Per una madre
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Per una madre

  1. 372 pagine
  2. Italian
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Per una madre

Informazioni su questo libro

È agitato da onde di tempesta il mare su cui viaggia la nave che riporta in Sicilia le spoglie di don Carmelo Sferlazza, l'anziano capomafia che stava scontando una condanna all'ergastolo nel fatiscente carcere borbonico dell'isoletta di Favonio. Ad accompagnarlo a Catania per dargli l'estremo saluto ci sono i giovani figli, Agata e Antonio, cresciuti a Roma con una zia dopo che la madre, Angela, è stata brutalmente uccisa in un agguato venticinque anni prima. Il ritorno nella terra in cui sono nati cambierà per sempre i destini dei due fratelli: Agata incontra di nuovo Giovanni, ex poliziotto penitenziario e ora giornalista, conosciuto da bambina durante i colloqui in carcere con il padre, e se ne innamora perdutamente trovando in lui l'amore che ha sempre cercato. Antonio, invece, laureato in Giurisprudenza, desidera fare l'avvocato per riscattare la vita persa di quel padre che non ha mai conosciuto. E per dare finalmente una risposta agli angoscianti interrogativi che, dal giorno dell'omicidio di sua madre, tormentano le sue notti: chi l'ha uccisa? E perché? È stata davvero una vendetta trasversale di Cosa Nostra, come tutti si ostinano a ripetergli? Antonio, mosso dalla sete di giustizia, decide di rimanere in Sicilia per dare un volto all'assassino della madre. Intraprende così un'indagine personale, scontrandosi con un muro di omertà, e man mano che si avvicina alla verità tutte le sue certezze si sgretolano...

Noto giornalista del TG5 e vincitore del prestigioso premio Sciascia con Malerba, Carmelo Sardo ci consegna un'appassionante storia di mafia e di redenzione, di famiglie spezzate e di coscienze pentite, ambientata in una terra in cui la luce e il lutto, da sempre, convivono dolorosamente.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804661665
eBook ISBN
9788852073984

1

Primavera 2009

Il cuscino di fiori scivolò dalla bara di legno lucido quando la nave, per entrare nel porto, fece una larga virata sul mare gonfio dove scintillavano le trame dorate del tramonto mediterraneo.
A bordo, un centinaio di passeggeri. E una salma.
Il comandante annunciò l’attracco con il suono rintronante della sirena. Rari turisti incorniciavano il crepuscolo dentro l’obiettivo delle macchine fotografiche. Affacciata sul ponte, persa nei suoi pensieri, con lo sguardo allungato sull’orizzonte che aveva ormai inghiottito l’isola, solo in quel momento Agata si rese conto che l’ora abbondante di navigazione era finita, troppo presto. L’aveva passata a leggere pezzi di vita di suo padre, che affioravano fra i ricordi scritti da Giovanni un quarto di secolo prima, nei quattro quaderni riempiti durante le interminabili ore in servizio nel carcere di Favonio. Ora quei quaderni erano suoi. Giovanni glieli aveva regalati dopo i tre giorni intensi di dolore e di passione trascorsi sull’isola.
Ripose i quaderni nella borsa, si avvitò il foulard e scese di sotto a raggiungere suo fratello Antonio e Giovanni. Li trovò incollati agli oblò a osservare i movimenti esperti e sincronizzati dei mozzi che lanciavano le funi a terra, dove altri mozzi le agganciavano alle bitte di metallo, con la loro curiosa forma di fungo. Uno strattone secco assicurò la nave alla banchina e due minuti dopo una scaletta a tarozzi permise lo sbarco dei passeggeri. Agata, Antonio e Giovanni scesero in fila indiana aggrappandosi alle sartie, e senza dirsi nulla andarono a piazzarsi davanti alla prua della nave, mentre con un assordante sferragliare si aprì la rampa sulla stiva che liberò le prime auto. Videro sfilare dal ventre della nave, come formiche che sbucano dalla tana, le macchine dei passeggeri e pochi camion. Poi, per ultima, spuntò l’auto che aspettavano, guidata da un uomo così piccolo che per un attimo temettero che avanzasse da sola, senza nessuno dentro.
Antonio e Agata si accorsero solo quando la macchina fu vicina che al volante c’era un omino lugubre, sinistro come il carro funebre che riportava a casa la salma di loro padre, il boss don Carmelo Sferlazza, senza più ergastoli da scontare.
«Qualcuno vuole salire con me, o preferite farmi strada?» chiese l’uomo mostrando la sua faccia da beccamorto.
Si guardarono un attimo, muti. Alla fine si fece avanti Antonio.
«Vengo io con lei… voi seguiteci» disse rivolgendosi poi a Giovanni e ad Agata, che a piedi si avviarono al parcheggio vicino al porto a riprendere l’auto noleggiata tre giorni prima.
Venti minuti dopo, quando l’ultimo bagliore del giorno spariva dietro al cucuzzolo dove Erice abbarbicata cominciava ad accendersi di lampioni nelle strade e di luci nelle case, il carro funebre infilò l’autostrada che da Trapani tagliava la Sicilia per arrivare tre ore più tardi dalla parte opposta, a Catania, dove l’indomani li attendeva il funerale.
Giovanni guidava, con Agata silenziosa al suo fianco, la faccia incollata al finestrino e gli occhi a inseguire la campagna che correva incontro al buio della sera.
Si stava perdendo in chissà quali pensieri dietro alla musica trasmessa dalla radio.
Giovanni abbassò il volume e glielo chiese senza indugiare troppo in inutili preamboli.
«E ora che facciamo noi due?»
Agata non rispose subito e non scostò neppure lo sguardo. Davanti, il carro funebre procedeva sempre alla stessa snervante andatura, subendo di tanto in tanto dei sorpassi perfino da camion lenti. Piccole luci illuminavano la bara, esaltando i cuscini di fiori adagiati tutt’attorno.
Agata stava pensando a suo padre, provava a immaginare che faccia avesse avuto da vecchio.
Il suo ricordo era fermo a un’infanzia lontana. Lei era ancora piccola per capire, ma la figura di suo padre bello e forte le si era appiccicata addosso e non l’aveva più abbandonata mentre cresceva e si faceva donna. Ogni tanto le capitava di contare gli anni passati dall’ultima volta che lo aveva visto, quando con sua madre era andata a fargli visita in carcere.
Ma non era sicura se fossero ventidue anni, o ventitré, se non addirittura venticinque.
Venticinque anni senza aver più visto suo padre!
Non per colpa sua. Fosse dipeso da lei, ci sarebbe andata anche da sola a trovarlo.
Ma era lui che non voleva. Da quando gli avevano ammazzato la moglie, si era ammutolito di rabbia e di dolore nella penombra lugubre della sua cella.
Mangiava a stento. Il suo pranzo e la sua cena erano un limone spremuto in un bicchiere d’acqua e un piatto di riso, che una guardia riusciva a fargli buttare giù a fatica. Si era ridotto lo scheletro di un morto di fame e non voleva che i suoi figli lo vedessero in quelle condizioni, sepolto vivo in un tugurio a sette metri sotto il livello del mare, umido e fradicio, senza un filo d’aria, senza finestre, scavato nelle viscere di un penitenziario borbonico che cadeva a pezzi, ammuffito e puzzolente.
Don Carmelo voleva marcire solo e disperato in quella prigione che gli aveva succhiato quasi trent’anni di vita, e pregava e sperava che Agata e Antonio crescessero lontani dal suo mondo di odio e di morte. Quando il cuore non lo aveva più sorretto, se n’era andato per sempre, con la consapevolezza confortante che i suoi due figli, là fuori nel mondo, si stavano costruendo una vita dignitosa e soprattutto onesta.
Ad Antonio, che gli aveva dato un bacio in fronte prima che gli addetti alle pompe funebri sigillassero la bara, era sembrato per un attimo che sulla faccia di suo padre fosse apparso un sorriso lieve. Agata non lo aveva potuto vedere da morto: nonostante si fosse precipitata pure lei a Favonio, non aveva ottenuto il permesso di entrare in carcere, dove era stata allestita una frettolosa camera ardente. Antonio invece ci era riuscito grazie a Giovanni. E per uno di quei beffardi scherzi del destino, al contrario di sua sorella, lui non lo aveva mai visto da vivo: l’unica immagine di suo padre che si sarebbe portato dietro era quella del cadavere di un uomo anziano, immobile per sempre nel suo inutile vestito buono.
«Tu l’hai visto morto, dentro la bara?» gli chiese di colpo Agata.
La domanda sorprese Giovanni, rimasto appeso a ben altri pensieri.
«No, non l’ho visto, non ho voluto. Preferisco ricordarmelo da vivo, quando era in piena salute. Faccio sempre così quando muore una persona cara. Pensa, non ho voluto vedere neanche mia madre da morta.»
«Davvero? E perché?» gli domandò Agata.
«Perché ho paura che quella da morto sia l’immagine che ti ricorderai per sempre. Invece mia madre, se chiudo gli occhi e la penso, mi spunta con il suo bel sorriso, con la sua faccia piena di sole e di energia, e non con quella livida e dolorosa della morte.»
«Hai pensato la stessa cosa anche per mio padre?»
«Sì. Peraltro non lo vedevo da moltissimi anni, dal mio ultimo giorno di guardia a Favonio, e anche se l’avessi rivisto da vivo, probabilmente mi avrebbe fatto un certo effetto anche il suo fatale invecchiamento. Figuriamoci vederlo morto, dentro a una bara, incravattato come mai gli era capitato di mettersi nella sua lunga e penosa detenzione.»
«Per me è rimasto eternamente giovane. Nei ricordi come nelle foto che mi sono portata a Roma. Del resto, l’ultima volta che l’ho visto in carcere aveva più o meno l’età tua di adesso.»
Parlarono a lungo di don Carmelo e della sua vita bruciata. Dell’uomo e del padre che voleva essere, ma che non era stato. Del suo destino segnato. Del mafioso che era stato e dell’uomo nuovo che era diventato in carcere, pentito di quel passato di orrori e rinato grazie ai libri che leggeva, agli studi, alla fede. Parlavano di lui e si dimenticarono di loro. Di quello che li aspettava, della vita che volevano prendersi insieme, ora che finalmente si erano ritrovati, senza essersi cercati.
Pensavano che non servisse dirsi molto.
Giovanni staccò una mano dal volante e cercò quella di Agata. Combaciavano, strette l’una nell’altra come tasselli che si incastrano in un puzzle. E quelle mani legate sintetizzavano meglio di mille patti l’essenza di un sentimento che ora li travolgeva dopo chissà quanto tempo a inseguirsi nei sogni e nei desideri. Agata era ancora Agatina e aveva sei anni, Giovanni venti e faceva il militare negli agenti di custodia quando si erano incontrati la prima volta nell’angusta stanza dei colloqui del supercarcere di Favonio. Lui era di guardia e a un certo punto l’aveva chiamata per farla giocare con un pupazzetto, e se l’era tenuta stretta vicino a sé per distrarla e permettere a sua madre e a suo padre di regalarsi un po’ di intimità, lei sopra di lui, nel folle piano di don Carmelo di concepire in galera quel figlio maschio che tanto desiderava, per riscattare la sua vita persa. E quel figlio maschio venne, e Giovanni andò a Catania a battezzarlo, come aveva promesso a don Carmelo. E quel giorno rivide Agatina, la prese in braccio con i suoi sette anni, la baciò e le regalò un enorme orso di peluche.
Si rividero l’anno successivo, il giorno che sconvolse per sempre la vita di Agata e di Antonio.
Era una sera piovigginosa a Catania. Sua madre aveva posteggiato la macchina davanti a un supermercato e si era raccomandata con Agatina di badare al piccolo Antonio e di non scendere per nessun motivo, perché lei sarebbe tornata subito: il tempo di fare la spesa. Agatina aveva annuito, obbediente. Un quarto d’ora dopo aveva visto uscire la madre dal supermercato con due sacchetti pieni. L’aveva vista avanzare verso la macchina e poi fermarsi di colpo davanti a qualcuno, un uomo. Un attimo, e le loro vite erano precipitate in un baratro buio e doloroso.
Antonio aveva un anno ed era scoppiato a piangere, spaventato dai botti che non capiva. Agata invece non aveva fatto in tempo a tapparsi gli occhi.
Aveva visto quella figura nera allungare un braccio e sparare a un metro da sua madre. Quei tre colpi, che avrebbero potuto stendere un bisonte lontano, avevano devastato la faccia e il petto di una donna vicina, troppo vicina al suo carnefice, e troppo sola e indifesa per meritarsi una fine così orrenda.
Agata non aveva urlato e non aveva pianto. Le era venuto istintivo rannicchiarsi sotto il sedile, per proteggersi, per non vedere e non farsi vedere, e tirarsi dietro il piccolo Antonio tappandogli la bocca. Non poteva immaginare che il sicario sapeva che lei e suo fratello erano nella macchina. Ma Agata non era abbastanza grande per rendersi conto che a loro due quell’uomo non avrebbe fatto niente. Nella vigliaccheria infame e balorda di chi uccide una donna, restava ancora quel briciolo di dignità che gli faceva risparmiare due bambini.
Giovanni quella sera stessa era corso a Catania. Il giorno successivo aveva partecipato al funerale di Angela e poi aveva assistito alla partenza di Agatina e di Antonio con zia Patrizia, che se li era portati a vivere con lei a Roma, per sempre.
Negli anni seguenti, Giovanni si era informato di come stessero i bambini con qualche telefonata a zia Patrizia. Quando diventò più grande, era Agata a rispondere al telefono, e restava con piacere a parlare con lui, che le ricordava gli anni della sua fanciullezza, delle sue visite a Favonio al padre in carcere. Col tempo, anche le telefonate erano diminuite e infine cessate del tutto. Agata era rimasta nel cuore di Giovanni, ma la vita era andata avanti. Fino a tre giorni prima, quando si erano ritrovati a Favonio, venticinque anni dopo. Era stato Antonio a telefonare a Giovanni, a informarlo della morte del padre, e lui si era precipitato per accompagnarlo a riprendere la salma. E nell’isola dove l’aveva conosciuta bambina, aveva ritrovato Agata donna, bella con gli stessi occhi verdi e i lunghi capelli neri. Identica alla misteriosa dama che compariva e scompariva nei suoi sogni da un tempo indefinito, che sentiva di amare senza sapere chi fosse. Gli era bastato rivederla e passare tre giorni con lei sull’isola, in attesa che la magistratura autorizzasse la consegna della salma di don Carmelo, per capire che era lei la donna che aspettava, che agitava i suoi sogni, alimentando una passione che veniva da lontano, accesa dai baci intensi e vibranti che si erano dati appesi al cielo di stelle che aveva ammantato le loro tre notti a Favonio. Non erano andati oltre quei baci, ma sapevano che non erano stati solo una scintilla.
Arrivarono a Catania che erano quasi le dieci di sera. Il conducente del carro funebre si stropicciò gli occhi come se si ridestasse da un lungo sonno e fu uno dei pochi movimenti che si concesse nelle tre ore di viaggio. Lui e Antonio non si dissero una sola parola. Le luci gialle della tangenziale rimbalzavano sulla bara, e Agata, che la fissava come incantata, pensò a chissà cosa avrebbe dato suo padre per tornarci da vivo, nella sua Catania. Solo per un giorno, solo per un’ora. Invece, oltre trent’anni dopo, ciò che restava di un boss che comandava e spadroneggiava in quella città bruciata dal sole e baciata dal mare, tornava sigillato dentro a una cassa, senza potersi godere il cielo stellato e l’aria profumata di zagara. Gli occhi di Agata luccicavano di commozione. Giovanni capì e allentò la presa della mano. Lei ne approfittò per abbassare un po’ il finestrino, mettere la testa fuori e farsi sferzare dal vento che portava il profumo del mare.
Il mare! Avrebbe pagato, don Carmelo, per vedere il mare, pensava ora Giovanni, come se stesse leggendo nella mente e nel cuore di Agata. Si ricordò di tutte le volte che, nelle lunghe e infinite notti di quei nove mesi di servizio in carcere, don Carmelo gli aveva confidato la sua passione per il mare e la sua voglia indomabile di guardarlo, di t...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PER UNA MADRE
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42
  46. 43
  47. 44
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. 49
  53. 50
  54. 51
  55. 52
  56. 53
  57. NOTA DELL’AUTORE E RINGRAZIAMENTI
  58. Copyright