Molti detective privati sono ex poliziotti. Io no. Io sono la vedova di un poliziotto. E detective privata.
Lavoro per l’agenzia Detectives Marín, che è diretta dal suo fondatore, Miguel Marín Caballero, il mio capo.
Marín mi ha assunto immediatamente dopo il nostro primo colloquio. Quando dico immediatamente, voglio dire dopo aver parlato con me poco più di un’ora.
Era il mio secondo appuntamento quel giorno. Al mattino il direttore dell’agenzia Argos mi aveva liquidato in pochi minuti. Credo che in realtà mi avesse invitato solo per darmi un’occhiata, magari per vedere se in me trovava qualcosa. Non saprei dire cosa; ma a quanto pare devo averlo deluso. Mi restituì il curriculum con un misto di commiserazione e impazienza.
«Non si faccia troppe illusioni.»
Perché no? Avevo voglia di lavorare, esperienza e buone referenze. Eccellenti quelle del capo della mia agenzia precedente, che si era così ripulito la coscienza per non avermi rinnovato il contratto al mio ritorno.
«Il tuo sostituto è molto bravo, Irene.»
«Anch’io.»
«Cerca di capire. È con noi da oltre sei mesi e si è integrato benissimo nella squadra.»
Io ero in quell’agenzia da oltre otto anni e mi consideravo parte della squadra. Ma nessuno era venuto a reclamare il mio ritorno. Niente di personale, suppongo. Semplicemente non sapevano come trattarmi.
Il colloquio con Marín, dunque, era il secondo di quella giornata. Di quella giornata e in totale. E l’ultimo, sempre in totale. Le altre agenzie a cui avevo scritto non si erano nemmeno prese la briga di rispondermi.
Davanti ai miei occhi sfogliò il curriculum che gli avevo spedito.
«Mi sembra eccellente, signora Ricart. Proprio quello che stavo cercando.»
Eccellente. Vi rendete conto? Aveva detto eccellente. Era vero, ma prima che quella bolla scoppiasse, decisi di pungerla io stessa:
«Sa che ho passato diversi mesi in una clinica psichiatrica, vero? Sette, per essere esatti.»
«Per questo ho letto il curriculum, signora.»
Cominciò a chiamarmi Irene quando gli restituii il contratto firmato.
«Per quanto la riguarda vedo un solo problema.»
Lo fissai.
«Un bravo detective deve avere il dono di rendersi invisibile, come se fosse trasparente. Non dubito che lei abbia questa capacità, ma i suoi occhi mi preoccupano.»
«I miei occhi?»
Aveva scoperto la mia considerevole miopia? Era l’unica cosa che gli avevo nascosto, pensando che nessuno avrebbe assunto una detective con la vista corta, quando in realtà quella che nessuno assume è una detective appena dimessa da un manicomio.
Sentii il panico che cresceva conficcandomi le unghie nelle pareti dello stomaco. Avevo bisogno del lavoro. Non di un lavoro, ma di quel lavoro. Avevo bisogno di casi, non molti, quelli sufficienti per arrivare a chi aveva assassinato mio marito e mia figlia. Avevo già perso sette mesi in clinica e il tempo mi incalzava con grande urgenza perché, fra l’altro, la mia vista peggiorava giorno dopo giorno. Prima di parlare con Marín la mia oculista mi aveva detto che avevo perso – o guadagnato, dipende dai punti di vista – un’altra diottria. Erano già dieci. Non è poi così grave, direte voi. Non lo sarebbe stato se una settimana prima non avessi ordinato delle lenti a contatto usa e getta da nove diottrie.
Dopo il commento di Marín cominciai a dire addio alla mia ultima opportunità di ottenere un lavoro e ai cinque casi che dovevo risolvere.
«È il suo sguardo» disse lui in quel momento. «Non so se lei ne è cosciente, ma a volte le brilla negli occhi una luce strana. Io, personalmente, non ho nulla da obiettare. Al contrario, l’ultima cosa che voglio è vedermi circondato da persone annoiate. Per quello ci sono già i miei due figli. Ma quello sguardo può attirare l’attenzione. Lei ha due occhi enormi, e se guarda la gente in quel modo probabilmente finiranno per notarla durante i pedinamenti.»
«Vuol dire uno sguardo come quello di Norman Bates in Psycho?»
Ci pensò su per qualche secondo.
«No. Più come quello di Mel Gibson in Arma letale. E mi scusi se il paragone è di un livello scadente.»
Spalancai gli occhi fissando le pupille su un punto.
«Così?»
«Così. Esatto.»
«Ci starò attenta» dissi.
«Perfetto. Di quanto tempo ha bisogno per ripassare tutto e aggiornarsi sul Regolamento della Sicurezza Privata?»
«Un giorno.»
«Allora l’aspetto qui dopodomani.»
Così dicendo tirò fuori un foglio di carta da un cassetto della scrivania e lo mise sulla superficie del tavolo che ogni giorno Sarita Picó, la sua segretaria e assistente, puliva con uno spray per lucidare i mobili. Era il contratto. Il foglio scivolò senza rumore sul legno lucido. Lo girò con un delicato gesto delle dita in modo che io potessi leggerlo e cominciò a illustrarmi le condizioni di lavoro. Tutto perfetto: lo stipendio, le gratifiche, i rimborsi per la benzina e le spese vive. Lo avrei fatto anche gratis, ma spiegarmi era più complicato che accettare senza fiatare. Firmai.
«Parleremo di un caso da cui potrà iniziare. Sembra poca cosa all’inizio, ma come dice la prima legge di Parkinson…»
Mi guardò per capire se la conoscevo ed ero in grado di completare la frase, ma così non era, sicché la espose lui stesso:
«Il lavoro si espande in modo da occupare tutto il tempo a disposizione per completarlo.»
Lo ringraziai anche per la massima, che già nel mio primo caso si mostrò veritiera, e me ne andai stringendomi al petto il contratto.
Non so se Marín mi assunse nella sua agenzia perché il mio curriculum lo convinse, o perché gli feci una buona impressione durante il colloquio, o perché pensò che una persona disperata come me sarebbe stata di sicuro una collaboratrice leale e fidata. Forse furono tutti e tre i motivi insieme.
L’importante era che finalmente avevo un lavoro. Era tutto quello che avevo, oltre al poco tempo.
Tempo. Tempo. Tempo. Il tempo guarisce tutto. Con questa frase o la decina di varianti possibili, con o senza gli abbracci di rigore, con o senza sguardi addolorati prima, durante e dopo, cominciarono a chiudersi le conversazioni. Come se tutti avessero letto da qualche parte che, passato ormai un mese dalla perdita di Víctor e della bambina, arrivava il momento in cui si poteva, e si doveva, usare questa frase. L’ho sentita dai miei genitori, da mia sorella, dagli amici che venivano a trovarmi a casa o mi chiamavano al telefono, dai conoscenti nei quali m’imbattevo per strada, e ogni volta annuivo. Soprattutto per loro, perché si sentissero meglio. Il tempo guarisce tutto, Irene. Ma chi gliel’aveva detto che io volevo guarire? Da dove avevano tirato fuori l’idea che avessi intenzione di dimenticare? Perché erano tutti così convinti che volessi dimenticare?
Non ho dimenticato niente. Posso dire con esattezza cosa è accaduto dal giorno in cui hanno ucciso mio marito e mia figlia. Ogni giorno, uno per uno. Ognuna delle interminabili ore colme di vuoto. Non ci credete? Chi se ne frega! Non posso convincervi di quello che dico, ma voi non potete dimostrare che mento quando affermo che il 23 luglio dello scorso anno, un mercoledì, ero in casa. Erano passate sei settimane da quando avevo seppellito la bambina, sempre di mercoledì, sette da quando avevo seppellito il padre. Erano venuti a trovarmi Montse e Rafa, una coppia di amici. Non li ho mai più rivisti. Occupavano un sofà di fronte a me e, poverini, si sforzavano di non toccarsi e di non sfiorarsi per non ricordarmi la perdita. Come vedete, gente rispettosa e animata dalle migliori intenzioni.
Ricordo che fu lei a dire che dovevo prendermi un po’ di tempo. Nello stesso tono in cui il presentatore di un quiz televisivo dice al concorrente indeciso di non essere precipitoso nel dare la risposta. Tranquillo, si prenda un po’ di tempo, dice, ma in realtà gli sta mettendo fretta. Forza, si sbrighi! Cosa aspetta a dare una buona volta questa maledetta risposta? Non vede che siamo tutti qui ad aspettare lei? Il tempo guarisce tutto. Smettila di deprimerci con la tua tristezza. Noi siamo qui, e aspettiamo la risposta. Quanto ti ci vuole ancora?
«Il tempo guarisce tutto» disse lei.
Annuii ancora una volta, sarebbe stata l’ultima. Poi mi alzai dal sofà, andai in bagno, mi spogliai, mi tagliai i capelli e mi rasai la testa. Mia sorella aveva preso la precauzione di portarsi via le cose di Víctor, così non c’era schiuma da barba e dovetti spalmarmi le ciocche di capelli con il dentifricio. La macchinetta, invece, l’aveva lasciata. Nel caso in cui avessi voluto radermi le gambe, immagino. Mia sorella è stata sempre la più pratica delle due.
Non so quanto impiegai, ma immagino che loro non volevano andarsene così, né avevano il coraggio di disturbarmi, qualunque cosa stessi facendo in bagno.
«Il tempo guarisce tutto.»
Mi passai la macchinetta sulla tempia destra.
«Il tempo guarisce tutto.»
Tempia sinistra. Dieci, forse quindici volte, vidi cadere i capelli scuri sul lavabo e sulle mattonelle bianche. Poi uscii.
Nuda e con il cuoio capelluto che profumava di menta, tornai in salotto, mi avvicinai a lei e le diedi una sberla tremenda, il braccio veniva da lontano. Il colpo fu così forte che cadde addosso al marito. Ebbi il tempo di colpirla diverse volte prima che lui reagisse. Accecata dalla rabbia, avevo occhi solo per lei e non vidi arrivare il pugno, un gancio che mi raggiunse al mento, mi fece volare all’indietro, cadere di schiena su un tavolino e sbattere la tempia contro il bracciolo del sofà.
Mi svegliai in un ospedale psichiatrico con i polsi legati alle sbarre metalliche del letto. Mi faceva male la schiena, mi facevano male le braccia e soprattutto sentivo un acuto dolore alla mandibola. Chiesi di potermi guardare in uno specchio e vidi il segno bluastro, quasi nero, intorno al mento. «La donna barbuta» dissi. Non saprò mai se fu per quel commento o perché mi avevano imbottito di sedativi, comunque mi slegarono le braccia. Toccai con precauzione la zona colpita. La pelle era tumefatta e non sembrava mia. Notai un buco in corrispondenza dell’osso. La fede matrimoniale dell’uomo che mi aveva colpito me l’aveva scheggiato.
«Con un piccolo intervento possono rimetterglielo a posto» disse l’infermiera che mi osservava.
«No. Va bene così.»
Nessuno lo vede, ma io so che c’è.
Il giorno dopo un’altra infermiera mi rasò completamente il cranio.
«Così sistemiamo un po’ questo disastro. Adesso cresceranno in modo uniforme.»
Cominciò così un periodo di sette mesi della mia vita. Ricordo ogni giorno. I 216 giorni, le 31 settimane, i 7 mesi dal 15 luglio al 15 febbraio di quell’anno, ricordo il giorno in cui uscii. Guarita.
Nei primi quattro mesi che passai in clinica non feci granché. Sì, avete ragione, non è che mi avessero portato lì perché facessi qualcosa di particolare. Era una clinica psichiatrica, non un collegio per educande. Perciò non feci nulla. Al contrario, in quel periodo i medici scoprirono parecchie cose su di me: che non so...