In piedi accanto al tavolo operatorio, Cress reggeva uno schermo portatile mentre il dottor Erland teneva accanto al viso di Thorne uno strano strumento che indirizzava un sottile fascio di luce nelle pupille.
Il medico muoveva il capo su e giù con aria assorta. «Mmh-mmh» mormorò, regolando le impostazioni finché si accese una luce verde alla base dello strumento. «Mmh-mmh» ripeté, passando all’altro occhio. Cress si avvicinò, ma non vide nulla che giustificasse un borbottio così pensieroso.
L’apparecchiatura emise un lieve ticchettio. Il dottor Erland prese lo schermo portatile dalle mani di Cress, lo consultò facendo un segno di approvazione con la testa e glielo restituì. Lei guardò lo schermo, dove quello strano strumento stava trasferendo un’accozzaglia di dati incomprensibili.
«Mmh-mmh.»
«Vuole smetterla di mugugnare e dirmi che cos’hanno i miei occhi?» disse Thorne irritato.
«Un po’ di pazienza» replicò il medico. «L’occhio è un organo molto delicato, e una diagnosi errata potrebbe avere conseguenze catastrofiche.»
Thorne incrociò le braccia.
Il dottore modificò ancora una volta la taratura del suo strumento e completò un’altra scansione degli occhi del paziente. «Bene» concluse. «Il nervo ottico ha riportato gravi danni, probabilmente in seguito a un trauma cranico. La mia ipotesi è che quando ha battuto la testa durante la caduta abbia subito un’emorragia cerebrale che ha causato un’improvvisa pressione sul nervo ottico e…»
Thorne lo interruppe allontanando il marchingegno con la mano. «Può fare qualcosa?»
Erland sbuffò e posò lo strumento sul bancone che occupava per tutta la sua lunghezza l’infermeria della Rampion. «Certo che posso» rispose con tono risentito. «Il primo passo consisterà nel prelevare una certa quantità di midollo osseo dalla cresta iliaca dell’osso pelvico. Fatto questo, potrò coltivare le cellule staminali ematopoietiche che userò per creare una soluzione da applicare sugli occhi. Con il tempo, le staminali andranno a sostituire le cellule ganglionari della retina che sono state danneggiate e contribuiranno a formare una giunzione cellulare fra…»
«La-la-la-la, bene, ho capito» lo interruppe di nuovo Thorne, tappandosi le orecchie. «La prego, non ripeta più quella parola.»
Il dottore inarcò un sopracciglio. «Cellule? Ematopoietiche? Ganglionari?»
«L’ultima.» Il capitano fece una smorfia. «Bleah.»
Il medico si accigliò. «Non sarà impressionabile, per caso, Mr Thorne?»
«Tutto quello che riguarda gli occhi mi fa rabbrividire. E lo stesso vale per la chirurgia dell’osso pelvico. Mi farà un’anestesia, voglio sperare.» Si distese sul tavolo operatorio. «Faccia presto.»
«Sarà sufficiente un’anestesia locale» disse Erland. «Credo addirittura di avere ciò che mi serve nella mia borsa. Tuttavia, anche se potrei estrarre il midollo osseo oggi stesso, non ho gli strumenti necessari per separare le cellule staminali e quindi per mettere a punto la soluzione da iniettare.»
Lentamente Thorne si rimise seduto. «Quindi… non può curarmi?»
«Non senza un laboratorio adeguato.»
Thorne si grattò il mento. «D’accordo. E se mettesse da parte questa storia delle staminali e della soluzione oculare e mi installasse invece delle protesi cibernetiche al posto degli occhi? Ho riflettuto sull’aspetto pratico di una vista a raggi X, e devo ammettere che l’idea mi attira parecchio.»
«Mmh. Ha ragione» concordò il medico, sbirciando Thorne da sopra la montatura degli occhiali. «Sarebbe molto più semplice.»
«Davvero?»
«No.»
Thorne atteggiò la bocca in un’espressione imbronciata.
«Se non altro, ora sappiamo cosa c’è che non va» intervenne Cress «e che si può curare. Troveremo un modo.»
Il dottore le rivolse una rapida occhiata, poi si mise a sistemare negli armadietti dell’infermeria il materiale che aveva portato con sé dall’albergo. Era chiaro che stava tentando di nascondere qualsiasi emozione andasse al di là della semplice curiosità professionale, ma Cress ebbe l’impressione che non gli importasse granché di Thorne.
I suoi sentimenti verso di lei, al contrario, restavano un mistero. Erland non aveva incrociato il suo sguardo nemmeno una volta dal momento in cui avevano lasciato l’hotel, e lei sospettava che si vergognasse per quella faccenda dell’acquisto di Gusci lunari. Cosa di cui peraltro aveva tutte le ragioni di vergognarsi. Benché fossero dalla stessa parte ora, non gli aveva ancora perdonato il modo in cui aveva trattato lei e chissà quanti altri Gusci. Come bestiame a una vendita all’asta.
Non che lei avesse mai partecipato a un’asta di bestiame.
A essere sincera, aveva un’opinione incerta sulla maggior parte dei membri dell’equipaggio della Rampion. Da quando aveva assistito all’esplosione di collera di Wolf, aveva cercato in tutti i modi di stargli alla larga. Il suo temperamento e il fatto di sapere di che cos’erano capaci lui e i suoi simili le facevano rizzare i capelli sulla testa ogni volta che quegli inquietanti occhi verdi si posavano su di lei.
D’altronde, il fatto che non avesse aperto bocca da quando avevano lasciato l’Africa non aiutava di certo. Mentre tutti discutevano dei rischi di restare in orbita finché Cress non fosse riuscita a ripristinare il sistema anti-tracciamento, lui si era tenuto in disparte, rannicchiato in un angolo della cabina di pilotaggio, lo sguardo fisso sulla postazione del pilota.
Quando Cinder aveva suggerito di nascondersi in un luogo non troppo lontano da Nuova Pechino, in attesa di elaborare la fase successiva del loro piano, Wolf aveva camminato su e giù nervosamente nella cambusa stringendo fra le mani un barattolo di pelati.
E quando alla fine erano atterrati nelle desolate distese di ghiaccio delle regioni siberiane nel Nord del Commonwealth, si era coricato sul fianco in un letto a castello con il viso affondato nel guanciale. Cress aveva dato per scontato che fosse il suo letto finché Thorne non le aveva spiegato che era quello di Scarlet.
Provava compassione per lui, naturalmente. Chiunque poteva vedere che era devastato da quella perdita. Ma soprattutto le incuteva paura. La sua presenza le faceva l’effetto di una bomba a orologeria pronta a esplodere da un momento all’altro.
Poi c’era Jacin Clay, l’ex guardia del corpo di Sybil, che trascorreva gran parte del tempo chiuso in un silenzio sprezzante. Quando parlava, il che accadeva di rado, era per dire qualcosa di sgradevole o pungente. Inoltre, anche se si era schierato dalla loro parte, Cress non poteva fare a meno di ripensare a tutte le volte in cui, per anni, aveva accompagnato Sybil sul satellite e, pur sapendo che lei era prigioniera, non aveva alzato un dito per aiutarla.
E poi c’era l’escort-droide con i suoi “signore” qui e “signore” là, e l’immancabile “Volete che vi prepari un pediluvio e vi faccia un massaggio, signore?”.
«Capitano!»
Cress si irrigidì sentendo una vocetta stridula e vedendo un tornado azzurro entrare nell’infermeria e gettarsi al collo di Thorne rischiando di farlo cadere dal lettino.
«Che cosa diav…» esclamò lui.
«Mi piace!» gioì l’escort. «Mi piace da impazzire! È il regalo più bello che io abbia mai ricevuto, e voi siete il capitano migliore dell’intera galassia! Grazie grazie grazie!» L’androide lo coprì di baci, ignorando i suoi tentativi di sottrarsi.
Cress premette le dita sullo schermo portatile al punto che le sue braccia si misero a tremare.
«Iko, lascialo respirare» intervenne Cinder presentandosi sulla soglia.
«Sì, scusate!» L’androide prese Thorne per le guance e gli stampò un ultimo bacio ostinato sulla bocca prima di staccarsi da lui.
Cress aveva male alle mascelle a forza di digrignare i denti.
«Iko?» disse Thorne.
«In carne e ossa! Come sto?» Si mise in posa per lui, poi cominciò a ridacchiare. «Ops… voglio dire… dovete credermi sulla parola, ma… be’, vi assicuro che sono strepitosa. Inoltre ho controllato il manuale di istruzioni e posso scegliere fra quaranta colori diversi per i miei occhi! Ho un debole per quelli metallizzati, devo ammetterlo, ma vedremo. Le mode cambiano così in fretta…»
Thorne, iniziando a rilassarsi, sorrise. «Sono felice che ti piaccia. Ma se tu sei qui, chi sta pilotando la nave?»
«Oh, ho semplicemente invertito i chip della personalità» spiegò Cinder. «Darla non sembrava infastidita dallo scambio. “Qualsiasi cosa possa far piacere al mio padrone” ha detto.» Cinder simulò un conato di vomito. «Ne ho approfittato per fare qualche modifica alla sua programmazione. Dopo il mio intervento, dovrebbe farsi meno scrupoli a infrangere la legge.»
«È così che mi piacciono le mie navi» approvò Thorne. «Darla, ci sei?»
«Al vostro servizio, Capitano Thorne» disse una nuova voce dagli altoparlanti nel soffitto, stranamente robotica in confronto al tono iperattivo di Iko. «Sono felice di essere il vostro nuovo sistema di autocontrollo e farò di tutto per garantire sicurezza e comfort al mio equipaggio.»
Thorne esibì un sorriso radioso. «Oh, sento che mi piacerà questa nuova pilota.»
«Quando avrete finito qui, raggiungetemi nella stiva» ordinò loro Cinder indicando la porta con un cenno del capo. «Abbiamo molte cose di cui discutere.»
Qualche minuto dopo, l’equipaggio della Rampion era riunito al gran completo nella stiva. Iko era seduta a gambe incrociate sul pavimento, ipnotizzata dalla vista dei suoi stessi piedi nudi. Il dottor Erland si era accomodato sulla poltroncina girevole che aveva portato dall’infermeria; Cress temeva che l’età avanzata e le gambe corte non gli avrebbero consentito di mettersi a sedere su una cassa senza l’aiuto di qualcuno. Wolf era appoggiato allo stipite della porta della cabina di pilotaggio, le spalle curve, le mani ficcate in tasca, e delle profonde occhiaie sotto gli occhi. Di fronte a lui, accanto al corridoio che portava agli alloggi dell’equipaggio e alla cucina, Jacin stava addossato alla parete, girato di tre quarti, come se fosse solo parzialmente interessato a quello che diceva Cinder.
Cress condusse Thorne fino a una grande cassa da imballaggio, il più lontano possibile da Wolf, sperando che la cosa non si notasse troppo.
Cinder si avvicinò al grande mediaschermo incassato nella parete della stiva.
Si schiarì la voce prima di iniziare. «Il matrimonio reale è fra quattro giorni. E credo – anzi, spero – che ...