L'ultima tempesta
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L'ultima tempesta

Il più grande salvataggio di sempre

  1. 224 pagine
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L'ultima tempesta

Il più grande salvataggio di sempre

Informazioni su questo libro

"Restando lì seduti ad ammirare le foto della CG36500 appese alle pareti ci si chiede: 'Ma come ha fatto questa barchetta a salvare tutte queste vite?'. La risposta va cercata non soltanto nell'agilità della motonave, ma anche nel coraggio dei quattro giovani che la guidarono." 18 febbraio 1952. Al largo di Cape Cod, istmo di terra non lontano da Boston sulla costa orientale degli Stati Uniti, la più furiosa delle tempeste strapazza il creato: mitragliate d'aria gelida e neve a 70 nodi violentano i cieli, onde alte come catene montuose sconvolgono il mare.

Nel mezzo di quell'inferno, a poca distanza l'uno dall'altro, due spaventosi boati annunciano l'inizio di una tragedia. Due petroliere in navigazione, la Pendleton e la Fort Mercer, si sono spezzate a metà. I due giganti dell'oceano vagano mutilati in una deriva incontrollabile, al centro della clamorosa bufera. Dentro ciò che rimane degli scafi, gli equipaggi sopravvissuti toccano con mano il terrore più assoluto: sparire nelle spaventose fauci delle profondità marine.

Per molti di loro sarà la fine. Per altri, nati sotto una migliore stella, l'inizio di un'avventura inimmaginabile, in cui terrore, morte, forza, coraggio, fortuna e abilità si mescolano incredibilmente.

L'ultima tempesta narra in modo coinvolgente la storia dell'impossibile salvataggio compiuto dagli uomini della Coast Guard statunitense. Gli autori ricostruiscono l'insieme di azioni ed emozioni vissute dai salvati – alla fine saranno trentadue – e dai salvatori, quattro giovani e incoscienti eroi che condussero gli undici metri della motonave d'ordinanza nel punto più pericoloso dell'oceano impazzito per adempiere al proprio dovere.

Un libro splendido e mozzafiato, che è anche un tributo all'intelligenza e all'audacia dell'uomo, e che ci ricorda che "la Natura si conquista solo obbedendole".

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072109
Print ISBN
9788804661092

PARTE PRIMA

1

Stazione di salvataggio di Chatham

Qui il padrone – il tiranno, verrebbe da dire – è il mare, e nessuno meglio della nostra gente, che per mare va da tanto, da tante generazioni, comprende la massima secondo la quale “la natura si conquista solo obbedendole”.
E.G. PERRY, 1898
Chatham, Massachusetts. 18 febbraio 1952
Bernie Webber, aiuto nostromo di prima classe, guardò fuori dalla finestra appannata della mensa con una tazza di caffè bollente tra le mani. Quella brodaglia non era poi così male. Veniva da un contenitore da dieci litri ed era stata preparata mescolando il caffè a qualche guscio d’uovo perché i sedimenti si depositassero sul fondo. Webber, che era figlio di un pastore protestante di Milton, in Massachusetts, osservava con crescente preoccupazione la bufera che continuava a peggiorare. Era pieno inverno, ed era da due giorni che un Nor’easter flagellava il New England: che il peggio dovesse ancora arrivare? La neve turbinava, danzando sulle sabbie dalle forme mutevoli, e si ammassava in grandi cumuli presso il faro, nel cortile anteriore della stazione di salvataggio di Chatham. Un tempo i fari erano due, li chiamavano “le luci gemelle”. Tutto quel che restava del secondo era un vecchio basamento, quel mattino interamente seppellito dalla neve.
Mentre sorseggiava il caffè, Webber pensò a Miriam, la sua giovane moglie costretta a letto da una brutta influenza nella villetta di Sea View Street. E se ci fosse stata un’emergenza? Se avesse avuto bisogno di aiuto? Il dottore ce l’avrebbe fatta ad arrivare con quel tempaccio? Webber tentò di scacciare dalla mente quelle domande che gli logoravano i nervi pensando ai pescatori giù al molo, che cercavano di scaldarsi intorno alla vecchia stufa a legna. Non appena le onde avessero cominciato a sballottare di qua e di là le loro barche, al porto vecchio, avrebbero chiesto il suo aiuto. “Se la bufera è così brutta adesso, come diventerà di qui a qualche ora, quando inizierà a fare sul serio?” rifletté.
Webber, tuttavia, non si lamentava della dura giornata che lo attendeva. Quel giovane sottufficiale aveva appena ventiquattro anni ma lavorava sul mare da quasi un decennio; durante il secondo conflitto mondiale, infatti, aveva prestato servizio con il Maritime Service. Pure i suoi tre fratelli maggiori avevano fatto la guerra: il primo, Paul, era stato in Germania con la 26a divisione dell’esercito, la cosiddetta Yankee Division, che aveva partecipato alla battaglia delle Ardenne e aveva preso, insieme alla III Armata del generale Patton, la città fortificata di Metz. Il secondo fratello, Bob, aveva servito la patria nella Guardia Costiera. Il terzo, Bill, faceva parte del corpo Trasporti dell’esercito e aveva contribuito a costruire l’autostrada dell’Alaska.
Bernie aveva seguito le orme di Bob entrando nella Guardia Costiera, deviando dai piani che i genitori avevano in mente per lui. Sin dalla più tenera età suo padre, pastore associato presso la chiesa di Tremont Temple, lo aveva incoraggiato a percorrere il suo stesso cammino. Il diacono era arrivato a pagargli la retta della Mount Hermon School, una scuola privata maschile fondata nel 1879 e situata a Gill, una cittadina presso il fiume Connecticut a centosettanta chilometri da Boston. Tra gli ex allievi della scuola si annoverano personaggi prestigiosi come il padre del “Reader’s Digest” DeWitt Wallace o James W. McLamore, il futuro creatore di Burger King. Non c’è bisogno di dire che Bernie era un po’ una mosca bianca, dal punto di vista economico, in mezzo agli altri studenti dell’istituto. Era arrivato con addosso i vestiti smessi del fratello, oltre a una certa quantità di dubbi. Non era uno studente eccezionale e in cuor suo si domandava perché mai si trovasse lì. Dentro di sé sapeva di non voler seguire la strada di suo padre.
Stava giusto pensando di scappar via quando la sorte ci mise lo zampino: un amico d’infanzia, che aveva distrutto la macchina del padre, arrivò in cerca di un posto dove nascondersi. Webber gli diede una mano, sistemandolo in uno dei dormitori e sgraffignando del cibo dalla mensa scolastica per farlo mangiare. I due furono scoperti dopo pochi giorni, ma non restarono abbastanza a lungo da dover affrontare la punizione. Scapparono infatti verso le colline e i campi di mais che circondavano l’istituto e infine tornarono a Milton.
Il reverendo Bernard A. Webber si sforzò in tutti i modi di capire il comportamento di quel figlio imprevedibile e ribelle, che aveva lasciato la scuola per vivere alla giornata. Un anno dopo, ormai sedicenne, Bernie ebbe l’idea che avrebbe rimesso in rotta la sua esistenza alla deriva. Aveva sentito che il Maritime Service reclutava ragazzi come lui. Se fosse riuscito a portare a termine il difficile periodo di addestramento avrebbe potuto partecipare allo sforzo bellico su di un mercantile. Il padre firmò, seppur con riluttanza, i documenti necessari e Bernie si arruolò, apprendendo i fondamenti della marineria presso la stazione di addestramento di Sheepshead Bay, a New York: il suo istruttore atletico fu l’ex campione del mondo dei pesi massimi Jack Dempsey, che era anche comandante della Guardia Costiera. Una volta concluso il periodo di addestramento, Webber s’imbarcò sulla Sinclair Rubiline, una petroliera T2 che trasportava benzina dai porti di Aruba e Curaçao alle navi da guerra americane della III Flotta, nel Pacifico meridionale.
In quel periodo, il giovane si rese conto che non avrebbe dedicato la vita alla chiesa né a qualsiasi altro mestiere sulla terraferma: Bernie Webber era nato per il mare. Si arruolò nella Guardia Costiera il 26 febbraio 1946 e fu mandato alla stazione di addestramento di Curtis Bay, in Maryland. In una lettera destinata alle reclute, il comandante di quella stazione riassumeva la vita e i doveri di un guardacoste:
Il duro lavoro è la norma nel nostro servizio. La Guardia Costiera è sempre in prima linea: in tempo di guerra contro i nemici armati della nazione, in tempo di pace contro tutti i nemici dell’uomo sul mare: incendi, collisioni, illegalità, burrasche, ghiacci, relitti e molti altri ancora. La Guardia Costiera, perciò, non è il luogo adatto agli irresoluti, ai piagnucoloni e ai millantatori, né a chiunque non sia abbastanza pronto. Il periodo di addestramento serve a testarvi, ora dopo ora, giorno dopo giorno, per determinare se avete la stoffa. Dipende da voi, come individui, dimostrare il vostro valore.
E così Webber era finito a Chatham, un minuscolo avamposto proprio sul gomito della penisola di Cape Cod. Il suo valore e la sua tempra erano già stati messi alla prova molte volte in quelle acque implacabili: si trattava infatti di uno dei punti più difficili e pericolosi per chiunque traesse dal mare il proprio sostentamento. Già nel 1869 il direttore del Coast and Geodetic Survey, l’agenzia per i rilevamenti costieri e geodetici degli Stati Uniti, lo aveva chiarito senza mezze parole: “Forse non esiste nessun altro luogo al mondo” aveva scritto riferendosi alle acque al largo di Cape Cod “in cui un dislivello così piccolo tra il flusso e il riflusso delle maree si accompagna a correnti così forti dirette verso il largo”. Non è un caso che i marinai soprannominassero quella stessa area “il cimitero dell’Atlantico”.
Sul fondo dell’oceano, tra Chatham e Provincetown, riposavano le carcasse di oltre tremila navi che vi avevano fatto naufragio. La prima di cui si abbia notizia è la Sparrowhawk, arenatasi il 17 dicembre 1626 a Orleans. Equipaggio e coloni, diretti in Virginia, riuscirono a mettersi in salvo e la nave fu riparata. Prima di riprendere il mare, tuttavia, un’altra bufera devastante arrivò a inabissarla per sempre. Il racconto dettagliato dell’episodio si può leggere nel diario della colonia di Plymouth tenuto dal governatore William Bradford. Duecento anni dopo, l’erosione riportò alla luce il relitto, emerso da un banco di fango lungo la costa di Orleans.
Anche la famosa nave Somerset di Sua Maestà Britannica subì lo stesso destino nelle acque infide di Cape Cod. La nave, resa immortale dalla poesia di Longfellow Paul Revere’s Ride (La cavalcata di Paul Revere), finì tra i banchi di sabbia al largo di Truro durante una violenta burrasca, il 3 novembre 1778. Ventuno tra ufficiali e marinai persero la vita perché, mentre tentavano di raggiungere la terraferma, la loro scialuppa si capovolse. Il capitano della nave, George Ourry, si arrese a Isaiah Atkins, uno dei consiglieri di Truro, a nome dei quattrocentottanta uomini dell’equipaggio. I superstiti furono considerati prigionieri di guerra e portati a Boston, con una scorta di milizie cittadine ad accompagnarli lungo la strada. (Paul Revere, che, nell’attraversare furtivamente la baia a forza di remi per avvertire Lexington e Concord dell’invasione britannica, era passato accanto alla Somerset, ricevette in seguito i sessantaquattro cannoni della nave per le fortificazioni di Castle Island nel porto di Boston.) Come Henry C. Kittredge nota nel volume Cape Cod. Its People & Their History (1930), “se venissero posti in riga, da poppa a prua, tutti i relitti che si sono accumulati al largo di Cape Cod, formerebbero una fila continua da Chatham a Provincetown”.
Il battesimo del fuoco di Bernie Webber aveva avuto luogo una sera del 1949, quando aveva risposto alla sua prima chiamata di soccorso da che era alla stazione di Chatham. Il cacciatorpediniere della classe Gleaves Livermore si era incagliato tra le secche di Bearse’s Shoal, al largo di Monomoy Island. Fino a quel momento il Livermore era stato fortunato. Nei mesi che avevano preceduto l’ingresso in guerra degli Stati Uniti aveva scortato verso l’Islanda convogli diretti in Inghilterra, riuscendo a evitare gli U-Boot nazisti, i famigerati “branchi di lupi”. Il 9 novembre 1942, il cacciatorpediniere aveva preso parte all’invasione alleata del Nordafrica, fornendo un rinforzo antiaereo, antisommergibili e di fuoco al largo di Mehdia, nel Marocco francese. Il Livermore era uscito dalla guerra praticamente indenne (secondo alcuni membri dell’equipaggio, il motivo era che quella era la prima nave da guerra americana a portare il nome di un capitano di marina, Samuel Livermore).
Con una barca lunga undici metri e sessanta, l’aiuto nostromo di prima classe Leo Gracie portò Webber e gli altri guardacoste fino al punto in cui il Livermore si era arenato con tutto l’equipaggio ancora a bordo, superando la temibile linea di Chatham Bar. La nave si trovava proprio in cima a un banco di sabbia ed era pericolosamente reclinata da un lato. Webber e gli altri si fermarono per tutta la notte, nell’attesa dei rimorchiatori di soccorso. Il mattino dopo, i guardacoste diedero una mano nei diversi tentativi di disincagliare la nave; alla fine ce la fecero e il cacciatorpediniere poté riprendere la sua rotta. L’equipaggio del Livermore salutò con applausi gli uomini della Guardia Costiera che si erano prodigati tanto per loro. A Webber sfuggì un sorriso ripensando all’accoglienza che quello stesso equipaggio aveva riservato loro appena qualche ora addietro, bersagliandoli con mele, arance e addirittura blocchetti d’acciaio da un paio di etti perché, a loro dire, ci stavano mettendo troppo a salvarli. Faceva tutto parte dell’amichevole rivalità esistente tra la marina militare e i Coasties, com’erano detti in gergo i guardacoste. Per i riservisti di marina fu certo un bello smacco essere soccorsi proprio da quelli della Coast Guard, la “marina della teppaglia”, come la chiamavano loro.
Certo, la vita del guardacoste era spesso ingrata, ma Webber non l’avrebbe cambiata con nessun altro lavoro al mondo. Era appena passata l’alba e guardò fuori dalla finestra della mensa, ascoltò l’ululato del vento, e si domandò cosa gli avrebbe riservato quella giornata.
2

La Pendleton

L’Atlantico settentrionale era sconvolto dalla furia degli elementi, sferzato dal vento e dal nevischio, le lunghe parallele disegnate dai frangenti precipitavano l’una nell’altra e si mescolavano in un unico immenso tumulto, il suono dei marosi diventava un ruggito, un ribollire mugghiante, un rumore opprimente e spaventoso, tutto intrecciato all’urlo immane del vento.
HENRY BESTON
Il capitano John J. Fitzgerald junior era nuovo alla Pendleton, ma non al tempo imprevedibile del New England. Aveva assunto il comando di quella petroliera da 153 metri e 10.448 tonnellate appena un mese prima, ma conosceva bene quelle acque e nutriva un prudente rispetto per i pericoli che quella zona dell’Atlantico poteva avere in serbo. Fitzgerald, un uomo dal viso affilato, abitava a Roslindale, in Massachusetts, ma era originario di New York – di Brooklyn, per la precisione – ed era figlio di un capitano di lungo corso della Nuova Scozia. Aveva seguito le orme del padre nella marina mercantile e durante il secondo conflitto mondiale era stato al comando di una petroliera. Nel dopoguerra padre e figlio erano andati a lavorare entrambi per la National Bulk, un’impresa di spedizioni marittime con sede a New York.
La Pendleton aveva levato le ancore a Baton Rouge, in Louisiana, il 12 febbraio del 1952, ed era diretta a Boston. Il suo carico consisteva in 122.000 barili di cherosene e gasolio provenienti dal Texas, che riempivano tutte e nove le sue cisterne. Come la gran parte degli equipaggi, anche quello della Pendleton consisteva in un gruppo molto assortito che comprendeva vecchi amici e perfetti estranei; si trattava inoltre del classico crogiolo di etnie e religioni. Alcuni trascorrevano i momenti di inattività giocando a carte (e quindi facendo conoscenza) mentre altri, cui non importava di stringere amicizie, si offrivano volontari per tutte le ore di straordinario che riuscivano a rimediare, sperando di mettere insieme un bel gruzzoletto una volta scesi dalla nave.
Per Fitzgerald e i suoi quaranta uomini era stato un viaggio difficile sin dall’inizio. La Pendleton aveva incontrato una bufera già al largo di Cape Hatteras, in North Carolina, e il cattivo tempo li aveva accompagnati come un oscuro presagio mentre risalivano la costa. Ora, a cinque giorni dalla partenza, l’equipaggio era costretto a misurarsi con la prova più difficile che avesse mai dovuto affrontare: una violenta tempesta di vento e neve che non accennava a placarsi. Nella zona di Boston – dove un piccolo esercito di cinquecento cittadini era già all’opera con duecento camion e trentacinque spalaneve per sgombrare il centro e le strade strette di Beacon Hill – erano già caduti venti centimetri di neve. South Shore, la costa meridionale, non se la passava meglio: nella cittadina di Scituate ondate gigantesche avevano tirato giù quasi dieci metri di barriera frangiflutti. Ancora più a sud, a Cape Cod, oltre quattromila telefoni erano stati messi fuori uso, uno dopo l’altro, dalla neve e dal ghiaccio. In Maine la situazione era anche peggiore. Buona parte del New England settentrionale stava per essere seppellita sotto mezzo metro di neve umida e pesante. Era la tempesta peggiore che si fosse vista negli ultimi anni. Oltre mille automobilisti del Maine erano rimasti bloccati per strada e ora si ritrovavano sotto cumuli alti fino a tre metri. Molti dovettero aspettare anche trentasei ore nelle loro macchine prima che qualcuno arrivasse a soccorrerli. A Lewiston, sempre nel Maine, bisognò cancellare la ciaspolata in programma per la troppa neve che era caduta.
La Pendleton giunse in prossimità del porto di Boston domenica 17 febbraio, a tarda sera: il comandante quarantunenne era ansioso di riabbracciare la moglie, Margaret, e i loro quattro figli; diversi membri dell’equipaggio erano originari del New England e non vedevano l’ora di ritrovare i propri cari. Le riunioni familiari, tuttavia, avrebbero dovuto attendere: la visibilità era pessima e con tutta quella neve Fitzgerald non riusciva neppure a localizzare il faro. Senza quella luce a guidarli, il capitano non avrebbe mai rischiato la vita dei suoi uomini avvicinando ulteriormente la gigantesca petroliera al porto con le trentaquattro isole che punteggiavano la zona. Con grande prontezza, Fitzgerald ordinò di far rotta verso il mare aperto, dove la nave avrebbe potuto aspettare che la tempesta si placasse per avere migliore visibilità e quindi tornare ad attraccare.
La mezzanotte si avvicinava e la Pendleton si ritrovò nel bel mezzo di una tempesta eccezionale, con venti artici che soffiavano in tutte le direzioni. Oliver Gendron, di Chester in Pennsylvania, aveva appena finito una partita a pinnacolo con i ragazzi della sala macchine. Dopo aver riscosso la sommetta vinta, il quarantasettenne dispensiere si accingeva a tornare a prua, dove era alloggiato, ma i suoi compagni lo dissuasero. I marosi avevano ormai raggiunto l’altezza di piccoli edifici e avventurarsi fuori poteva significare essere spazzati via dalla nave, nell’oceano gelido. Gendron, infatti, avrebbe dovuto uscire dalla sezione di poppa e attraversare la passerella – quella notte un’impresa particolarmente rischiosa. I compagni avevano ragione: allontanarsi sarebbe stato pericoloso, perciò si sistemò alla bell’e meglio e tentò di prendere sonno.
Alle quattro del mattino, malgrado la Pendleton avesse cercato di mantenere la posizione nella baia di Cape Cod, i venti la sospinsero oltre la punta di Provincetown e ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’ultima tempesta
  4. Prologo
  5. Sezioni delle petroliere e rispettive barche di salvataggio
  6. PARTE PRIMA
  7. PARTE SECONDA
  8. PARTE TERZA
  9. Epilogo. Erano stati giovani
  10. Appendice
  11. Bibliografia
  12. Ringraziamenti
  13. Copyright