Ragazze rubate. Storia delle ragazze rapite da Boko Haram
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Ragazze rubate. Storia delle ragazze rapite da Boko Haram

  1. 208 pagine
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Ragazze rubate. Storia delle ragazze rapite da Boko Haram

Informazioni su questo libro

Le donne con il niqab sono le mogli dei miliziani di Boko Haram. Mi chiedo se alcune siano le ragazze di Chibok. Alcune hanno gli occhi giovani, altre le zampe di gallina. Alcune hanno mani di seta, altre di lucertola. Il pesante velo mostra poco del loro aspetto. Non è possibile guardarle in faccia, ma le loro voci dicono ciò che provano.

Nessuno conosce il numero preciso delle giovani donne rapite e violate in nome di una guerra contro la libertà, ma più dei numeri contano i loro nomi, i loro occhi, i loro sogni.

Alternando realtà e narrazione, cronaca e romanzo, Viviana Mazza e Adaobi Tricia Nwaubani danno voce alle loro storie e alla speranza che tornino presto a casa.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072802
Print ISBN
9788804660798
1

Il pazzo

«Non abbiamo intenzione di farvi del male» dice. «Vogliamo solo aiutarvi a essere brave donne musulmane.»
La voce è ferma come il vetro. Il volto immobile come la pietra. Il braccio al petto, con la lunga canna nera puntata dritta verso di noi, il dito saldo sul grilletto. Circa quaranta uomini, tutti armati, tutti abbigliati con le uniformi mimetiche dell’esercito, stivali neri e pantaloni corti alle caviglie, tutti simili, con quelle barbe folte e aggrovigliate, lo spalleggiano, a un paio di passi di rispettosa distanza.
Sono tutti membri di Boko Haram.
«Quelle di voi che sono musulmane devono spostarsi sulla destra» continua il capo. «Le infedeli invece vanno a sinistra.»
Ancora tenendoci per mano, io, Rachel e Hannah ci spostiamo a sinistra con cautela, mentre Amina si unisce alle altre sulla destra. Come la maggior parte delle ragazze e delle donne del suo gruppo, diverse dozzine, la parte superiore del corpo di Amina è nascosta da un hijab, ma agli uomini di Boko Haram questo non basta. Tre di loro marciano da una ragazza all’altra, ordinando a ognuna di recitare il proprio nome e un brano del Corano.
Con gli occhi fissi sulla propria pancia gonfia, Amina snocciola un interminabile passo del libro sacro dei musulmani, in arabo, senza esitazioni né errori, come se stesse leggendo da una lavagnetta messa furtivamente sulla sabbia davanti ai suoi piedi nudi da una compagna di classe generosa.
Prima ancora che cominciasse sapevo che Amina non avrebbe balbettato. Lei viene da una rispettabile famiglia musulmana. Cinque volte al giorno, suo marito Malam Isa stendeva il tappetino turchese sulla veranda davanti a casa, in ginocchio chinava il capo verso la Mecca, la città santa, e pregava Allah. Tutti i mendicanti del nostro villaggio zoppicavano fino alla sua porta ogni venerdì pomeriggio, come formiche che seguono una scia di zucchero. Appena lo vedevano tornare dalla moschea tendevano i palmi raggrinziti ed esclamavano: «Allah ya ba mu alheri! Allah ya ba mu alheri!» poi mormoravano preghiere perché Allah lo conservasse in salute e i suoi campi godessero sempre di buoni raccolti.
Ogni volta che alzavo lo sguardo dai libri di scuola per osservare quella scena, sotto l’albero di neem davanti a casa mia, Malam Isa stava infilando la mano nella tasca del caftano per prendere banconote rosse e verdi da distribuire a tutti i mendicanti. Non l’ho mai visto insultarli, arrabbiarsi o scacciarli come mosche che ronzavano sul suo cibo, nemmeno lo scorso dicembre, quando le piogge tardavano ad arrivare e arachidi, cipolle e pomodori scarseggiavano.
Malam Isa era un bravo musulmano, nella buona e nella cattiva sorte, e rispettava i precetti del Corano che impongono l’elemosina, soprattutto dopo la preghiera del venerdì alla moschea.
Dopo essersi assicurati che tutte le donne e le ragazze che si sono dichiarate musulmane lo siano davvero, alcuni uomini di Boko Haram le conducono nel folto della foresta di Sambisa, verso l’accampamento di tende in tela cerata che si scorge tra gli alberi. Prigioniere e carcerieri spariscono presto dalla nostra vista. Chissà se ora potranno tornare a casa e a quel che resta delle loro famiglie…
Subito dopo il capo si rivolge a noi, la mano destra che stringe il calcio della pistola, la sinistra posata sulla canna.
«Siete pronte a convertirvi all’Islam?» chiede.
Silenzio.
A parte il mio cuore, che batte nel petto con tanta forza da svegliare un bambino addormentato, non si sente volare una mosca.
«Siete pronte a diventare musulmane?»
Mi aggrappo alle dita di Rachel con più forza. Hannah mi stringe la mano.
«Quelle di voi che vogliono diventare musulmane devono spostarsi sulla destra» dice.
La voce è imperturbabile, la faccia impassibile. Rilassa la presa sulla pistola e la lascia penzolare da una cinghia che porta appesa alla spalla.
Il cuore smette di galopparmi dentro il petto.
Inspiro profondamente. Allento la stretta alle mani di Rachel e Hannah. Ho una vaga idea di cosa succederà tra un attimo.
Ogni domenica mattina, nella chiesa del Cristo Re, padre Moses concludeva il sermone chiedendo se qualcuno dei presenti volesse donare la propria vita a Gesù. Invitava i volontari ad alzarsi in piedi. A volte si alzava una persona. Altre volte due o tre. C’è stata anche una domenica speciale, lo scorso dicembre, in cui si sono alzati in sei. Chi voleva convertirsi doveva ripetere una preghiera seguendo le parole di padre Moses.
«Benvenuti nella famiglia di Gesù!» esclamava alla fine il pastore.
Poi il padre di Rachel e Hannah, uno dei diaconi della chiesa, porgeva ai nuovi convertiti una Bibbia blu nuova e compatta, comoda da tenere in tasca o in borsa.
Il capo vorrà che le convertite recitino una preghiera islamica insieme a lui. E magari intende anche regalare a tutte un Corano nuovo. Per quanto mi riguarda, io sono contenta della mia Bibbia e di essere cristiana. Anche se qualche volta mi piacerebbe che il sermone di padre Moses non durasse un’eternità, e se spettegolo sottovoce con Rachel ogni volta che la donna robusta e pelosa che guida la congregazione dà inizio agli inni di preghiera. Le altre donne del coro sono troppo spaventate per dirle che la sua versione di È grande il tuo cuore, Signore è terribilmente stonata e che ritmo e melodia non sono quelli.
Resto alla sinistra del capo. E così fanno Rachel e Hannah. E dozzine di altre donne e ragazze. Solo in sette o otto si spostano a destra, lentamente, le teste chine come spighe di grano assetate.
Padre Moses sarebbe inorridito e imbarazzato nel vedere almeno due delle sue coriste abbandonare apertamente la fede cristiana per l’Islam.
Il capo lancia un’occhiata a uno dei suoi uomini e gli fa un cenno, così impercettibile che non l’avrei neppure notato, se la mia mente non fosse stata concentrata su di lui, per anticipare la sua prossima mossa. L’uomo si avvia nella stessa direzione in cui sono scomparse le ragazze musulmane.
All’improvviso sento come una zanzara feroce che mi ronza troppo vicino. Il suono basso, indistinto, esce dalle labbra di Hannah e percorre la breve distanza fino al mio orecchio. Sta pregando, come al solito.
E se il capo la sente, perde il controllo e si mette a sparare? Le stringo appena il palmo. Lei abbassa la voce, ma non smette.
L’uomo di Boko Haram cammina fra gli arbusti, tornando verso di noi. Con la mano destra agita un coltello, e la lama affilata riflette i raggi del sole. Con l’altra mano trascina un prigioniero con l’uniforme verde dell’esercito nigeriano, polsi e caviglie legati con corde spesse. Sembra vecchio quanto potrebbe esserlo un nonno.
«Tu non vuoi convertirti all’Islam?» gli chiede il capo.
Fulmineo, l’atto si compie. Mi premo le mani sugli occhi e grido.
Mio fratello, Promise, era bravissimo a preparare il pollo per Natale e mi aveva insegnato come fare. Catturare gli animali recalcitranti che correvano in cortile era la parte facile. Bloccare le loro zampette magre con i piedi, ancora più facile. Ma la parte che mi ha richiesto più esercizio per diventare esperta come i miei fratelli è stato incidere con un taglio netto la gola del pollo. I primi tempi Promise mi aiutava tenendomi la mano che reggeva il coltello e poi pugnalando il collo dell’animale con forza.
L’uomo di Boko Haram ha appena sgozzato il vecchio soldato come un pollo di Natale.
«Farete tutte la stessa fine, se rifiutate di convertirvi all’Islam.»
Ci inginocchiamo tutte, per implorare.
«No, per favore! Per favore, non uccideteci!»
Nelle ultime ventiquattr’ore ho visto tanto sangue e corpi straziati da nutrire i miei incubi per i prossimi duemila anni. E ho rimpianto di non essere morta insieme a Baba – mio padre – e ai miei fratelli. Eppure, la vista della testa grigia del soldato che giace a pochi centimetri dai suoi piedi nudi, con gli occhi e la bocca spalancati per sempre, fa rivivere in me l’istinto di sopravvivenza.
«Io voglio essere musulmana!» grido.
«Anch’io voglio convertirmi!» geme Rebecca.
«Voglio essere musulmana!» gridano le altre. «Voglio convertirmi!»
Alla fine, solo Hannah resta sul lato sinistro. Dritta come un fuso. Gli occhi chiusi. Le mani alzate al cielo.
La sua voce è bella come un tramonto.
«Gesù mi ama, questo lo so» canta. «Perché lo dice la Bibbia, i bambini appartengono a lui…»
«Hannah, smettila!» grida Rachel. «Per favore, smettila!»
Per la prima volta da quando l’ho incontrato, diverse ore fa, l’aria imperturbabile del capo sembra vacillare. Nel nostro villaggio rideva come una iena, e derideva i padri che permettono alle figlie di sprecare il tempo di Allah andando a scuola anziché sposarsi, e li rassicurava che avrebbe pensato personalmente a raddrizzare quel torto. Adesso, invece, è livido di rabbia.
Il pazzo dentro di lui traspare cupo attraverso gli occhi che brillano.
Ringhia. Strabuzza i bulbi oculari. Balza in avanti e molla un manrovescio sulla bocca ad Hannah.
«Sta’ zitta!» urla.
Hannah si accascia a terra.
Rebecca slaccia le dita dalle mie e fa per scagliarsi in avanti. La trattengo prima che faccia una stupidaggine.
«… sono deboli… ma lui è… forte… Sì, Gesù mi ama…»
Il capo solleva la pistola e arma il grilletto. Poi cambia idea e lascia che la pistola penzoli di nuovo al suo fianco.
«… Gesù… mi ama…»
Lui allunga una mano verso il suo gruppo per farsi passare un coltello. Mi stringo Rachel al petto. Lei mi abbraccia e affonda il viso nell’incavo del mio collo.
Chiudo gli occhi e mi tappo le orecchie.
Ancor prima di riaprirli, so che il coro della chiesa ha perso una delle sue voci più giovani, e la mia migliore amica.

Rebecca Yishaku

Nata l’8 giugno 1994
Il grande giorno stava arrivando.
Rebecca e la sua migliore amica, Saraya Yanga, si erano fatte confezionare dal sarto un abito identico: la gonna corta rosa e gialla, il top arancione abbinato alle scarpe, da indossare al momento delle celebrazioni. Saraya, premurosa, aveva sbrigato tutte le faccende di casa, passando ore a raccogliere la legna, a farla a pezzi e acca...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione
  4. 1. Il pazzo
  5. Rebecca Yishaku
  6. 2. Nella foresta di Sambisa
  7. Dorcas Yakubu
  8. 3. Grazie a Dio sono una ragazza
  9. 4. Rijale
  10. Monica Enoch
  11. 5. Il mio nome
  12. 6. Questo non è l’Islam
  13. Hajara Isa
  14. 7. Fame
  15. 8. Sotto il baobab
  16. Rifkatu Galang
  17. 9. Spose
  18. 10. Corri!
  19. Ruth Amos
  20. 11. La prima volta
  21. 12. Osama
  22. Hauwa Nkatai
  23. 13. Il paradiso
  24. 14. Verde, bianco e verde
  25. 14 aprile 2014
  26. 15. La straniera
  27. Postfazione
  28. Cronologia sintetica della Nigeria
  29. Glossario
  30. Fonti
  31. Ringraziamenti
  32. Copyright