Yoga: il respiro dell'infinito
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Yoga: il respiro dell'infinito

Commenti ai "Sutra sullo Yoga" di Patanjali

  1. 280 pagine
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Yoga: il respiro dell'infinito

Commenti ai "Sutra sullo Yoga" di Patanjali

Informazioni su questo libro

«Il punto di partenza dello yogin è sempre stato questo: solo l'Uno esiste. La separazione, la divisione, i confini sono provvisori, esistono a causa dell'ignoranza. Sono necessari, costituiscono un passaggio assolutamente necessario; lo si deve attraversare, conoscerne la sofferenza, vivendola, per infine superarla: non è la dimora finale, è solo un passaggio. Questo mondo è un passaggio attraverso la separazione, il divorzio. Se lo si attraversa e si comprende tale esperienza nella sua totalità, il matrimonio si avvicina sempre di più, finché un giorno, all'improvviso, ti ritrovi sposato, sposato con il Tutto: ogni separazione svanisce; e in quel matrimonio c'è beatitudine.»
Prosegue con questo testo il lungo e dettagliato viaggio nella dimensione dello Yoga, accompagnati da un grande Maestro. In questo quinto volume del suo commento allo Yoga di Patanjali, Osho tratta dei passi essenziali che ritmano uno dei sentieri più antichi e più completi mai creati, in grado di portare chi pratica a uno stato di suprema pienezza e realizzazione.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071614
Print ISBN
9788804611912
1

Il mondo è un sogno collettivo

La cosa vista, che è formata dagli elementi e dai sensi, ha come natura la stabilità, l’azione e l’inerzia, e ha come fine dare esperienza e quindi la liberazione a colui che vede.
I tre guna – stabilità, azione e inerzia – hanno quattro stadi: il definito, l’indefinito, l’indicato e il non manifesto.
Colui che vede, sebbene sia pura consapevolezza, vede attraverso le distorsioni della mente.
La cosa vista esiste solo in funzione di colui che vede.
Sebbene la cosa vista sia morta per colui che consegue la liberazione, essa è viva per gli altri in quanto è elemento comune a tutti.
Colui che vede e la cosa vista si presentano insieme, così che sia possibile realizzare la vera natura di ognuno di essi.
La causa di questa unione è ignoranza.
Un tempo la mente scientifica era convinta che la conoscenza impersonale fosse possibile. In realtà era proprio quella convinzione che definiva l’approccio scientifico. Con “conoscenza impersonale” s’intende questo: colui che conosce può essere un semplice spettatore, la sua partecipazione non è necessaria. Non solo: se in qualche modo partecipasse all’evento che conosce, la sua stessa partecipazione renderebbe non scientifica la sua forma di conoscenza. Il conoscitore scientifico deve rimanere un osservatore, deve rimanere distaccato, non deve in alcun modo farsi coinvolgere da ciò che conosce. Ebbene, oggigiorno non è più così.
Anche la scienza è maturata, negli ultimi decenni la scienza si è resa conto della fallacia del suo approccio: non esiste una conoscenza impersonale, l’intrinseca natura della conoscenza è personale. Non esiste una forma di conoscenza distaccata, perché conoscere significa essere in contatto; non è possibile conoscere qualcosa restando uno spettatore, si deve partecipare. I confini dunque non sono più così netti.
Il poeta era solito affermare che il suo modo di conoscere è personale. Quando un poeta conosce un fiore, non lo fa nel vecchio modo scientifico, non è un osservatore esterno. In un certo senso, nel profondo, diviene il fiore: penetra il fiore e si lascia penetrare dal fiore, c’è un incontro profondo; e in tale incontro si conosce la natura del fiore.
Adesso persino la scienza afferma che, quando si osserva una cosa, si partecipa; per quanto piccola possa essere la partecipazione, tuttavia sussiste. Il poeta affermava che un fiore, quando lo osservi, non è più lo stesso rispetto a quando nessuno lo stava osservando, perché ti sei introdotto, ne sei diventato parte; il tuo sguardo è ora parte del fiore. Prima non era così. Un fiore nel bosco sul margine di un sentiero ignorato, dove nessuno passa, è un fiore diverso… se d’un tratto arriva qualcuno e lo guarda, non è più lo stesso: il fiore cambia chi lo guarda, lo sguardo cambia il fiore. È presente una nuova qualità.
Questo andava bene per i poeti, nessuno si aspettava che fossero razionali, scientifici; ma ora persino la scienza afferma che si verifica anche nei laboratori: quando osservi, l’osservato non è più lo stesso; l’osservatore ha una sua parte e la qualità dell’oggetto si modifica. Attualmente i fisici affermano che gli atomi si muovono in maniera diversa quando nessuno li osserva; se li osservi, modificano immediatamente il loro movimento. Accade la stessa cosa quando ti fai un bagno: se all’improvviso ti rendi conto che qualcuno ti sta guardando dal buco della serratura, diventi una persona diversa, cambi. Anche l’atomo, quando si sente osservato, non è più lo stesso, si muove in maniera diversa.
Una volta i confini erano definiti in questo modo: la scienza era considerata assolutamente impersonale; a mezza via, tra la scienza e la religione, esistevano aree che venivano considerate di partecipazione parziale, e infine si arrivava alla religione, che era considerata partecipazione totale.
Il poeta guarda il fiore: ci sono attimi in cui sia il poeta sia il fiore scompaiono; ma sono attimi, per pochi secondi avviene un contatto, e di nuovo si separano, si allontanano. Cosa accade quando un uomo religioso, un mistico, osserva un fiore? La partecipazione è totale, non è frammentaria. Colui che conosce e il conosciuto si dissolvono: resta solo l’energia che vibra tra i due. Resta solo l’esperienza: colui che fa l’esperienza non c’è più, e neppure ciò che viene vissuto. Le polarità svaniscono, oggetto e soggetto scompaiono, tutti i confini si perdono.
La religione è partecipazione totale. La poesia, l’arte, la pittura sono aree di partecipazione parziale.
La scienza era considerata assenza assoluta di partecipazione, ma non è più così; la scienza deve riavvicinarsi alla poesia, alla religione: i confini adesso sono tutti confusi. Solo cinquant’anni fa, chiunque avesse ricevuto un’educazione scientifica avrebbe riso di Patanjali, avrebbe deriso Shankara e i seguaci del Vedanta, nella profonda convinzione che fossero impazziti. Adesso è impossibile ridere di Patanjali, si sta dimostrando più corretto.
Con lo sviluppo della scienza, lo Yoga si dimostra più accurato, più valido, perché il punto di partenza dello yogin è sempre stato questo: solo l’Uno esiste. La separazione, la divisione, i confini sono provvisori, esistono a causa dell’ignoranza. Sono necessari, costituiscono un passaggio assolutamente necessario; lo si deve attraversare, conoscerne la sofferenza, vivendola, per infine superarla: non è la dimora finale, è solo un passaggio. Questo mondo è un passaggio attraverso la separazione, il divorzio.
Se lo si attraversa e si comprende tale esperienza nella sua totalità, il matrimonio si avvicina sempre di più, finché un giorno, all’improvviso, ti ritrovi sposato, sposato con il Tutto: ogni separazione svanisce; e in quel matrimonio c’è beatitudine. Nella separazione c’è sofferenza, perché la separazione è falsa; esiste soltanto a causa della tua mancanza di comprensione, esiste perché hai frainteso. È simile a un sogno.
Sei profondamente addormentato e sogni mille cose, ma la mattina scompaiono tutte. Subito ti metti a ridere di te stesso; tutto ti sembra talmente ridicolo! Non riesci a credere che sia successo, non riesci a credere di aver considerato reali tutti quei sogni. Non capisci come hai fatto a lasciarti incantare da immagini mentali fluttuanti, da bolle di pensiero; eppure sembravano così solide, sostanziali, assolutamente reali.
Lo stesso accade quando si arriva a conoscere la realtà, ma la realtà può essere conosciuta solo attraverso una partecipazione profonda; se non partecipi, conoscerai la realtà da fuori, come fossi un estraneo, un outsider. Se arrivi a una casa e ci giri attorno, di certo conoscerai qualcosa della casa, ma ne rimarrai fuori, alla periferia. Hai visto le mura esterne, non conosci la casa dall’interno.
A volte puoi anche entrare nella casa, come un ladro nella notte. Il poeta è un ladro, lo scienziato rimane un estraneo, la persona religiosa è un ospite; non arriva nel cuore della notte, non ruba in casa. Certo, anche un ladro può conoscere qualcosa: il poeta è in una posizione migliore rispetto all’uomo di scienza, che si è limitato a girare e rigirare attorno alla casa senza mai entrarvi. Persino il poeta conosce qualcosa che uno scienziato non potrà mai conoscere, perché è entrato in casa: era notte, certo, e molto buio, e non era stato invitato, non era un ospite, non è passato dalla porta principale.
La persona religiosa entra nella casa da ospite, se lo è meritato. E conosce qualcosa non solo della casa, ma anche dell’ospite, in fondo è stato invitato. Non conosce solo la struttura materiale della casa, ma anche l’ospite immateriale che è il vero centro della casa. Conosce il padrone di casa.
La scienza conosce solo la materia. L’arte a volte ha intuizioni della parte immateriale, perché anche un ladro può imbattersi nel padrone di casa, che però sarà addormentato. Può vederlo in faccia, ma solo al buio: ha paura, teme che qualcosa possa andare storto. È un ladro, e ha sempre paura, trema costantemente. Quando invece entri nella casa come ospite – sei stato invitato, te lo sei meritato – l’ospite ti abbraccia, ti accoglie a braccia aperte. E tu conosci il centro stesso della realtà.
In India abbiamo due termini, ed entrambi significano “poeta”. In nessun’altra lingua ci sono due termini per poeta, perché non sono necessari, uno è sufficiente, spiega il fenomeno della poesia, “poeta” è sufficiente. In sanscrito invece ci sono due parole: kavi e rishi. La distinzione è molto sottile ed è bene comprenderla. Kavi è un poeta che è arrivato come un ladro. Partecipa, quindi è un poeta, ma la sua conoscenza è frammentaria, in momenti particolari… come se un ladro si trovasse in casa e ci fosse un lampo improvviso dal cielo che gli permette di vedere la casa anche dall’interno, ma per un breve istante. Il lampo svanisce… e tutto sfuma, come un sogno.
Il poeta ogni tanto incontra la realtà, ma è come se non se lo fosse meritato. Questo spiega come mai a volte ti stupisci: hai letto una poesia, e sei rimasto affascinato, ti ha toccato una corda del cuore, sei commosso e vorresti incontrare l’uomo che ha creato questi versi, ma quando incontri il poeta rimani deluso: è un uomo qualsiasi, comune, una nullità.
Nel volo poetico era straordinario, ma quando lo incontri, il poeta si rivela uno qualsiasi. Cos’è successo? Non riesci a credere che una gemma di tanta bellezza sia scaturita da un uomo così ordinario. Accade perché il poeta non è un residente stabile del tempio: è un ladro, a volte entra, ma al buio. Meglio che limitarsi a vagare all’esterno, almeno ha qualche intuizione, e la canta; nel suo essere dimora una costante nostalgia dell’intima luce che ha conosciuto. La canta e continua a cantarla, ma adesso non è più una sua esperienza. È qualcosa del passato, un ricordo, una rimembranza, non una realtà.
Il rishi è il poeta che viene accolto come ospite. Il termine rishi significa “colui che vede”; anche il termine kavi significa “colui che vede”: tutti e due hanno visto. Dove sta la differenza? La differenza sta nel fatto che il rishi se l’è meritato: è entrato in casa nella piena luce del giorno, è entrato dalla porta principale. È stato ricevuto, non è un usurpatore: è stato accolto. Anche lui adesso canta ciò che ha visto, ma la sua canzone è completamente diversa dalla poesia ordinaria. Le Upanishad e i Veda sono poesie di quel tipo, incomparabili: scaturiscono dal cuore dei rishi. Essi non erano poeti qualsiasi, erano poeti straordinari, straordinari nel senso che si erano guadagnati la visione, non l’avevano rubata.
Questo tuttavia è possibile solo quando si impara a partecipare in totalità: lo Yoga è proprio questo. Yoga significa incontro, Yoga significa matrimonio, Yoga significa unione. Lo Yoga rivela come ricongiungersi di nuovo, come dissolvere la separazione, come disintegrare tutti i confini, come arrivare al punto in cui conoscitore e conosciuto diventano un’unità. È questo che cerca lo Yoga.
La scienza, negli ultimi decenni, si è resa sempre più conto che ogni conoscenza è personale. Lo Yoga afferma che tutta la conoscenza è assolutamente personale, e più personale è, meglio è: devi coinvolgerti, devi diventare il fiore, devi diventare la roccia, devi diventare la luna, il mare e la sabbia. Ovunque si posi il tuo sguardo, devi essere entrambi: soggetto e oggetto. Devi coinvolgerti. Devi partecipare: solo così la vita vibra, pulsa al proprio ritmo. Non le stai attribuendo nulla con la forza.
La scienza è aggressione, la poesia è furto, la religione è partecipazione.
Ora cerca di comprendere questi sutra di Patanjali.

La cosa vista, che è formata dagli elementi e dai sensi, ha come natura la stabilità, l’azione e l’inerzia, e ha come fine dare esperienza e quindi la liberazione a colui che vede.

La prima cosa da comprendere è che il mondo esiste perché tu sia liberato. Molte volte ti è sorta la domanda: «Perché esiste questo mondo? Perché tanta sofferenza? Per cosa? Qual è lo scopo di tutto questo?». Molti sono venuti a chiedermi… questa è la domanda fondamentale: «Perché siamo qui? E se la vita è una tale sofferenza, che senso ha? Se Dio esiste, come mai non può eliminare tutto questo caos? Perché non può distruggere questa vita di sofferenza, questo inferno? Perché ci obbliga a viverla?». Lo Yoga ha la risposta; Patanjali afferma: Ha come fine dare esperienza e quindi la liberazione a colui che vede.
È una preparazione, un addestramento; la sofferenza è una preparazione: non è possibile diventare maturi senza la sofferenza. È come il fuoco: l’oro, per essere puro, deve passare attraverso il fuoco. Se l’oro dicesse: «Ma perché?», rimarrebbe impuro, privo di valore. Solo passando attraverso il fuoco tutto ciò che non è oro viene bruciato, e rimane solo l’oro puro. La liberazione è proprio questo: una maturità, una crescita così completa che solo la purezza, solo l’innocenza rimangono, e ogni cosa inutile viene bruciata.
Non esiste altra via per realizzarlo. Non può esistere altro modo per realizzarlo. Se vuoi conoscere la sazietà, dovrai conoscere la fame; se vuoi evitare la fame, eviterai anche la sazietà. Se desideri conoscere un profondo appagamento, dovrai conoscere la sete, una sete profonda. Se invece dici: «Non voglio avere sete», ti perderai il bellissimo momento in cui la sete si estingue. Se vuoi comprendere davvero cos’è la luce, dovrai attraversare il buio della notte, la notte oscura ti prepara alla comprensione della natura della luce. Se vuoi conoscere l’essenza della vita, dovrai passare attraverso la morte; la morte crea la capacità di comprendere a fondo la vita. Non sono opposti, sono complementari.
Al mondo non esistono opposti, ci sono solo complementari. “Questo” mondo esiste per farti conoscere “quel” mondo; “questo” esiste per conoscere “quello”: la materia esiste per conoscere lo spirito, l’inferno esiste per arrivare al paradiso. Lo scopo è questo; e se vuoi evitarne uno, finirai con l’evitarli entrambi, perché sono due aspetti della medesima realtà. Dopo che l’avrai compreso, la sofferenza cesserà di esistere: adesso sai che è una preparazione, una disciplina. La disciplina dev’essere dura; deve esserlo, perché solo in questo modo produrrà una reale maturità.
Lo Yoga afferma che questo mondo è una scuola, un luogo per imparare; non evitarlo e non cercare di sfuggirlo. Vivilo piuttosto, e vivilo in maniera così totale che non sarai obbligato a viverlo di nuovo. È questo che s’intende quando si afferma che un illuminato non ritorna più; non ne ha bisogno: ha passato tutti gli esami che la vita può sottoporgli. Non ha bisogno di rifarli. Tu sei obbligato a ripetere lo stesso modello di vita perché non impari; continui a ripetere l’esperienza senza mai imparare. Ripeti la stessa esperienza all’infinito… la stessa rabbia; quante volte, quante migliaia di volte ti sei arrabbiato? Contale. Che cos’hai imparato? Niente. Ogni volta che si presenta una situazione, ti arrabbi di nuovo: sempre uguale, come se fosse la prima volta.
Quante volte sei stato posseduto dall’avidità, dalla lussuria? E di nuovo ne sarai posseduto, di nuovo reagirai al solito modo, come se avessi deciso di non imparare. Essere disposto a imparare significa essere pronto a diventare uno yogin. Se hai deciso di non imparare, se vuoi tenerti la benda sugli occhi, se vuoi continuare a ripetere le stesse assurdità all’infinito, dovrai essere rimandato, dovrai essere bocciato e ripetere la stessa classe, finché non impari.
Non prendere la vita in altro modo. È una grande scuola, l’unica, autentica università. Il termine “università” deriva da universo. In realtà, nessuna università dovrebbe ch...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione. Il seme dello Yoga
  4. Yoga: il respiro dell’infinito
  5. 1. Il mondo è un sogno collettivo
  6. 2. Un’eco tra le montagne
  7. 3. Il rimedio è il risveglio
  8. 4. È il desiderio che crea i sogni
  9. 5. Gli otto passi dello Yoga
  10. 6. L’universo mi ama?
  11. 7. Morte e disciplina
  12. 8. Rimetti ordine dentro di te
  13. 9. La legge è per te
  14. 10. Non ci sono risposte, né domande
  15. Yoga: una via di risveglio
  16. Piano dell’opera
  17. Sull’Autore
  18. Per approfondire
  19. Copyright