Si stavano facendo sempre piú vicini, formando una linea orizzontale, come una schiera di soldati all'attacco. I loro occhi neri ci guardavano con cattiveria, le loro bocche dipinte sogghignavano.

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Piccoli Brividi - Spaventapasseri viventi
Informazioni su questo libro
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1
«Coraggio, andiamo.»
Mi voltai e socchiusi gli occhi per proteggerli dall’abbagliante luce del sole.
Mio fratello Mark si trovava ancora sulla banchina del binario. Il treno era già ripartito sferragliando. Potevo vederlo serpeggiare in lontananza attraverso la spianata verde dei campi.
Mi girai verso Stanley. Stanley lavora come bracciante alla fattoria dei miei nonni. Era in piedi al mio fianco e portava entrambe le nostre valigie.
«Cerca sul vocabolario la parola “posapiano”» dissi, «e troverai la perfetta descrizione di Mark.»
Stanley mi sorrise.
«Mi piace il vocabolario, Jodie» rispose. «Qualche volta lo leggo per ore.»
«Ehi, Mark, datti una mossa!» gridai.
Se la stava prendendo comoda, camminando con la sua solita flemma, la testa tra le nuvole.
Mi gettai i lunghi capelli biondi dietro alle spalle e guardai di nuovo Stanley. Mark e io non andavamo alla fattoria da un anno. Ma Stanley sembrava sempre lo stesso.
«È talmente magro... come uno spillo» dice ogni volta mia nonna. La sua tuta di jeans sembra sempre troppo grande. Almeno di cinque taglie.
Credo che Stanley abbia circa quaranta, quarantacinque anni. Ha i capelli neri tagliati a spazzola ed enormi orecchie a sventola perennemente paonazze. Ha occhi marroni, grandi e tondi come quelli di un cucciolo.
Stanley non è molto sveglio. Il nonno dice che gli manca qualche rotella.
Però a Mark e a me piace molto. Ha un buon senso dell’umorismo. Ed è gentile, garbato e amichevole, senza contare che ogni volta che andiamo alla fattoria ha centinaia di cose stupefacenti da mostrarci.
«Sei molto carina, Jodie» disse, mentre le guance gli si facevano rosse almeno quanto le orecchie. «Quanti anni hai, adesso?»
«Dodici» gli risposi. «E Mark ne ha undici.»
Ci pensò un po’ sopra.
«Che fa ventitré» scherzò.
Ridemmo entrambi. Non si può mai sapere quello che Stanley sta per dire.
«Credo di aver calpestato qualche schifezza» si lagnò Mark, raggiungendoci.
Invece si può sempre sapere quello che sta per dire Mark. Mio fratello conosce solo tre parole: “grande”, “assurdo” e “schifezza”. Davvero. Questo è tutto il suo vocabolario.
Per il suo ultimo compleanno gli ho regalato un dizionario, per prenderlo in giro.
«Sei assurda» ha detto scartandolo. «Che schifezza di regalo!»
Mark strusciò le scarpe da tennis bianche sul terreno, mentre camminavamo dietro a Stanley diretti al suo scassatissimo camioncino rosso.
«Portamelo tu» disse, cercando di rifilarmi lo zainetto.
«Nemmeno per sogno» risposi. «Portatelo da solo.»
Dentro lo zainetto c’erano il suo walkman, una trentina di nastri, un mucchio di fumetti, il Game Boy e almeno cinque cassette di giochi da inserirci. Sapevo che aveva in mente di passare tutto il mese sdraiato sull’amaca, sotto il pergolato sul retro della fattoria, ascoltando musica e giocando con i videogames.
Be’... poteva farci una croce sopra!
Mamma e papà hanno detto che sarà mio compito assicurarmi che Mark vada in giro e si goda la campagna. In città stiamo sempre chiusi tra quattro mura, per tutto l’anno! È per questo che ci mandano ogni estate a passare un mese con nonno Kurt e nonna Miriam: perché così possiamo vivere all’aria aperta.
Ci fermammo accanto al camioncino mentre Stanley si frugava nelle tasche alla ricerca delle chiavi.
«Farà piuttosto caldo, oggi» disse. «A meno che non si metta a piovere.»
Una tipica osservazione meteorologica di Stanley.
Guardai la sconfinata distesa di campi oltre la stazione. I soffioni spandevano migliaia di piccoli fiocchi bianchi che fluttuavano nell’aria contro il cielo azzurro. Era tutto così bello!
Naturalmente, cominciai a starnutire.
Adoro andare alla fattoria dei miei nonni. Il mio unico problema è che sono allergica praticamente a ogni cosa. Così mamma mi ha messo in valigia un bel po’ di flaconi della mia medicina contro le allergie... e un mucchio di fazzoletti di carta.
«Salute!» esclamò Stanley, lanciando le nostre valigie nel cassone del camion.
Mark vi poggiò accanto il suo zainetto.
«Posso stare dietro?» chiese.
Adora starsene sdraiato nel cassone del camion, guardando il cielo e sobbalzando a tutto spiano.
Stanley è un pessimo guidatore. Sembra che per lui sia impossibile concentrarsi sulle manovre e allo stesso tempo tenere la giusta velocità. Così affronta sempre le curve a rotta di collo e prende tutte le buche della strada.
Mark si issò sul retro del camion e si allungò accanto alle valigie. Io mi arrampicai sul sedile davanti, accanto a Stanley.
Un attimo dopo stavamo già rimbalzando lungo la strada stretta e tortuosa che conduceva alla fattoria. Osservai attraverso il vetro polveroso le fattorie e i campi che si susseguivano davanti a noi. Ogni cosa sembrava così verde e piena di vita!
Stanley guidava con entrambe le mani aggrappate alla parte alta del volante. Stava seduto con la schiena rigida, leggermente piegata in avanti, guardando fisso attraverso il parabrezza senza nemmeno battere le ciglia.
«Il signor Mortimer non coltiva più i suoi campi» disse, staccando una mano dal volante per indicare una grande fattoria bianca che sorgeva sulla sommità di una collina rigogliosa.
«Perché?» chiesi.
«Perché è morto» rispose solennemente Stanley.
Capite cosa intendo? Non si può mai sapere quello che Stanley sta per dire.
Sobbalzammo su una buca che solcava profondamente la strada. Ero certa che Mark se la stesse spassando, là dietro.
La strada passava attraverso una piccola cittadina, così piccola da non avere neanche un nome. La gente dei dintorni l’ha sempre chiamata soltanto “paese”.
Ha un negozio di foraggio e mangime per animali, una stazione di benzina dove c’è anche una drogheria, una chiesa con un campanile bianco, un negozio di ferramenta e un ufficio postale.
C’erano due camion parcheggiati davanti al negozio di foraggio, ma passandoci davanti non vidi nessuno.
La fattoria dei miei nonni si trova a un paio di miglia dalla città. A poco a poco, mentre ci avvicinavamo, riconobbi i campi di granturco.
«Il granturco è già così alto!» esclamai, guardando attraverso il finestrino. «Ne hai già mangiato?»
«Proprio per cena» rispose Stanley.
D’un tratto rallentò l’andatura e si voltò a guardarmi.
«Lo spaventapasseri cammina a mezzanotte» disse a bassa voce.
«Eh?»
Non ero certa di aver capito bene.
«Lo spaventapasseri cammina a mezzanotte» ripeté, tenendo i suoi grandi occhi fissi nei miei. «L’ho letto nel libro.»
Non sapevo che cosa dire, così risi. Pensai che stesse scherzando. Ma presto mi sarei resa conto che non si trattava di uno scherzo.

2
Quando finalmente la fattoria apparve davanti a noi, mi sentii riempire di gioia. Non è una fattoria molto grande, né particolare, ma a me piace ogni cosa di quell’edificio.
Mi piace il fienile con quel suo buon odore. Mi piace sentire in lontananza il muggito basso delle mucche al pascolo. Mi piace osservare le alte spighe di granturco che ondeggiano al vento. Mi piace anche ascoltare le spaventose storie di fantasmi che il nonno ci racconta davanti al caminetto, quando scende la sera.
E devo includere nell’elenco le frittelle di cioccolata di nonna Miriam. Sono talmente buone che qualche volta, in città, me le sogno di notte.
Mi piace anche l’espressione felice sul volto dei miei nonni quando ci precipitiamo loro incontro per abbracciarli.
Naturalmente fui ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
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