Ore 6.00
Per quanto bella possa essere la suoneria che hai messo come sveglia, se stai sognando di essere a letto con Taylor Swift una giornata non può che iniziare storta: sbattuto a calci fuori dal letto e dalle braccia di Taylor, ti ritrovi con la bocca impastata, gli occhi incatramati e il principio di un gran mal di testa a renderti pian piano conto della realtà.
Avresti solo voglia di trovarti davanti il tipo che ha detto: «Il mattino ha l’oro in bocca», spaccargli con un cazzotto due otturazioni e dirgli: «Be’... com’è avere quest’oro in bocca?».
Puntiamo migliaia di sveglie nell’arco di una vita, e ogni sera speriamo di puntare quella giusta. Quella che farà cominciare il giorno che abbiamo sempre aspettato. Quella che ci farà svegliare e scoprire di essere diventati le persone che abbiamo sempre desiderato essere. Quella che darà l’inizio alla giornata in cui prendiamo in mano la nostra vita e il nostro destino, smettiamo finalmente di avere paura e cominciamo a vivere esattamente come noi, e solo noi, vogliamo.
E invece, ogni mattina, puntuale, quella sveglia non fa niente di più che buttarci fuori a calci dal letto di una qualche popstar americana.
Che poi... dura vita anche quella delle popstar dei sogni. I ragazzi che si portano a letto se la svignano sempre al mattino, lasciandole sole.
La sveglia ricomincia a suonare.
Il suo suono mi rimbomba nella testa come una palla demolitrice che rimbalza da tempia a tempia, come fossi nel video di Wrecking Ball, solo che sopra non c’è Miley Cyrus che canta, ma Platinette che urla.
Ecco che il mio cervello ricomincia a sparare cazzate. Segno che mi sto svegliando del tutto. Chissà se anche il cervello degli altri funziona così.
Mi metto seduto sul letto.
Ci siamo, eccola! La prima occhiata della giornata all’iPhone.
Ok, magari anche oggi la sveglia che avevo puntato non era quella giusta. Magari anche oggi mi sono svegliato esattamente come la sera prima, e quella prima ancora.
Ma forse sarà l’iPhone a salvarmi. Forse, proprio mentre dormivo e facevo scoprire a Taylor Swift nuovi e inesplorati livelli di piacere, è arrivato il messaggio destinato a cambiare tutto quanto. In fondo è più facile aspettare di leggerlo sullo schermo di un telefonino, quel messaggio, invece che cercarselo nell’anima, nel cuore, nel sangue o nello stomaco.
Quattordici notifiche. Tre foto di amici sbronzi della sera prima su Instagram, cinque commenti al mio post di ieri su Facebook, due mail di spam, quattro nuovi messaggi su WhatsApp. Uno di Paddo, due di Amido, uno di un numero sconosciuto.
Nessuno dalla persona da cui lo stavo aspettando. E oggi è il giorno in cui lei ha promesso di mandarmi un messaggio.
La giornata è appena iniziata, vero, ma già comincio a sentire l’odore fin troppo conosciuto di fine imminente.
Su di me aleggia quello spettro che mai mi abbandona, più fedele di un labrador.
E poi quella vocina.
Sei stato mollato.
Perché?
Non c’è un perché. Sei stato mollato.
Davanti a me passa un film già visto: negazione, accettazione, telefonate agli amici, gruppo di supporto, sbronza, pianto. Ripartire dal via.
Sì, lo so cosa state pensando. Ma vi sbagliate. È che se non siete anche voi dei mollati cronici non potete capire. Solo un mollato cronico può capire un altro mollato cronico. Gli altri, al massimo, possono provare pena e comprensione una o due volte. Tre al massimo. Ma poi cominciano a guardarti con quello sguardo vagamente accusatorio, e buttano là frasi del tipo: «Be’... forse in qualche modo, inconsciamente, te le vai a cercare... Non può essere un caso...».
Bam! Ecco la cosa peggiore che si possa dire a un mollato cronico.
Come se a qualcuno che è stato appena investito da un camion mentre attraversava sulle strisce pedonali dicessero: «Be’... certo che anche te, attraversare la strada vestito di grigio, poi è ovvio che uno non ti vede... ma metterti una camicia rosso fluo ogni tanto, no? Un po’ te la sei andata a cercare...».
Per non parlare della scusa che mi sentirò dire questa volta. Spero almeno di sentirne una nuova. Ne ho già collezionata una tonnellata: «Ho bisogno di tempo, ho bisogno di spazio, ho bisogno di tornare ad avere bisogno», «Ormai ti vedo più come un amico», «Sei troppo geloso, sei poco geloso, su di te proietto tutto il mio odio latente e represso verso gli uomini che la figura paterna instabile che ho avuto come modello ha generato nel mio subconscio», «Sei dell’Ariete ascendente Gemelli»...
Oppure quella che odio più di tutte: «Non può funzionare».
Come se una storia d’amore fosse una macchina del tempo, un’idea per far soldi o una legge contro i siti porno.
Prendo di nuovo in mano il telefono.
Nelle dita l’irresistibile tentazione di scriverle un messaggio.
Non farlo!
Sono solo le sei e un quarto. Lei è tornata ieri notte. Con tutta probabilità starà ancora dormendo. Ti ha promesso che stasera vi sareste visti. Che avreste parlato una volta per tutte. Che dopo un mese si sarebbe schiarita le idee. Che ti avrebbe mandato un messaggio entro oggi pomeriggio. E la giornata è appena iniziata.
Non farlo!
Mi sembra un buon consiglio. Per una volta il grillo parlante che ho nella testa potrebbe avere ragione.
Al giorno d’oggi chi scrive per primo un messaggio si espone a una catena di potenziali reazioni che vanno al di là della semplice risposta. Scrivendo fai all in. Il tuo messaggio può essere visualizzato e ricevere risposta, visualizzato e basta, oppure non essere visualizzato affatto. In caso di visualizzazione senza risposta partono le domande esistenziali. Tante, forse troppe: perché ha visualizzato e non mi ha risposto? Forse il «visualizzato» senza risposta è già una risposta. Ma è una risposta del tipo «chi tace acconsente»? Oppure tipo che non vuole parlare con te? E se non ha visualizzato affatto, che significa? Ha il cellulare scarico o ti ha bloccato su WhatsApp? Ma prendiamo quel terzo di probabilità in cui il tuo messaggio ha avuto risposta: la risposta può renderti felice, essere una semplice short answer del tipo «ok-grazie-va-bene», una negativa, oppure, alla peggio, un «vaffanculo». Ne deriva che solo una minima parte delle reazioni che puoi ricevere a un messaggio può renderti felice.
Insomma, tutti i problemi nascono dall’inviare il messaggio per primi. Se invece lo ricevi... be’ allora hai tu il coltello dalla parte del manico. È una delle leggi fondamentali dei nostri tempi.
LEGGE NUMERO 1 DEL XXI SECOLO
Nell’era di WhatsApp i duelli sono al contrario.
Chi spara per primo perde.
Quindi che dovrei fare? Scriverle o no?
Appoggio il telefono.
Mi alzo.
Bagno. Faccia. Caffè. Sigaretta. Denti.
E mentre sono lì che mi spazzolo i denti, con un misto di caffeina, menta e nicotina in bocca, mi viene un pensiero.
E se avessero ragione loro?
Se davvero non fosse un caso?
Se davvero ci mettessi del mio, inconsciamente, per farmi mollare ogni volta?
Forse c’è qualcosa accaduto nel mio passato, o uno strano fine sepolto nei meandri del mio cervello contorto, forse qualcosa o qualcuno che mi spinge a ritrovarmi sempre nella medesima situazione, o una paura, un desiderio, un difetto, una maledizione, un sortilegio. Un motivo preciso, insomma, che mi ha fatto diventare così. Un mollato cronico.
Be’, se c’è lo devo trovare entro stasera. Se non voglio finire mollato per l’ennesima volta.
Proprio oggi che ho una marea di cose da fare.
Il giorno peggiore per iniziare e finire una full immersion di autopsicanalisi e guarire in tempo record dalla mia malattia.
Sembra una di quelle pubblicità spam su internet: «Quest’uomo ha perso ventotto chili in una settimana»; «Questa donna dimostra quarantun anni in meno della sua età grazie alla nostra crema».
Già vedo una mia foto in una di quelle finestrelle: «Questo ragazzo è guarito dalla mollite cronica in sole ventiquattro ore».
Mi sembra più facile perdere ventotto chili o quarantun anni...
Butto i libri dell’università in borsa, salto in un ...