveva quasi finito di pettinarsi. Ogni ciocca era fissata al suo posto, creando uno strano miscuglio di ricci e onde. Solo mia madre riesce a tirare fuori un look del genere, pensò Wadjda. Su di lei era perfetto.
«Spegni il fuoco prima che il caffè trabocchi» urlò la madre. Wadjda corse in cucina, girò la manopola e spense il gas. Ad aspettarla sul bancone c’era il panino che la madre le aveva preparato, il preferito di Wadjda: un delizioso misto di formaggi fusi arrotolati stretti nel pane bianco arabo. Le aveva fatto anche il kerk chai, tè speziato e latte caldo. Sorridendo, Wadjda respirò i profumi intensi del cardamomo e dello zafferano.
La madre corse in cucina e si occupò del proprio caffè, aggiungendovi qualche cucchiaio di cardamomo e un pizzico di zafferano. Sorridendo a Wadjda, disse con dolcezza: «Lì c’è un sacco di caffeina. Speriamo che ti dia la carica, almeno per tutta la mattina».
Wadjda annuì. Di recente aveva sentito una delle sue insegnanti dire che la caffeina faceva male ai più giovani. A Riad però la gente non rinunciava facilmente alle abitudini, nemmeno a quelle cattive. Per quel che riusciva a ricordare, lei aveva sempre bevuto tè e caffè. Le piaceva quella carica che le dava il kerk chai. Ultimamente ne aveva bisogno per affrontare le lezioni noiose e interminabili. Anche le sue cugine e le amiche lo bevevano, per cui di certo non poteva fare così male.
Si sentì il clacson di un’auto. Con uno scatto, Wadjda e la madre si girarono verso la porta. Ma la donna si mosse troppo in fretta, e il caffè bollente le schizzò sulla mano scottando la pelle delicata. Gemendo per la frustrazione e il dolore, avvolse la mano con un asciugamano bagnato.
«Mi sa che è già qui» disse Wadjda, alzando gli occhi al cielo.
Sua madre parlò senza distogliere lo sguardo dalla mano ustionata. «Bene, che aspetti. Sto facendo quello che posso per essere pronta in tempo.» Ma il suo tono era preoccupato. Si diede una mossa. Versò il caffè in un thermos, afferrò i quaderni, infilò l’abayah e il burka, e si avviò verso la porta, di corsa. Wadjda si affrettò a seguirla, portando tra le braccia le altre cose della madre in un mucchio alla rinfusa.
Arrivata alla porta, la donna si fermò per prendere le chiavi dal gancio, e nel farlo fece cadere sul pavimento il filo di perle blu per la preghiera. Erano del padre di Wadjda. Lui aveva sempre quelle perle che gli pendevano dalle mani, e quando parlava le faceva scorrere sull’indice con il pollice. A volte le faceva roteare intorno al dito camminando per casa, lasciando che il lungo filo blu battesse ritmicamente contro il tessuto del thobe bianco.
La madre di Wadjda le raccolse e le rimise a posto. Le coprì per un istante con il palmo, lasciando che la mano si posasse delicatamente sulle perle, proprio come toccava la guancia di Wadjda prima che si addormentasse. Poi tornò coi piedi per terra: si girò verso la figlia e le tirò giù il velo sul viso.
«Non ti scordare le chiavi e non chiudere la serratura di sopra. Tuo padre potrebbe tornare a casa dopo il turno di notte.» Aveva il tono che usava quando Wadjda tornava a casa tardi o non aveva finito i compiti, cosa che non capitava poi così spesso, pensò la ragazza. Non era una cosa abituale. Be’, quanto meno non era il tono che aveva usato negli ultimi giorni.
Mentre uscivano dal cancello, Wadjda si rabbuiò, distorse le labbra e irrigidì la mascella come un supereroe che affronta il suo peggior nemico. Davanti a loro c’era il pulmino a noleggio con Iqbal, l’autista pakistano della madre. Era di fronte al vecchio furgone, impegnato a coprire un fanale rotto con il nastro adesivo. Nel vedere Wadjda, ricambiò lo sguardo con un’occhiataccia. Ma poi scorse la madre e iniziò a mostrarsi palesemente seccato.
«Molta strada, signora!» le urlò con tono prepotente e in un arabo smozzicato. «Altre insegnanti da prendere, molta molta strada. Ogni giorno ritardo! Non portare lei tardi!»
Alzando gli occhi al cielo per la solita scena, Wadjda si mise le mani sui fianchi e raddrizzò le spalle. Iqbal era molto più alto di lei, ma Wadjda non cedette.
«Non è in ritardo! Sei appena arrivato! Ti ho visto: tu qui da meno di cinque minuti!» Usò lo stesso arabo sgrammaticato per dare enfasi al tutto.
«Io non parlare con te, ragazzina. Parlare con tua madre. È ritardo!»
Senza lasciare a Wadjda o alla donna il tempo di rispondere, Iqbal risalì sul pulmino e chiuse lo sportello con violenza. La foto di una bambina sorridente in shalwar kameez, la tradizionale tunica pakistana con pantaloni, cadde per terra. Iqbal la raccolse e la pulì con delicatezza prima di rimetterla sul cruscotto. Il tempo parve fermarsi; lui fissava gli occhi della bambina nella foto e sembrò che la sua mente e il suo cuore fossero lontanissimi.
Poi rialzò lo sguardo e si ritrovò in Arabia Saudita, a guardare dritto il viso di Wadjda, schiacciato contro il finestrino. Inclinandosi indietro, la ragazza cacciò fuori la lingua, giusto per assicurarsi che Iqbal sapesse con chi aveva a che fare. ...