I canti del sogno (volume primo)
  1. 680 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Milioni di lettori in tutto il mondo hanno imparato a conoscere e amare George R.R. Martin a partire dalle gesta eroiche o scellerate delle donne e degli uomini che popolano l'universo de "Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco". Ma il talento di Martin si è espresso già prima che diventasse l'autore fantasy più famoso, letto e apprezzato del mondo, come testimonia questa raccolta contenente la sua produzione giovanile: racconti vincitori dei premi Hugo, Nebula e Bram Stoker, caposaldi dell'horror, del fantasy e della fantascienza contemporanei, e alcuni testi qui pubblicati per la prima volta in Italia. Queste pagine ci offrono un Martin già sicuro narratore animato da un gusto per l'avventura, da una passione per il dettaglio bizzarro o esotico, da un senso della trama e dell'azione ineguagliabili. Questo volume mostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che George R.R. Martin non è un grande scrittore di genere, ma un grande, grandissimo scrittore. E basta. Capace come nessun altro di incantare il lettore curioso di vedere cosa c'è dietro la prossima collina, in attesa di un prossimo mondo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852075018
Print ISBN
9788804664772
Parte quinta

IBRIDI E ORRORI

L’uomo da carneteca

I. Nella carneteca

Arrivarono direttamente dai campi d’estrazione, quella prima volta, Trager e gli altri, i ragazzi più anziani, i quasi adulti che accanto a lui manovravano le salme. Cox era il più vecchio del gruppo, era in giro da più tempo di tutti, e disse che Trager doveva venire anche se non voleva. Poi uno degli altri scoppiò a ridere e disse che Trager non avrebbe nemmeno saputo che cosa fare, ma Cox, una sorta di capo, lo spintonò finché non rimase zitto. E, quando venne il giorno di paga, Trager seguì gli altri alla carneteca, spaventato, ma in qualche maniera ansioso; diede il denaro a un uomo al pianterreno e ne ebbe in cambio la chiave di una stanza.
Entrò nella stanza poco illuminata, tremando per il nervosismo. Gli altri erano andati in altre stanze, l’avevano lasciato solo con lei (“no, con essa, non lei, essa” rammentò a se stesso, e subito lo dimenticò di nuovo). In uno squallido stanzino grigio con una sola lampada fumosa.
Trager puzzava di sudore e di zolfo, come tutti quelli che percorrevano le vie di Skrakky, ma non poteva farci niente. Sarebbe stato meglio farsi prima un bagno, però la stanza non aveva bagno. Solo un lavandino, un letto a due piazze con lenzuola che apparivano sporche anche nella scarsa luce, e una salma.
Lei era nuda, distesa, fissava il nulla e traeva deboli respiri. Aveva le gambe aperte: pronta. Stava sempre così, si domandò Trager, o l’uomo prima di lui l’aveva sistemata in quel modo? Non lo sapeva. Ma sapeva come farlo (lo sapeva, aveva letto i libri che Cox gli aveva passato e c’erano film che si potevano guardare e ogni sorta di cose), anche se ignorava tutto il resto. Tranne, forse, come manovrare salme. In questo era bravo, il più giovane operatore a Skrakky, doveva esserlo. L’avevano costretto a seguire la scuola per operatori, quando sua madre era morta, e gli avevano fatto imparare, perciò era il suo lavoro. Quello, invece, non l’aveva mai fatto (ma sapeva come, sì, sì, lo sapeva). Era la sua prima volta.
Si accostò lentamente al letto e si sedette destando un coro di molle cigolanti. La toccò e sentì che la carne era calda. Ovviamente. Lei non era una salma, non realmente, no; il suo corpo era vivo, un cuore batteva sotto i grossi seni bianchi, lei respirava. Solo il cervello era andato, le era stato tolto, rimpiazzato con l’encefalo sintetico di un morto. Lei adesso era carne, un corpo extra da controllare per un operatore di salme, proprio come la squadra che lui manovrava ogni giorno sotto cieli sulfurei. Lei non era una donna. Perciò non importava che Trager fosse solo un ragazzo, col doppio mento e la faccia da ranocchio, che puzzava di Skrakky. Lei (“no, essa, ricordi?”) non ci avrebbe badato, non poteva badarci.
Imbaldanzito, sessualmente eccitato, il ragazzo si tolse di dosso il vestiario da operatore di salme e salì sul letto con la carne femmina. Era molto eccitato, le mani gli tremavano mentre la lisciava, la studiava. La donna aveva una pelle bianchissima, capelli scuri e lunghi, ma nemmeno lui avrebbe potuto definirla graziosa. La faccia era troppo piatta e larga, la bocca era aperta, le membra rilassate e flosce per il grasso.
Sugli enormi seni, intorno ai grossi capezzoli scuri, l’ultimo cliente aveva lasciato segni di denti dove l’aveva morsicata. Trager toccò con esitazione quei segni, li seguì col dito. Poi, imbarazzato per l’esitazione, le afferrò un seno, lo strizzò energicamente, strinse il capezzolo così forte che una ragazza reale, immaginò, avrebbe strillato di dolore. La salma non si mosse. Sempre strizzando, Trager rotolò su di lei e prese in bocca l’altro seno.
E la salma reagì.
S’inarcò verso di lui, decisa, e con le braccia turgide gli avvolse la schiena brufolosa per tirarlo a sé. Trager gemette e le infilò la mano tra le gambe. Lei era calda, bagnata, eccitata. Trager fremette. Come lo avrebbero fatto? Lei poteva davvero eccitarsi senza una mente o le avevano inserito tubi di lubrificante o altro?
Poi smise di preoccuparsi. Armeggiò, trovò il proprio pene, lo infilò dentro di lei, spinse. La salma agganciò le gambe intorno a lui e spinse a sua volta. Era una bella sensazione, davvero bella, migliore di qualsiasi cosa si fosse fatto da solo; e Trager, per qualche oscuro motivo, si sentì orgoglioso del fatto che fosse così bagnata ed eccitata.
Bastarono alcuni colpi: Trager era troppo giovane, troppo acerbo e ansioso per durare a lungo. Pochi colpi erano tutto ciò che bastava… e di cui aveva bisogno. Raggiunsero insieme l’orgasmo: un flusso rossastro le inondò la pelle mentre si inarcava contro di lui e sussultava senza emettere suono.
Poi rimase di nuovo distesa come una salma.
Trager era prosciugato e soddisfatto, ma non aveva ancora esaurito il tempo ed era deciso a ottenere il corrispettivo del suo denaro. La esplorò a fondo, infilò le dita dappertutto, la toccò ovunque, rigirandola, guardando ogni cosa. La salma si muoveva come carne morta.
Trager la lasciò come l’aveva trovata, distesa a faccia in su nel letto, con le gambe aperte. Gentilezza della carneteca.
L’orizzonte era una muraglia di fabbriche, tutte fabbriche, grandi fabbriche ruttanti che mandavano rosse ombre a tremolare contro il cielo scuro come zolfo. Il ragazzo quasi non se ne accorse. Era agganciato al suo posto in cima all’autofrantumatore, a un’altezza pari a due piani, su un mostruoso macchinario metallico dipinto di giallo, con feroci denti di diamante e di duralloy, e aveva gli occhi offuscati da triple immagini. Vedeva il pannello di comando davanti a sé, chiaro e solido e duro, il volante, l’alimentatore, il lucido manico delle palette per minerale, la serie di spie luminose che avrebbero indicato problemi nella raffineria sotto i suoi piedi, il freno di base e quello d’emergenza. Ma non era tutto ciò che vedeva. Confusamente, debolmente, c’erano echi: immagini sovrapposte di due altre cabine di comando, quasi identiche alla sua, dove mani di salma azionavano con impaccio gli strumenti.
Trager muoveva quelle mani, con lentezza e cautela, mentre un’altra parte della sua mente teneva assolutamente immobili le sue stesse mani, quelle reali. Appeso alla cintola, il controllore di salme ronzava piano.
Ai suoi lati, gli altri due autofrantumatori si spostarono in posizione affiancata. Le mani di salma serrarono i freni; le macchine si fermarono rombando. Sul bordo del grande pozzo in pendenza, rimasero in fila, malconce e butterate, pronte a scendere nell’oscurità. Il pozzo continuava a diventare sempre più largo: ogni giorno nuovi strati di roccia e di minerale grezzo venivano strappati via.
Un tempo lì sorgeva una catena montuosa, ma Trager non lo ricordava, quel particolare.
Il resto era facile. Ora gli autofrantumatori erano allineati. Muovere all’unisono la squadra era una passeggiata, ogni decente operatore poteva farlo. Le difficoltà sorgevano solo quando bisognava mantenere varie salme occupate in molteplici lavori diversi. Ma un bravo operatore di salme riusciva anche in quello. Squadre di otto non erano sconosciute ai veterani: otto corpi collegati a un singolo controllore di salme, mossi da una sola mente e otto encefali sintetici. Le salme erano sintonizzate ciascuna su un controllore e uno solo; l’operatore che portava addosso quel controllore e formulava pensieri di salme nel suo raggio d’azione poteva muovere quelle salme come corpi secondari. O come il suo stesso corpo, se era abbastanza bravo.
Trager controllò rapidamente la sua maschera-filtro e i suoi tappi auricolari, poi toccò l’alimentatore, lo accese, mise in funzione le lame-laser e i trapani. Le sue salme imitarono i suoi movimenti, e impulsi di luce sfavillarono nel crepuscolo di Skrakky. Malgrado i tappi nelle orecchie, Trager sentiva il tremendo sibilo, mentre le palette per minerale acceleravano e si abbassavano. Le fauci divoratrici di roccia di un autofrantumatore erano più larghe dell’altezza stessa della macchina.
Rombando e stridendo, in perfetta formazione, Trager e il suo equipaggio di salme scesero nel pozzo. Prima di arrivare nelle fabbriche sul lato più lontano della pianura, tonnellate di metallo sarebbero state strappate dal terreno, fuse, raffinate e lavorate, mentre la roccia priva di valore era ridotta a polvere e soffiata nell’aria già irrespirabile. Lui avrebbe consegnato acciaio finito al crepuscolo, nell’orizzonte.
Era un bravo operatore, pensò Trager, mentre gli autofrantumatori iniziavano a scendere. Ma l’operatrice nella carneteca… caspita, lei era di sicuro un’artista. La immaginò nel seminterrato, da qualche parte, a sorvegliare ciascuna delle sue salme mediante ologrammi e circuiti PSI, portandole tutte a cavalluccio per compiacere i clienti. Era un semplice caso fortunato, allora, che la sua scopata fosse stata così perfetta? O lei era sempre così brava? Ma come, come movimentare una decina di salme senza stare accanto a esse, far fare loro cose diverse, tenerle tutte eccitate, rispondere con tale esattezza alle necessità e al ritmo di ogni cliente?
L’aria dietro di lui era nera e soffocante per la polvere di roccia, le sue orecchie erano piene di grida e il lontano orizzonte era una lucente muraglia rossa ai cui piedi gialle formiche strisciavano e mangiavano roccia. Ma Trager rimase in erezione per tutta la pianura, mentre l’autofrantumatore vibrava sotto di lui.
Le salme erano proprietà dell’azienda ed erano tenute nel deposito dei morti. Trager però aveva una stanza, una fetta di spazio tutto suo in un magazzino d’acciaio e calcestruzzo nel quale erano state ricavate migliaia di stanze. Conosceva solo un piccolo numero di vicini, ma a pensarci bene li conosceva un po’ tutti, erano operatori di salme. Il suo era un mondo di silenziosi corridoi poco illuminati e d’infinite porte chiuse. La sala di ritrovo, tutta aria e plastica, era un luogo deserto dove nessuno degli inquilini si radunava mai.
Le sere erano lunghe, lì, e le notti eterne. Trager aveva comprato pannelli luminosi extra per il suo cubo particolare e, quando erano tutti accesi, ardevano così vividamente che i suoi infrequenti visitatori battevano le palpebre e si lamentavano per il bagliore accecante. Ma arrivava sempre il momento in cui Trager non riusciva più a leggere: allora doveva spegnerli e l’oscurità calava di nuovo.
Suo padre, morto da tempo e a malapena ricordato, aveva lasciato una gran quantità di libri e di nastri, e Trager li conservava ancora. La stanza ne era tappezzata e altri erano tenuti in grandi pile ai piedi del letto e ai lati della porta del bagno. Raramente Trager usciva con Cox e con gli altri per bere, scherzare e cercare donne vere. Li imitava meglio che poteva, ma si sentiva sempre fuori posto. Perciò passava in casa la maggior parte delle sere, a leggere e ad ascoltare musica, a ricordare e riflettere.
Quella settimana, spenti i pannelli luminosi, rifletté a lungo nel buio e i suoi pensieri erano un guazzabuglio spaventato. Stava arrivando di nuovo il giorno di paga e Cox l’avrebbe cercato per tornare nella carneteca; e sì, sì, anche lui voleva tornarci. Era stato bello, eccitante; per una volta si era sentito sicuro di sé e virile. Ma era così facile, dozzinale, sporco. Doveva esserci di più, no? L’amore, dov’era? Di sicuro era meglio con una donna vera, doveva essere meglio, e lui non avrebbe trovato una di quelle in una carneteca. Non ne aveva trovata una nemmeno fuori, ma non aveva mai avuto il coraggio di fare il tentativo. Ma doveva tentare, doveva farlo, altrimenti che sorta di vita avrebbe avuto?
Sotto la coperta si masturbò, quasi senza accorgersene, mentre decideva di non tornare nella carneteca.
Qualche giorno più tardi, però, Cox lo prese in giro e Trager fu obbligato ad acconsentire. Per qualche motivo ebbe l’impressione che il suo assenso avrebbe dimostrato qualcosa.
Una stanza differente, stavolta, e una diversa salma. Grassa e nera, con capelli di un vivido arancione, meno attraente della sua prima, se possibile. Ma Trager si accostò a lei, pronto e bramoso, e stavolta durò più a lungo. Di nuovo la presta...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione. George R.R. Martin. di Gardner Dozois
  4. I canti del sogno. Volume primo
  5. Parte prima. UN GIOVANE FAN DI FUMETTI IN QUADRICROMIA
  6. Parte seconda. UNO SPORCO SCRITTORE
  7. Parte terza. ALLA LUCE DI STELLE LONTANE
  8. Parte quarta. GLI EREDI DEL CASTELLO DELLE TARTARUGHE
  9. Parte quinta. IBRIDI E ORRORI
  10. Copyright