Hanno collaborato: Tullio De Mauro, Giorgio van Straten, Giorgio Vasta, Nicola Lagioia, Emanuele Trevi, Carlo Carabba, Vincenzo Ostuni, Ilide Carmignani, Giulia Ichino, Paola Italia, Andrea Camilleri, Franco Loi, Flavio Santi, Giuseppe Antonelli, Igiaba Scego, Tahar Lamri, Elisa Casseri, Marco Cubeddu, Raffaele Manica, Violetta Bellocchio, Elisa Ruotolo, Tommaso Giartosio, Mark Axelrod, Mario Benedetti, Carlo Bordini, Franco Buffoni, Stefano Dal Bianco, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Gabriele Frasca, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Patrizia Valduga, Gian Mario Villalta.

- 224 pagine
- Italian
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POESIE
I POETI LEGGONO SE STESSI
A CURA DI MARIA BORIO
Mario Benedetti, Carlo Bordini, Franco Buffoni, Stefano Dal Bianco, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Gabriele Frasca, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Patrizia Valduga, Gian Mario Villalta
L’idea di una rubrica dedicata all’autocommento è nata osservando la straordinaria quantità di materiali spuri che oggi possono corredare l’opera di un autore. Questi materiali rimbalzano negli apparati di alcune edizioni di qualità, popolano in sottofondo la rete informativa dei siti di letteratura, sbucano fuori da alcune pagine degli inserti domenicali dei quotidiani. Accanto all’universo dello scritto, proliferano registrazioni, video letture, video interviste, che con un solo click rendono estremamente densa la ricerca intorno alla figura e alla lingua di un autore. Nel magma di queste informazioni, sembra sempre più interessante soffermarsi sulle forme di autocommento. In esso sono fuse la figura di autore e quella di commentatore entro un campo di ambiguità, un gioco di specchi elusivo, straniante, ma anche ricco di dati illuminanti, tipico della letteratura del Novecento, in cui l’io lirico di matrice romantica è stato a mano a mano aperto, rimpastato, ha assorbito, ad esempio, i meccanismi della psicoanalisi, è stato passato al setaccio dallo strutturalismo, dalle ideologie, ed è sopravvissuto in una condizione di sofferenza resistente o in un assoluto meno ingenuo.
Forse la definizione teorica più netta dell’autocommento viene da Soglie di Genette. Con quella precisione rigorosa e sicura del proprio ruolo che caratterizzava la saggistica prima del completo dilagare della terza rivoluzione industriale e dell’era di internet, Genette parla di autocommento come peritesto, ossia note d’autore, come epitesto pubblico, scritture d’autore apparse in varie sedi, e come epitesto privato, lettere, annotazioni, appunti…1. L’autocommento appartiene dunque a un genere legato a uno spazio secondario rispetto al testo primario, è materiale circostanziale, non è originale. Inoltre, soffrirebbe della reticenza da parte del poeta a esprimere con sicurezza la propria autorialità, travasata con più decisione nelle Note al testo, glosse sicure, spiegazioni “scientifiche”, corredate spesso da riferimento al verso e al numero di pagina, micro-apparato in calce, nelle quali, come scriveva Fortini, l’autore scioglierebbe i nodi della propria «difficoltà» preservando la propria «oscurità», quel tratto costitutivo del linguaggio della poesia che la differenzia dalla dizione prosastica o in parafrasi2. Ma il numero notevole di autocommenti che la tradizione della letteratura occidentale offre – che va oltre la sua ricca, quantomeno ben certificata, diffusione nel Novecento, da Celan a Mandel’štam, da Valéry a Ungaretti, da Montale a Zanzotto, da Raboni a Porta – testimonia una complessità e una varietà che rendono la sua essenza molto più duttile e interessante.
La natura dell’autocommento è ibrida: può essere direttamente esplicativo, ma anche allegorico; può seguire una logica discorsività narrativa oppure può disporsi come prosa poetica; può essere condotto in forma di monologo d’autore o può disporsi nella forma straniata di una ironica terza persona recitante; può soffermarsi su elementi che hanno determinato la genesi del testo, può dialogare con riferimenti letterari o extraletterari a cui il testo è legato, oppure può basarsi su una esegesi dello stile e della struttura del testo. Anche la funzione dell’autocommento è ibrida: ha un valore esegetico, ma anche creativo, autonomamente letterario. Persino la sua diffusione è ibrida e quasi mai sistematica. L’autocommento scivola alle maglie delle categorizzazioni. È una scrittura autonoma che affianca il linguaggio alogico della poesia, che dialoga con esso nel proprio valore ibrido e che offre al linguaggio della poesia un surplus semantico, ma posto sempre in modo obliquo, come una sorta di specchio che riflette il totale del testo poetico, non necessariamente alcuni suoi nuclei “difficili”, ma il complesso delle immagini e dei concetti. Offre un surplus semantico, non fa la parafrasi. Mantiene distinte l’autonomia alogica del testo e l’autonomia ibrida del proprio dire, arricchendole vicendevolmente.
Nel mare di materiali che oggi fluttuano intorno a un’opera letteraria può essere importante isolare alcune forme di autocommento. In particolar modo, sembra interessante raccoglierne una serie per testi che rappresentano gli esempi più indicativi della poesia italiana degli ultimi decenni, per vivificare le griglie del canone letterario e per cercare di fare un po’ di luce su una dimensione linguistica tra autori e pubblico in cui i codici del linguaggio poetico – e della lingua letteraria in generale – si sono allontanati significativamente da quelli del linguaggio della comunicazione, dei lettori o dei potenziali lettori. L’autocommento può funzionare come un ponte che integra e amplifica il linguaggio della poesia senza riduzioni a esegesi telegrafiche e come corredo storiografico di testimonianze autografe inedite.
Qui è raccolta la prima parte del progetto, che coinvolge alcuni poeti nati tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta del Novecento, una generazione che ha goduto di una certa stabilità in rapporto all’editoria e ai luoghi della critica, che si è formata con una precisa idea di forma libro e di istituzioni letterarie, che rappresenta la soglia novecentesca della carta stampata e una discreta sicurezza umanistica pre-digitale. Il progetto è cresciuto in dialogo con gli autori, questo è un punto importante. In alcuni casi, infatti, di fronte alla scelta di un testo per la quale ci si basava su una ricezione consolidata – nella prospettiva di ricostruire attraverso questa rubrica anche la storia della poesia italiana degli ultimi decenni – l’autore ha modificato la scelta, rompendo un iter storiografico canonico e tracciando una linea prospettica che può fornire spunti di riflessione sul rapporto tra la poetica individuale e il canone che si è formato al suo esterno. Non pare ininfluente, ad esempio, che Milo De Angelis abbia scelto di scrivere non su T. S., la poesia forse più emblematica di Somiglianze (1976), ma su «Torna antica la parola…» (da Quell’andarsene nel buio dei cortili, 2010), così come Patrizia Valduga ha oltrepassato un sonetto dei Medicamenta (1982) e ha commentato la quartina «Osceno e sacro l’amore delibera…» dal poemetto Manfred (2003), e anche Carlo Bordini, alla richiesta di scrivere sul poemetto Polvere (da Polvere, 1995) ha invece scelto Poema a Trotsky (da Mangiare, 1999) così come Gabriele Frasca ha tergiversato su uno dei suoi testi storici come dissestina (da Rame, 1984) e ha proposto Dove m’hanno condotto le vecchie parole (da Rimi, 2013). Sono elementi che confermano la natura obliqua e fascinosa dell’autocommento e che consentono di osservare le caratteristiche endogene della formazione individuale di una poetica, dei rapporti che intercorrono tra una poetica e una tradizione letteraria, tra la genesi e la ricezione del letterario.
Un percorso nella storia più recente della poesia italiana sembra tracciato: da Ora serrata retinae di Valerio Magrelli (1980) a Concessione all’inverno di Fabio Pusterla (1985), da Tutti di Umberto Fiori (1998) a Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (1999), da Nel buio degli alberi di Gian Mario Villata (2001) e Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (2001) a Umana gloria di Mario Benedetti (2004) e Manfred di Patrizia Valduga (2003), da Quell’andarsene nel buio dei cortili di Milo De Angelis (2010) a Rimi di Gabriele Frasca (2013). E leggendo, in un vortice speculare, poesia da un lato e autocommento dall’altro lato emergono rifrazioni, comunicazioni bilaterali tra il verso e la prosa, ritmi che si rispecchiano come nel caso di Milo De Angelis o di Valerio Magrelli, le cui prose di autocommento si snodano con una cadenza sonora gemella del testo in poesia. Ma soprattutto l’addensarsi attorno a due nuclei fondanti: la valorizzazione metapoetica “assoluta” di concetti e immagini, e il racconto testimoniale ed esperienziale, con una esegesi meno esplicita o più esplicita. Orientati verso il primo polo ci sono Mario Benedetti con una dizione oracolare e filosofica sul senso dello scrivere in rapporto all’esistere; Milo De Angelis con una tensione fortemente ritmata che porta alla luce il significato del gesto tragico e della verticalità; Valerio Magrelli che fonde la perizia intellettuale e il sensorio fisico con un creativo dialogo tra voce autoriale e citazioni; Stefano Dal Bianco che ricorre all’analisi stilistica per far luce su un’esperienza percettiva e mostra il valore di legami tra il verso e la prosa poetica; Gabriele Frasca che attraverso la riflessione sul tradurre amplifica un discorso sul libro di poesia, sulla lingua letteraria e sull’oralità; Patrizia Valduga, con il suo storico citazionismo postmoderno, che mette in scena un provocatorio teatro letterario. Verso il secondo polo si muovono invece Carlo Bordini che porta una testimonianza di intersezioni tra politica e letteratura; Franco Buffoni che raccoglie pezzi di storia come saggio biografico su alcuni significati epocali e sociali; Umberto Fiori e Fabio Pusterla che ricompongono una chiarezza referenziale di matrice lombarda impregnata di essenze urbane, il primo, e naturalistiche, il secondo; Gian Mario Villalta che ragiona sull’esperienza nel rapporto tra semplicità e lingua della poesia, tra lingua e dialetto.
Nati da uno stimolo che ha provato a tirare la poesia fuori dal bacino in cui attualmente si dimena e in cui le relazioni con il mondo dell’editoria, dei media e della critica sono sicuramente meno forti rispetto al passato, questi autocommenti raccontano un sistema parallelo che passa per i meandri dell’autobiografia, del diario, del “romanzesco”, dell’ironia,...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- DIARIO. Tullio De Mauro
- CHE LINGUA FA?. A cura di Giuseppe Antonelli
- NUOVE QUESTIONI LINGUISTICHE
- Giorgio van Straten. Narrare la politica
- Giorgio Vasta. La Sagacia
- Nicola Lagioia. La lingua
- Emanuele Trevi. Sull’arte della prosa
- Carlo Carabba. La lingua della poesia
- Vincenzo Ostuni. Non tanto vecchie questioni linguistiche
- Ilide Carmignani. L’italiano delle traduzioni o la lingua degli altri
- Giulia Ichino. Editing e lingua italiana
- Paola Italia. Editing 2.0. Quali testi leggiamo e leggeremo in rete?
- Andrea Camilleri. I dialetti sono la forza della lingua
- Franco Loi. La lingua ricrea l’inconscio
- Flavio Santi. E io che odiavo il dialetto
- Igiaba Scego. Italiano, una storia postcoloniale...
- Tahar Lamri. Lingua e narrazione di sé
- Elisa Casseri. Una cosa è una cosa è una cosa è una cosa
- Marco Cubeddu. A, C, V
- LETTURE
- SCRITTURE
- POESIE
- Notizie biografiche
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