Brucio
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Brucio

  1. 348 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

"Il fuoco. La stanza invasa dalle fiamme, le grida, la paura. Ogni rumore mi crepita nelle orecchie come legna spezzata da un calcio. Il fumo mi annebbia la vista. Le narici invase, il respiro sempre più corto, disperato. Non riesco a gridare, ci provo, ma non riesco. Cerco mia madre, cerco mio padre, cerco Anna." L'incendio di quella notte gli ha sfigurato il volto e si è portato via tutto. Di quel Tommy bambino non è rimasta che l'ombra, l'unica cosa di cui gli altri non sembrano aver paura, provare ribrezzo.

Da allora Tommy passa da una famiglia affidataria all'altra, su e giù per l'Italia. Ogni volta, però, insieme a lui arrivano le complicazioni. Del resto, se hai una faccia come la sua, non puoi "che essere un poco di buono, un delinquente, un ladro, un potenziale omicida". E poi la gente ha un bel dire che l'aspetto non conta.

Magari andrà meglio stavolta, ora che è approdato in un paesino di provincia come ce ne sono milioni, rassicurante: "Case attaccate a case, palazzi che si strusciano con altri palazzi, e strade che ti ributtano sempre verso il centro casomai dovessi perderti". E che ad accoglierlo ci sono i Cotta, brave persone: madre avvocato, padre pompiere, un figlio diciassettenne suo coetaneo.

Ma quando i guai li hai cuciti addosso c'è poco da fare. Succede così che, a poche ore dal suo arrivo, Tommy assista per caso a un rocambolesco tentativo di furto in un negozio e che venga arrestato da un ispettore di polizia in pattuglia che lo crede coinvolto, e che da quel momento gli darà il tormento.

A scuola non va certo meglio, ma almeno lì c'è Sally, occhi scuri e l'aria di una "come di passaggio", che "un attimo c'è, un attimo dopo potrebbe non esserci". Conoscerla per Tommy è come tornare a respirare. Con lei accanto il futuro fa meno paura e tutto sembra possibile. Anche per lui. Se solo non fosse la nipote dell'ispettore che l'ha arrestato quella notte. E se solo quel tranquillo paesino a due passi da Asti in cui tutto sembra perfetto non nascondesse mostruosità che proprio lui si ritroverà, suo malgrado, a svelare.

Con Brucio, Frascella sonda il labile confine tra giovinezza ed età adulta, tra ingenuità e colpa, tra la luce della purezza e l'ombra nera della corruzione. E ci regala un personaggio meravigliosamente complesso, negli eccessi così come nelle fragilità, strafottente e coraggioso nel suo tener testa a un destino che con lui – non c'è dubbio – ha picchiato veramente duro.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804660316
eBook ISBN
9788852073021

1

Il fuoco.
La stanza, enorme, invasa dalle fiamme, le grida, la paura. Ogni rumore mi crepita nelle orecchie, come legna spezzata da un calcio. Il fumo mi annebbia la vista, le narici invase, il respiro sempre più corto, disperato.
Non riesco a gridare, ci provo, ma non riesco. È terribile, è la morte.
Cerco mia madre, cerco mio padre, cerco Anna.
I mobili della stanza sono un ammasso di fiamme e fumo, come se venissero scossi da mani invisibili e anziché polvere sputassero il giallo ocra del fuoco, il grigio nebbia delle fetide esalazioni. Il tavolo divampa, e quasi esplode. Individuo un’ombra sul muro, il muro che goccia lapilli di lava: è la mia, che resta immobile, non può fare niente.
Qualcosa mi sbatte a terra.
È crollata una trave, mi pesa addosso, è un macigno arroventato, un’entità di fiamma che non dà scampo.
Brucio.
Brucio, la fiamma mi erompe in petto, prendo fuoco. Con tutta la forza che mi rimane, spingo la trave, la spingo, ma le mani e le braccia prendono fuoco. Qualcosa guizza sulla mia faccia, è uno schizzo incandescente, come un chiodo, un sostegno che è scoppiato verso il mio viso.
Il chiodo mi taglia la faccia con la sua strisciata ardente.
«Mamma!» grido, riesco a gridare in tutto quel dolore, in quella paura bollente che mi graffia la guancia, lo zigomo, la fronte, quasi mi apre in due la testa. «Papà! Anna!» Vorrei aggiungere: “Aiutatemi, aiutatemi, sono qui…”. La testa si apre come un melone marcio, e adesso con un occhio guardo verso il divano che ribolle di fuoco all’angolo destro, con l’altro vedo solo un mondo nero con scariche gialle e ocra – la testa è segata in due verticalmente, sto per morire, forse sono già morto.
Le mani, le braccia, il torace bruciano, sento il puzzo nauseabondo della mia carne che arrostisce. “Aiuto”, ma la mia bocca è divisa, e così i miei denti, il mento, tutto.
Le fiamme attaccano le ossa, che sembrano cigolare, come se la mano del fuoco le stesse grattando, arpionando, stringendo per spezzarle.
Grido con tutto ciò che mi resta di sano in corpo, grido di sconforto e terrore. Grido con quello che rimane della mia voce, dell’aria carbonizzata nei miei polmoni.
La morte mi prende, mi scuote. Mi schiaffeggia con foga.
E poi una voce, una voce che risale dal nulla in cui stavo precipitando, una voce di uomo, non quella di mio padre.
Dice: «Oh, Tommaso, Tommaso!».
Altri scossoni, altri schiaffi.
«Svegliati!»
Apro gli occhi. Mi aspetto di rivedere la stanza enorme, i soffitti esplosi, le pareti devastate dall’urlo delle fiamme, il tavolo in cenere, il fumo che sale alto nel cielo scuro.
Ma no.
Ciò che vedo è il faccione sudato di un uomo chino su di me, gli occhi sgranati di preoccupazione e inquietudine, la mascella contratta. La testa pelata, e un paio di baffi incolti sotto il naso irregolare.
Parla ancora, la voce un misto di apprensione e panico: «Sei sveglio, adesso?».
«Sì» farfuglio, la bocca una cloaca di fumo.
«Stavi sognando, hai strillato peggio di mia moglie quando ha i suoi giorni del cavolo.»
«Mi scusi.»
Si rilassa, decontrae le spalle. Il mio cuore, invece, pulsa come un pistone, me lo sento nelle orecchie, è come se fossi fatto solo dei miei battiti.
«E meno male che ti abbiamo sistemato in questa stanza!»
Non è proprio una stanza, è una baracca, indipendente rispetto alla loro casetta su due piani. Qui ci sono gli arnesi da lavoro del tizio – seghe, martelli, chiavi, chiodi appesi alla parete di legno sul bancone, dove c’è una cassetta degli attrezzi, una tanica di olio per ingranaggi. La luce proviene da un’unica lampadina appesa a un filo, che oscilla come indecisa sul da farsi. L’aria sa di muffa.
Quando ho visto questa baracca, però, questo garage staccato dalla casa, ho subito chiesto di poter stare qui invece che dentro, a condividere la stanza con mobili tristi e impersonali.
La donna ha protestato, ma il marito le ha detto di farmi fare quello che volevo, almeno all’inizio. Per ambientarmi.
Così abbiamo sistemato la brandina su cui sto sdraiato, che anche adesso strilla cigolii.
«Ma appena ti sei ambientato» ha concesso la donna, calcando le sillabe dell’ultima parola, come provenisse dal linguaggio di un altro pianeta, «vai a sistemarti nella tua stanza al piano di sopra. Altrimenti l’assistente sociale penserà che ti trattiamo come un cane. E di cani non ne ho mai voluti.»
Mi metto seduto sulla branda, allontano la coperta.
L’uomo mi guarda come se aspettasse una spiegazione, i suoi acquosi occhi azzurri sembrano dondolare col filo della lampadina del soffitto.
«Ho avuto un incubo» chiarisco.
«Be’, certo. Un incubo del cavolo. Ci hai svegliati tutti, in casa. Ho pensato che ti stessero scannando. O peggio.» Si muove sulla branda, che si inclina sotto il suo peso. Indossa la giacca di un pigiama, e i bottoni tirano nelle asole per via di una pancia debordante. È senza pantaloni, ha un paio di boxer sotto cui sbucano due gambotte corte e tozze, coi polpacci duri.
«Mi dispiace.»
La lampadina smette di dondolare, la luce deve illuminarmi meglio di prima, perché mi accorgo che l’uomo fissa la mia faccia con quel misto di stupore e disgusto che contraddistingue tutte le occhiate che ho ricevuto dai dieci anni in poi.
Si sente in difetto, adesso, per avermi trattato con fastidio. È un’altra reazione comune alla vista della mia faccia – o di quel che ne resta.
«Senti, Tommaso…»
«Tommy. Per piacere.»
Annuisce. «Okay, Tommy. Ascolta: ho letto il tuo fascicolo, so più o meno quello che ti è successo anni fa. E se vuoi parlare, sappi…»
«Va tutto bene» taglio corto. «Solo un brutto sogno, signor Cotta.»
«Chiamami Franco, te l’ho detto. E mia moglie chiamala Stefania. Dacci del lei, se preferisci, anche se qui siamo sempre molto informali con i nostri ospiti. E il ragazzo chiamalo… be’, siete quasi coetanei, non penso che gli darai del lei, giusto?»
Scopre i denti in una risata. Sono spaziati, come quelli della moglie e quelli del figlio. L’unico tratto che lo associ agli altri due, in effetti, che invece si somigliano come gocce d’acqua: magri, spalle molto strette, capelli neri che entrambi portano un po’ lunghi, occhi scuri, senza luce di umorismo o ilarità.
«Va bene, Franco.» Guardo l’orologio che porta al polso; le lancette sul quadrante, se vedo bene, indicano l’una e dieci del mattino. «È molto tardi. Chieda scusa a Stefania da parte mia.»
Ma lui resta seduto, anche se volge gli occhi altrove, adesso. Nella gara di resistenza a chi riesce a guardarmi in faccia per più tempo, si è comunque piazzato in una buona posizione. Tra i primi dieci, direi. Questo gli fa onore. Sua moglie ha resistito meno di cinque secondi, e il figlio, Andrea, ha mollato subito, quindi: non classificabile.
«Tommy» riprende, in tono gentile, quasi confidenziale. «Non sono uno psicologo o altro – anzi, a dire il vero, nemmeno li ho mai sopportati quegli strizzacervelli, buoni solo a riempire le frasi di paroloni e a fregarsene di tutto il resto, delle persone vere, non dei loro casi clinici. Capisci?»
Faccio di sì col capo. Ho capito che sarà una faccenda abbastanza lunga, e che Franco ci tiene a entrare nella parte, per quanto possibile, del Papà Momentaneo. Ogni tanto mi sono capitati, quelli come lui: buoni, onesti, però un po’ logorroici. Sempre meglio di quelli che provavano a toccarmi, però.
«Dicevo, non sono uno psicologo. Ma mi sento, come dire, molto vicino a voi ragazzi… sfortunati. Non sono un genitore affidatario come immagino sarà la stragrande maggioranza degli altri. Non mi interessa dell’assegno, delle agevolazioni e di tutto il resto. Io ci tengo veramente a voi. Perciò, sei davvero il benvenuto, Tommy, credimi. Sia da parte mia che da parte della mia famiglia. Mi casa es tu casa» dice impostando la voce, e ride di nuovo.
«Lo apprezzo molto.» Che altro posso aggiungere? In questi frangenti, con questo tipo di Papà Momentaneo, non posso fare altro che assecondare. Ma so che non devo esagerare.
Una volta, poco fuori Bari, uno di loro mi aveva preso così a benvolere che si era anche proposto di farmi operare la faccia da un luminare che aveva trovato su internet; lo disse davanti a tutta la sua famiglia – moglie, tre figli, un cugino scapolo che chissà perché viveva con loro, e nonna dalla faccia di pietra – durante una cena. Voleva pagare tutto lui, disse, perché voleva darmi una vita “completa”, tutti avrebbero dovuto fare un sacrificio, e non solo “economico” per permettergli di farmi questo “regalo”. Alla moglie cadde il cucchiaio nella zuppa. La figlia piccola – ma non tanto piccola da comprendere che le parole “sacrificio economico” avrebbero comportato un drastico taglio nel numero delle bambole che avrebbe ricevuto in dono – scoppiò a piangere con una disperazione che rianimò persino la vecchia faccia di pietra. Naturalmente circa due settimane dopo quel Papà Momentaneo, su insistenza della moglie, dovette rispedirmi agli assistenti sociali. «Perdonaci» mi disse alla stazione, le lacrime agli occhi. Dal finestrino gli ripetei di non preoccuparsi, che non li odiavo, e che, anzi, li capivo.
Franco, in un movimento un po’ goffo ma sentito, mi si avvicina e mi abbraccia forte. Io resto attaccato a lui per qualche secondo, mi chiedo se mi sia sbagliato, se alla fine lui non sia un altro Papà Tocca-Tocca; sono attraversato da un attimo di puro terrore, come se rifinissi testa e piedi in quell’incubo di poco fa.
Ma ormai ho una buona esperienza, lui non è un Papà Tocca-Tocca.
Infatti ci sciogliamo dall’abbraccio, e dice: «Allora buonanotte, ragazzo. Se ti ricapita qualche sogno schifoso, basta che vieni a suonare il campanello, scendo ad aprirti volentieri».
«Franco» lo fermo mentre si avvia. Tanto vale passare al tu. Me l’ha detto lui. «Posso chiederti una cosa?»
La lampadina a filo gli toccherebbe la testa, se solo fosse un po’ più alto, perché ci sta proprio sotto. La luce gli dà un aspetto da spettro buono, in attesa. «Certamente, Tommy.»
«Ho visto che tuo figlio… Andrea?… ha una bicicletta. Posso andare a farci un giro?»
Allarga le braccia, ho quasi paura che uno dei bottoni della giacca si stacchi e diventi un proiettile nella mia direzione.
«Adesso? Ma è tardi, dove vuoi andare a quest’ora?»
«Solo a farmi un giro. Per stancarmi un po’,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. BRUCIO
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. Copyright