Calendar Girl. Aprile
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Calendar Girl. Aprile

  1. 124 pagine
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Calendar Girl. Aprile

Informazioni su questo libro

Aprile, Boston, in compagnia di Mason "Mace" Murphy, campione di baseball. Tutto ciò che Mia detesta in un uomo impacchettato in un regalo da sogno: talentuoso, fisico atletico, lineamenti scolpiti ma... completamente pieno di sé.

E poi c'è sempre Wes, l'uomo che forse potrebbe impegnarla per sempre. Quello che si è conquistato un pezzo del suo cuore. Anche se insieme hanno deciso di lasciare per quest'anno i sentimenti sullo sfondo mentre ciascuno vive la sua vita.

Avevo bisogno di soldi, tanti soldi. In ballo c'era la vita di mio padre. Io però non avevo un centesimo, per arrivare a fine mese facevo la cameriera. Non avevo un amore e, diciamolo, all'amore, quello con la a maiuscola, non ci credevo neanche più tanto. Le mie storie fino ad allora erano state solo fonti di guai e delusioni.
Mi hanno offerto un lavoro. Recitare il ruolo della fidanzata di uomini di successo. In pratica per un mese dovevo fingere di essere la loro compagna davanti agli occhi di tutti e in cambio ognuno di loro sarebbe stato disposto a pagarmi centomila dollari. 12 mesi, 12 città, 12 uomini ricchi, famosi, inarrivabili, 12 ambienti esclusivi, 12 guardaroba diversi. Più di un milione di dollari. Il sesso, chiariamoci, non faceva parte degli accordi. Quello dipendeva e dipende sempre solo da me.
L'amore neanche quello faceva parte del piano. Ma intanto quello non dipende da nessuno...
Sono tutti uomini da sogno. Che poi sono persone. Intriganti, fragili, che hanno paure, segreti e verità nascoste. Loro hanno scelto me. Per un mese sono entrati nella mia vita. Tutti mi hanno lasciato qualcosa. E uno mi sta chiedendo di cambiare le regole del gioco... ma l'amore, tutti lo sanno, di regole non ne ha.
Ho intrapreso questo viaggio perché era l'unico modo per salvare la vita di mio padre.
Mi sono fidata, ho buttato il cuore oltre l'ostacolo.
Ed è iniziata la favola.
Il viaggio ha salvato la mia, di vita.
Trust the journey,
Mia

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Informazioni

Editore
Mondadori
eBook ISBN
9788852074493
Anno
2016

APRILE

1

«Be’, eccoti qui, dolcezza» furono le prime parole che gli uscirono da quella bocca così sexy. Parole rudi, che unite al modo in cui mi squadrò mi fecero alzare la temperatura… e non in quel senso. Mason Murphy era appoggiato a una limousine. Aveva degli occhiali da sole stile aviatore, capelli castani ramati e un sorrisetto che probabilmente faceva bagnare le mutandine a tutte le sue fan del baseball. Fortunatamente, negli ultimi mesi avevo frequentato diversi uomini da sballo e non mi fece alcuna impressione.
Tesi la mano. Lui arricciò le labbra e sollevò gli occhiali sulla testa, gratificandomi con un paio di splendidi occhi verdi, scuri come smeraldi e altrettanto belli.
«Come, neanche un bacio?»
Aggrottai le sopracciglia, sporsi in fuori un’anca e incrociai le braccia. «Sta scherzando, vero? Ancora con questa roba?»
Tirò indietro la testa, si tolse gli occhiali e se li appese all’angolo della bocca facendoli dondolare per una stanghetta. Mi squadrò di nuovo da capo a piedi. «Bene. Mi piacciono le ragazze con un po’ di pepe.»
Cercai di capire, sbattendo le palpebre, se ero ancora addormentata per il tranquillante preso in aereo. Volare mi metteva sempre in agitazione. Niente a che vedere con la sensazione che provavo in quel momento, comunque. «Lei è proprio un bel tipo, eh?»
Spalancò i suoi occhi luminosi, e un sorriso radioso gli attraversò il bel viso dai lineamenti scolpiti. Zigomi alti, fossetta sul mento e sguardo malizioso.
Si avvicinò, mi mise un braccio attorno al collo e mi baciò su una tempia. Dovetti far ricorso a tutto il mio autocontrollo per non girarmi e piazzargliene uno… un pugno, voglio dire.
«Adesso mi toglie le mani di dosso. Non le conosce, le buone maniere?»
Mason si mise di fronte a me e si sporse per sussurrarmi qualcosa. «So quello che fai e mi va benissimo. Più che bene. Ce la spasseremo un po’, insieme.»
Gli misi una mano sul petto e lo allontanai dalla mia faccia. «Senta, Mr Murphy…»
«Mr Murphy» disse beffardo. «Ooh, mi piace.»
Inspirai con forza e strinsi i denti. Se mi fossi morsicata la lingua, avrei rischiato di farmi male sul serio per l’irritazione che mi stava provocando questo tizio.
«Quello che stavo cercando di dire prima che mi interrompesse era che lei si è fatto un’idea sbagliata di me. Sono una escort, un’accompagnatrice. Cioè, la accompagno dappertutto. Le fornisco compagnia in modo amichevole.»
Si avvicinò di nuovo, mi prese per i fianchi e mi tirò contro di sé. «Non vedo l’ora che diventiamo più amici, io e te» disse sfregandosi addosso a me. Percepii appena il rilievo di qualcosa che si stava risvegliando.
Sospirai. Lasciai perdere e lo respinsi un’altra volta. «Prenda almeno le mie valigie.»
Lui fischiò all’autista. Sì, gli fischiò. Come si fa con un cane. Avrebbe potuto dire benissimo: “Vieni qui ragazzo, da bravo autista”. Feci una smorfia e mi liberai dalla sua stretta.
«Non preoccuparti, tesoro, ti ci abituerai» disse fingendo di sferzare l’aria con una mazza da baseball. Io alzai gli occhi al cielo e aprii lo sportello della limousine, per salire sull’auto. Fece qualche manovra per riuscire a infilarsi, alto com’era, in quel veicolo comunque spazioso, poi batté le mani. «Vuoi un drink?»
Sono sicurissima di averlo guardato come se gli fosse spuntata la coda. «Non è neanche mezzogiorno.»
Si strinse nelle spalle. «Lo è, da qualche parte nel mondo» disse strizzandomi l’occhio con fare allusivo. Mason tirò fuori una bottiglia di champagne. Si passò la lingua sul labbro inferiore. Quel punto tra le mie cosce registrò all’istante, contraendosi piacevolmente. Scossi la testa e incrociai le gambe. Era un bastardo, eppure non potevo fare a meno di ammettere che era proprio bello. Mason Murphy era alto, un metro e ottanta circa, e aveva un corpo da rivista, dove infatti spesso compariva. I bicipiti erano ben delineati e i quadricipiti si fletterono quando si infilò la bottiglia tra le gambe e tolse il tappo con un plop. Niente schiuma. Piuttosto bravo, nulla da dire.
«Adesso, dolcezza, chiariamo un paio di cose.»
Spalancai gli occhi. Lui mi tese una coppa di champagne. Anche se non erano nemmeno le dieci del mattino, accettai il bicchiere immaginando che mi servisse qualcosa per smussare la sensazione di fastidio.
«Ti hanno mandata per essere la mia ragazza. Questo significa che io e te dobbiamo diventare amici alla svelta, perché i miei fan, gli eventuali sponsor e i media in genere ci credano. E guardandoti…» Si leccò di nuovo le labbra, mentre con gli occhi risaliva dagli stivali alle gambe fasciate nei jeans, per fermarsi proprio sul seno. Porco. «Mi godrò ogni cazzo di secondo passato con te.»
Una bella sfida per me, questo tizio. Era compiaciuto, sexy da morire, irritante, sexy da morire, volgare come pochi, sexy da morire, e infantile. Dimenticavo qualcosa? Ah, sì, sexy da morire.
Si appoggiò allo schienale, esibendo il suo corpo, solo per me, dal sedile di fronte. Fece un sorrisetto e bevve lo champagne in un sorso. Non avevo intenzione di farmi intimorire da questo cretino, perciò mi portai la coppa alle labbra e me la scolai tutta. Scorsi un lampo di ammirazione nei suoi occhi.
«La mia anima gemella» disse appoggiandosi una mano sul cuore in un gesto di finta cavalleria.
Mi sporsi in avanti, presi la bottiglia e riempii il mio bicchiere, poi col mento indicai il suo. Me lo allungò e io versai lo champagne.
«Okay, senta, dobbiamo stabilire un paio di cose.»
L’espressione del viso mi fece capire che stava per fare una battuta, ma lo bloccai sul nascere con una stilettata verde. Si mise comodo e sollevò il mento.
Feci un sorriso, consapevole di aver vinto quel round. «Sarò anche stata assunta per essere la sua ragazza per un mese, ma non sono la sua puttana.» Aggrottò la fronte. «Fare sesso con un cliente è un’opzione che spetta a me e non è prevista dal contratto. Avrebbe dovuto leggere le righe scritte in piccolo, amico, perché sta per scoprire che cosa significa andare in bianco per un mese.»
Gli cadde la mascella per lo shock. «Stai scherzando, cazzo» disse con una smorfia.
Scossi la testa. «No, mi spiace. Farebbe bene ad abituarsi all’idea, caro mio, perché le conviene. Se la stampa la vede in giro con la prima puttanella che ha raccattato solo per attirare l’attenzione, capirà al volo che questa roba» indicai noi due «è una montatura, e così tutti gli sforzi e le migliaia di dollari che ha tirato fuori per me andranno sprecati.» Mason si passò la mano tra i capelli. «E non farà buona impressione ai potenziali sponsor l’idea che non sia riuscito a tenersi la sua graziosa fidanzata per più di un giorno. Si ricordi, niente rimborsi.»
A quel punto mi appoggiai al sedile, incrociai le gambe e sorseggiai lo champagne assaporando le bollicine sulla lingua, mentre sentivo i sensi risvegliarsi.
Mason mi guardò con un’espressione indecifrabile sul viso bellissimo. «Allora che cosa proponi di fare, dolcezza?» Fece un gran sorriso, squadrandomi di nuovo da capo a piedi per poi finalmente guardarmi in faccia. Le parole erano gentili ma poco sincere.
«Primo, la smette di chiamarmi dolcezza.»
Mi interruppe prima che potessi continuare. «Un uomo non dovrebbe avere un vezzeggiativo per rivolgersi alla sua ragazza?»
Strinsi le labbra mentre ci riflettevo. Forse aveva ragione. «Certo, se il modo in cui lo dice non suonasse così idiota.»
Mason scoppiò a ridere. La risata riecheggiò nell’abitacolo e alleggerì l’atmosfera. Se avessi sentito quella risata ogni giorno magari il mese che mi aspettava non sarebbe stato uno schifo assoluto. Si leccò le labbra, e di nuovo quel punto sensibile tra le mie cosce che non aveva dimenticato quanto fosse bello sentire sulla carne tenera le labbra perfette di un uomo reagì deliziato. Frena, ragazza! Avrei voluto dare una strigliata alla mia libido. Era dall’orgia con Wes di due settimane prima che mi sentivo arrapata da morire, senza alcuna speranza di sollievo. E adesso che il mio attuale cliente era definitivamente escluso dalla lista dei possibili compagni di letto, sembrava proprio che sarei andata in bianco, in sua compagnia. Divertente… neanche un po’.
«D’accordo, va bene così. Penso che il prossimo passo dovrebbe essere conoscerci un po’ di più. Raccontami qualcosa di te.»
Si mise una mano sul grosso ginocchio fasciato dai jeans e guardò fuori dal finestrino. «Non c’è molto da dire. Famiglia irlandese. Papà fa lo spazzino anche se gli ho detto che potrebbe smettere di lavorare per sempre. Non lo farà. Troppo orgoglioso.»
«Un brav’uomo, allora.» A differenza del mio. Be’, tecnicamente non era vero. Mio padre ci aveva provato. In quella situazione, dopo aver affrontato l’abbandono di mia madre, aveva perso la bussola. Non ero sicura che ci fosse qualcuno in grado di superare davvero la perdita dell’amore della sua vita.
Mason sorrise, rivelando denti bianchi, perlopiù dritti. I canini sporgevano quel tanto che bastava per dare carattere a quel suo sorriso. «Mio padre è il migliore, un tipo tosto. Ma lavora troppo. L’ha sempre fatto, per mantenere me e i miei fratelli.»
«Quanti fratelli hai?» chiesi, interessata alla piega presa dalla conversazione.
Fece segno tre con le dita, sorseggiando lo champagne. «I miei fratelli sono dei bastardi teste di cavolo ma gli voglio bene» disse, tradendo l’accento di Boston. Un accento dannatamente sexy. Sarebbe stata dura tenere giù le mani da lui se si fosse mostrato carino.
Socchiuse gli occhi, mentre il verde dell’iride si incupiva. «Apprezzano che io mi sbatta un pezzo di gnocca simile.» Riecco lo stronzo che faceva capolino. Scossi la testa e respirai a fondo, lentamente.
«Okay, tre fratelli. Più grandi, più piccoli?»
«Tutti più piccoli. Brayden ha ventun anni, Connor diciannove e il mio fratellino Shaun ne ha diciassette, va ancora alle superiori.»
Mi sporsi in avanti e misi la coppa vuota nel portabicchieri. «Wow, quattro maschi.»
Mason annuì. «Già, Brayden lavora come barista e di giorno frequenta un centro di formazione professionale. Appena finite le superiori ha messo incinta una.» Feci una smorfia. «La puttana gli ha mollato la bambina ed è sparita.» Trattenni il fiato per lo shock. Come poteva una donna abbandonare il sangue del suo sangue? Del resto mamma aveva fatto lo stesso. Eppure sentire che era successo a un altro bambino mi faceva ribollire il sangue. «Così, Bray vive con papà e la piccola Eleanor.»
Eleanor. «È un nome all’antica» osservai.
Lui sorrise e guardò fuori dal finestrino con aria malinconica. «Già, nostra mamma si chiamava così.»
«I tuoi sono separati?»
Scosse la testa. «No, mamma è morta dieci anni fa, cancro al seno. Se l’è portata via giovane. Perciò è già da un bel po’ che siamo solo noi maschi.»
Mi sporsi verso di lui e gli posai una mano sul ginocchio. «Mi dispiace. Non avrei dovuto impicciarmi.»
Liquidò le mie parole con un gesto della mano. «È passato molto tempo. Non importa. Allora, Connor frequenta la Boston University e Shaun non fa che inseguire passere tutto il santo giorno.»
Lo guardai torva e gemetti.
«Cosa?»
«Niente.» Non mi presi la briga di dirgli che l’uso del termine “passera” da parte di un uomo adulto in presenza di una compagnia femminile indicava mancanza di maturità, sarebbe stata una battaglia persa. «Allora, cos’hanno in mente per te gli sponsor?»
Quando arrivammo al suo “appartamento”, come lo chiamava lui, fui accolta, con una certa sorpresa, da una biondina esile, di aspetto delicato. Non era giovanissima, più sui trenta che sui venti, ma era magra come una modella. Solo che sembrava una Barbie aziendale, capelli dorati tirati indietro in uno chignon, occhi azzurro cielo, bocca perfettamente rosa e un tailleur che stava a pennello su quel corpo minuto. Chiari indizi di soldi e professionalità, tutto il contrario del modo in cui guardava Mason.
«Mmh, Mr Murphy…» alzò un dito mentre lui la superava per entrare nell’abitazione. Poiché lui non la degnò di un’occhiata, mise immediatamente il broncio.
Mi fe...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Calendar Girl. Aprile
  4. APRILE
  5. Ringraziamenti
  6. Copyright