Quando i genitori si dividono
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Quando i genitori si dividono

Le emozioni dei figli

  1. 336 pagine
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Quando i genitori si dividono

Le emozioni dei figli

Informazioni su questo libro

Che cosa accade ai figli quando i genitori si separano? La domanda riguarda ormai molti bambini e ragazzi, spesso lasciati soli ad affrontare un evento sempre destabilizzante e talora carico di conseguenze per il loro futuro. Se non è il caso di drammatizzare, non è neppure opportuno sottovalutare il loro disagio. In questo libro Silvia Vegetti Finzi affronta il disfarsi dei rapporti familiari dando appunto la parola a chi, come figlio, la separazione ha dovuto subirla.
I suoi consigli e le sue riflessioni si alternano alle testimonianze dei protagonisti che rievocano un periodo cruciale della loro vita. E ci mettono di fronte, con crudele evidenza, all'immaturità e all'impreparazione di cui troppo spesso gli adulti danno prova. In questo intreccio di riflessione e di vita si compone un grande romanzo corale sulle inquietudini e sui fermenti che turbano le famiglie in quest'epoca di transizione, in cui le istanze di conservazione e di rinnovamento sono alla ricerca di un nuovo equilibrio.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071805
Print ISBN
9788804566335
Parte quarta

COME PROTEGGERLI

Il bambino conosce, più intensamente di quanto non si creda, la tentazione di fermarsi, di non lasciarsi trascinare sulla via dello sviluppo in cui lo si conduce … Continua o si fermerà?
MARCELLO BERNARDI e PINA TROMELLINI, La tenerezza e la paura. Ascoltare i sentimenti dei bambini
XVI

Prima che spunti il giorno: quando il figlio non è ancora nato

Nel mondo attuale è avvenuta quella che Françoise Dolto chiama la «rivoluzione dei piccoli passi». Abbiamo imparato ad amare i bambini e ad assegnare loro l’importanza che meritano. Ma siamo ancora lontani dal conoscerli: nel rapporto con loro continuiamo a seguire una logica molto diversa e a percorrere itinerari molto lontani dal loro modo di esistere. Se vogliamo davvero metterci dalla loro parte dobbiamo essere capaci anche di presentificare l’assenza e di ascoltare il silenzio.
Accade infatti raramente, ma accade, che i genitori si separino mentre un figlio, unico o con fratelli, è ancora nel grembo materno, prima che venga alla luce. Per certi aspetti sarà un figlio postumo perché, benché il padre ci sia, non ha potuto o voluto attenderlo restando al suo posto, quello di marito o convivente della madre, che si sentirà pertanto, al momento del parto, una donna sola. Ci vorrà tempo prima che lei possa accettare, come padre del suo bambino, proprio l’uomo che è mancato all’appuntamento più importante della loro vita. E le assenze, quando sono gravi, si ricordano molto più delle presenze.
Talvolta la situazione è precipitata senza che qualcuno lo avesse deciso e il futuro padre è stato espulso o ha dovuto andarsene di casa prima del «lieto evento», senza considerare se fosse il momento opportuno.
Ma conosco casi in cui marito e moglie hanno consapevolmente scelto di separarsi durante la gravidanza, non per improvvisa insofferenza, ma dopo una riflessione motivata e condivisa. Le convinzioni che stanno alla base di questa insolita decisione possono sembrare ovvie: il feto non ha vita psichica e pertanto non può soffrire di una situazione che non è in grado di percepire; finché il padre non è una presenza, non può neppure diventare un’assenza; dove non vi è attaccamento non esiste distacco. Infine, come un ospite atteso ma non ancora arrivato, chi sta per nascere non c’è e non vale la pena di evocarlo: la situazione è già abbastanza confusa.
A tutti questi motivi (troppi per essere sufficienti) si aggiunge il desiderio di evitare poi alla madre – soggetta come tutte le puerpere a momenti di malinconia che possono sfociare in vere e proprie crisi depressive – l’aspetto più doloroso della divisione familiare, la scena d’addio.
Nella famiglia di due coniugi quarantenni, entrambi dirigenti carcerari, da tempo qualcosa si era infranto e, dopo un grande innamoramento, si era cristallizzato un profondo, insuperabile disaccordo. A quel punto però, proprio per evitare la dichiarazione di fallimento, la moglie aveva deciso, dopo due figlie, di averne un terzo nella speranza di riavvicinare il marito. Ma questi, alla notizia di quella maternità inattesa, e a dire il vero un po’ tardiva, aveva manifestato solo disappunto. Fino a comunicare alla moglie, ormai al quinto mese, l’intenzione di andarsene.
Ne avevano parlato a lungo e alla fine entrambi erano giunti alla conclusione che sarebbe stato meglio lasciarsi subito e verificare dopo il parto le loro intenzioni. Tanto più che le due bambine, avendo accanto la madre durante il periodo di assenza obbligatoria dal lavoro, si sarebbero abituate più facilmente alla lontananza del papà e, successivamente, la nascita del fratellino avrebbe potuto colmarne il vuoto. Il bambino d’altra parte, ritenuto al riparo dalle perturbazioni del mondo come tutti i neonati, non si sarebbe accorto di nulla né prima né dopo la nascita.
Apparentemente marito e moglie, sebbene tali ancora per breve tempo, avevano tenuto conto di tutto fuorché delle reali esigenze del terzogenito. Lo avevano considerato una presenza assente, un soggetto virtuale mentre, chiuso nel suo scrigno, era già tra loro, con una vita psichica, forse rudimentale, ma certamente presente e viva.
Per evitare fraintendimenti che potrebbero avere conseguenze non irrilevanti per il bambino che nascerà, vorrei che i genitori conoscessero davvero lo stato della questione e fossero in grado di decidere con coscienza e competenza se sia meglio affrettare o rinviare la decisione di separarsi.
Da quando la neuropsicologia ha iniziato a indagare la vita mentale del nascituro è stata fatta molta strada e si sono acquisite conoscenze che, seppure non definitive, non possono venire ignorate. Certo vi è sempre il rischio di attribuire all’area perinatale (ultimi mesi di gestazione e primi mesi dopo la nascita) attività cognitive che iniziano successivamente, ma gli indizi di una vita psichica precoce sono tali e tanti da lasciar presumere che esistano processi protomentali, funzioni fisiopsichiche allo stato nascente, del feto ancora in utero.
Secondo Mauro Mancia, uno dei principali studiosi in questo ambito, lo sviluppo della mente inizia quando, da un’originaria indistinzione con la madre, il feto inizia a separarsi integrando le diverse funzioni sensoriali e motorie in un’unica esperienza.1 Si costituisce così un nucleo rudimentale del Sé, in grado di porsi in relazione con l’ambiente in cui è immerso e di recepirne gli stimoli. L’ecoscopia del feto mostra pressioni degli arti sulle pareti uterine, rotazioni del capo, stiramenti, sbadigli, suzione del pollice, nonché risposte riflesse a stimoli acustici, auditivi, visivi, tattili e motori. Addirittura pare che già da questi primi comportamenti sia possibile prevedere il futuro carattere del neonato: timido, audace, esplorativo, riflessivo…
Un passo ulteriore porta poi a ipotizzare che il feto sia in grado di fare esperienza affettiva di piacere e di dolore. Possiamo inferire questa possibilità da movimenti di estensione o ritrazione degli arti, dalle espressioni facciali, dal modo di reagire al dolce o all’amaro e, di conseguenza, presupporre che le percezioni organiche acquistino man mano una coloritura psichica. È interessante inoltre osservare che, negli ultimi mesi, tra madre e figlio si registra una certa sintonia delle fasi psichicamente più attive del sonno, per cui si può sostenere che i due dormono, sognano e, per certi aspetti, pensano insieme.
Recentemente poi la risonanza magnetica ha registrato un’intensa risposta della corteccia temporale del nascituro quando sente un suono o ascolta una canzoncina cantata dalla mamma.
Proseguendo nelle ipotesi, si può presumere che già in questa fase si attivi qualche forma di memoria perché, successivamente, i neonati si mostrano in grado di riconoscere la voce dei genitori, nonché poesie e brani musicali che hanno ripetutamente ascoltato in utero. Probabilmente i ricordi di quelle prime percezioni recano con sé tonalità affettive di piacere o dispiacere che proseguono dopo la nascita, perché il parto non è una cesura netta tra un prima e un poi ma un’esperienza di passaggio, dove coesistono elementi di rottura, come la transizione da un ambiente acquatico a uno terrestre, con elementi di continuità. Il neonato non nasce del tutto sprovveduto, perché durante la vita intrauterina si è dotato di «precognizioni», una specie di mappa che, interagendo con la realtà, orienta la sua conoscenza del mondo esterno.
Già da questi pochi cenni possiamo trarre alcune osservazioni: innanzitutto, che negli ultimi mesi il nascituro è in grado di cogliere gli stimoli che provengono dall’esterno, di assegnare loro toni di gradevolezza o sgradevolezza, di piacere o dolore, e di memorizzare quelle prime percezioni. Pertanto le liti in famiglia non lo lasciano certo indifferente: urla, rumori violenti, spinte ed eventuali percosse vengono probabilmente percepiti come minacce alla sua sopravvivenza anche se non sono rivolti a lui e lo colpiscono solo accidentalmente.
In questi casi è indubbiamente meglio interrompere la convivenza e porre il nascituro al riparo da conflitti e tensioni che patisce senza poterli adeguatamente fronteggiare. Non avendo ancora elaborato meccanismi di difesa, il suo apparato percettivo è «senza pelle» e, come tale, può avvertire come estremamente minacciosi stimoli che magari per gli adulti non sono tali.
Ma l’allontanamento dei coniugi può essere necessario senza essere sufficiente. Anche quando è sopravvenuta una tregua sul campo di battaglia, la guerra può continuare nella mente dei genitori e il futuro nato non può restarne immune perché è contenuto, non solo nel grembo, ma anche nella testa della madre.
Alcuni elementi, come la sintonia dell’attività onirica tra madre e feto, ci autorizzano a presupporre che informazioni genetiche, immagini istintuali, segnali di allarme, stati di tensione e di apprensione passino dall’una all’altro lungo un «cordone ombelicale psichico».
Sono indagini sinora aurorali ma sufficienti a porci in guardia da quelle decisioni che scindono indebitamente la realtà esterna da quella interna. La futura madre, anche se viene messa al riparo dalle perturbazioni della relazione coniugale, dal corpo a corpo col partner, può tuttavia mantenere vivo lo scontro nella mente e, attraverso una comunicazione intermedia tra il corporeo e lo psichico, trasmettere al figlio le sue tensioni.
In altri termini, mentre la guerra dichiarata e agita tra genitori può essere interrotta o conclusa da una separazione di fatto, quella mentale sfugge al controllo razionale e può coinvolgere il nascituro sia che padre e madre si dividano sia che restino insieme.
Non basta pertanto porre fine alle azioni violente perché lo scontro possa dirsi concluso, occorre anche pacificare gli affetti, dar tregua ai sentimenti negativi, placare le convulsioni emotive della mente e del cuore.
Se vogliamo trarre dalle ricerche neuropsichiche sulla vita intrauterina indicazioni per il comportamento dei genitori, dobbiamo innanzitutto confutare la convinzione popolare, ma fino a mezzo secolo fa anche scientifica, che prima della nascita i bambini siano al riparo dagli stimoli ambientali perché un’elevata soglia sensoriale li difende da ogni perturbazione. No, dal terzo trimestre, e anche un po’ prima, i nascituri sono già tra noi e, attraverso processi che stiamo imparando a conoscere, partecipano delle nostre emozioni.
È rischioso pertanto mettere al mondo un figlio per riunire la coppia in crisi perché se, come spesso accade, la rappacificazione non avviene, il bambino dovrà affrontare direttamente o indirettamente pericolosi attacchi al suo equilibrio fisico e psichico. Ciò non significa che ne deriverà sicuramente un danno, perché, come abbiamo più volte sottolineato, in psicologia non vi è nulla di determinato, ma che le sue risorse saranno precocemente mobilitate per difendere la sua integrità, con costi, in termini di benessere, difficili da valutare.
Inoltre le conoscenze acquisite confermano l’importanza – che il senso comune sostiene da sempre – di evitare, durante la gravidanza, comportamenti violenti: litigi, scontri, minacce e ricatti. Ma suggeriscono anche, seppure sia più difficile, l’opportunità di sospendere, a livello mentale, decisioni destabilizzanti e scelte irreversibili. Non dimentichiamo che una buona gestazione richiede la disponibilità di un grembo psichico oltre che di un grembo fisico. Nove mesi di tregua non sono eterni e potrebbero evitare ai figli conseguenze di lunga durata.
Ascoltiamo in proposito le parole di Anonima, che lo psichiatra curante definisce «una persona molto profonda»:
La prima separazione dei miei genitori risale a trentadue anni fa, quando io ero ancora nella pancia di mia madre … loro già non andavano per niente d’accordo e la mia nascita non li ha certo aiutati, anzi, io sono stata subito un peso in più. Ricordo poco o niente della mia infanzia, ma quel poco mi ha segnata indelebilmente … pochi episodi negativi se ripenso ai quali provo lo stesso identico dolore. Ricordo questo non sentirmi accettata da mia madre che mi ha sempre detto che non mi voleva e a suo dire anche mio padre non mi voleva, quando seppe che ero nata e che ero femmina non venne neanche a vedermi all’ospedale. Per fortuna ora ho due figli maschi, a una femmina forse non sarei stata capace di dare amore… forse non l’avrei mai accettata… così come non mi sono mai sentita accettata io.
Si coglie, qui, l’effetto della trasmissione generazionale che trasforma una figlia inaccettata in una madre rifiutante. Poiché spesso l’anamnesi psicoanalitica rileva nei sintomi dei pazienti il coinvolgimento di più generazioni, può accadere che le vicende dei padri ricadano, non solo sui figli, ma anche sui nipoti e sui pronipoti.
Tornando ora al tema di possibili traumi in utero, abbiamo visto come l’osservazione dello sviluppo neuropsichico del feto suggerisca l’esistenza di una memoria particolare degli accadimenti prenatali, una registrazione dei vissuti che lascerà nella mente del bambino tracce inconsce delle sue prime esperienze. A queste si aggiunge la memoria di cose udite nell’infanzia e incamerate nella propria storia sino a costituire le basi della propria identità. Spesso, agli occulti graffiti dei ricordi intrauterini si sovrappongono ulteriori rievocazioni. Sono scene talmente vive che sembrano trascrizioni di esperienze dirette, ma in realtà derivano dall’ascolto di antiche narrazioni. Talvolta i bambini, anche piccoli, odono discorsi tra adulti che non sono rivolti a loro e che tuttavia li riguardano: basta infatti che sentano pronunciare il loro nome per drizzare le orecchie.
Per una spontanea disposizione all’autoreferenzialità, sorretta dall’assetto egocentrico del pensiero infantile, introiettano allora quelle narrazioni e le fanno proprie inserendole nella costruzione autobiografica del Sé. Non riuscendo ancora a intendere e memorizzare le parole udite, le trasformano in quadri percettivi, magari tratti dalla situazione ambientale del momento, che archiviano nella memoria come fatti vissuti. Spesso questi pseudoricordi, benché smentiti dai testimoni diretti, restano indelebili perché, essendo costituiti da immagini prelinguistiche, risultano inattaccabili dal linguaggio.
Ma com’è possibile che il bambino recepisca stimoli verbali ancor prima di parlare? È possibile perché la comprensione del linguaggio precede la verbalizzazione e perché elementi affettivi passano attraverso il suono indipendentemente dai termini che li veicolano. Può darsi pertanto che il piccolo abbia udito racconti che lo riguardano, pronunciati con particolare intensità emotiva, e che abbia rivestito quel puro sentire di immagini più o meno corrispondenti.
Scrive Manola:
Quando mio padre se n’è andato – non molto lontano, in verità, perché girava per i paesi vicini – io ero appena nata, ma i miei fratelli erano già grandicelli. Eppure di quel giorno ricordo più io che loro e, forse perché ho sempre voluto sapere, ho chiesto alla mamma e ai nonni, non mi sono mai data pace. Tanto che giurerei di esser stata presente e di aver visto tutto: era Carnevale, un giorno freddissimo, il lago ghiacciato… Ma non può essere vero, è solo un sogno, il mio sogno.
È qui evidente la funzione dello pseudoricordo: colmare una lacuna del pensiero, riempire una pagina bianca della propria storia e ottenere così un sentimento di continuità e un’impressione di padronanza. Questo compito si pone soprattutto quando, come nelle separazioni coniugali, è avvenuta una lacerazione improvvisa nel corso della vita del bambino e la ferita, ignorata o trascurata dagli adulti, ha richiesto un intervento di automedicalizzazione.
Per finire, vorrei osservare che i traumi subiti in utero possono restare inavvertiti soltanto se non vogliamo vederli. La loro inesistenza dipende spesso dalla nostra indifferenza.
Ce lo spiega C., che vuole rimanere anonima:
Sono una giovane donna con la classica storia di figlia di genitori divorziati. Per la prima volta voglio scrivere un po’ le mie esperienze, come sfogo e terapia, perché per troppo tempo non ho voluto ammettere che la figura paterna ha influito sulla mia ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Quando i genitori si dividono
  4. Per una cultura della separazione
  5. Parte prima. DIVIDERSI APPASSIONATAMENTE
  6. Parte seconda. NON LASCIAMOLI SOLI
  7. Parte terza. LA SCENA, IL CORO
  8. Parte quarta. COME PROTEGGERLI
  9. Parte quinta. COME SPRONARLI
  10. Parte sesta. IL SENSO DEL DESTINO
  11. Appendice. Il Laboratorio dei conflitti di Daria Finzi e Anna Spadacini
  12. Note
  13. Copyright