La rinascita interiore
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La rinascita interiore

Trova ogni giorno un nuovo te stesso

  1. 168 pagine
  2. Italian
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La rinascita interiore

Trova ogni giorno un nuovo te stesso

Informazioni su questo libro

Rinascere nuovi ogni giorno, non sentire il passato come una zavorra. Troppo spesso ci costruiamo un ruolo, per vanità o per timore degli altri, per adeguarci all'ambiente, per cercare di combatterlo. Da qui nascono la depressione, l'ansia e gli attacchi di panico, tutte espressioni della nostra vera essenza che per natura non ha un volto definito e fisso ma è sempre mutevole, si sente stretta nei binari che le abbiamo assegnato e non accetta di identificarsi in un ruolo troppo a lungo. Se la costringiamo lì dentro, l'anima si spegne. Oppure riemerge da un'altra parte, attraverso la valvola di sfogo di un'ansia cronica o di un disturbo psicosomatico. Ma noi possiamo smontare questo atteggiamento. Non è difficile e si può partire dalle piccole azioni quotidiane, facendo il "gioco" serissimo di guardare la vita con gli occhi di un altro. È questa la tecnica della rinascita interiore, derivata da un'antichissima saggezza, che Raffaele Morelli ci insegna in queste pagine preziose: il raggiungimento dentro di noi di uno spazio vuoto in cui non esistono né schemi né giudizi.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071089
Print ISBN
9788804659488
1

La via del presente

Negli ultimi anni ci sono stati eventi – a partire dall’attentato dell’11 settembre 2001 e proseguendo con l’atmosfera di incertezza politica mondiale che ha fatto seguito al disastro di New York – che ci hanno costretto a ridurre le nostre prospettive di vedute, a uscire dalla forma mentale del progetto a lunga scadenza e a pensare a breve, brevissimo termine. Il timore di una guerra planetaria, il fantasma del terrorismo, l’instabilità economica ci stanno abituando a navigare dentro la quotidianità anziché nel futuro: il mondo delle certezze è crollato insieme al World Trade Center, siamo entrati nella stagione delle nebbie, dell’insicurezza, della precarietà...

È una logica alla quale in effetti non siamo abituati, noi che viviamo in una società regolata dalle agende e dai calendari. Una logica che in fondo un po’ ci sconvolge, la logica del presente: ma questo vivere alla giornata, assaporando i giorni uno dopo l’altro, non potrebbe avere anche dei vantaggi?

Non penso che l’epoca attuale sia del tutto negativa: anzi, tutto ciò che accade diventa spunto di riflessione. Partiamo proprio dall’11 settembre, 8.45 ora di New York: che cosa è successo, quel giorno? Perché quelle immagini trasmesse in diretta da tutte le televisioni del mondo ci hanno sconvolti? Perché ci siamo sentiti vacillare, perché abbiamo tremato davanti alla morte in diretta? Perché attraverso quelle immagini di distruzione la vita vera ci ha chiamato e ci ha detto: “Che cosa te ne fai della tua routine, della tua vita banale e ripetitiva fatta di casa, ufficio, palestra, sabato sera al ristorante, sesso svogliato?”. È come se all’improvviso quelle immagini ci avessero dato la scossa e ci avessero fatto crescere. Perché anche certi eventi, pur nella grandezza del dolore e della distruzione, sono segni di cui bisogna tener conto: eventi da osservare senza giudizio, da contemplare e basta. Gli antichi saggi dicevano: “Colui che vede e che davvero conosce è colui che esce dallo spazio conosciuto”.
Questo significa che, se galleggi sempre nella realtà che ti è nota, le persone, le esperienze, i luoghi rimangono sempre dentro la tua storia, senza possibilità di trasformazione. E all’interno di questo flusso tu continui a ripetere te stesso, il tuo solito ruolo, la tua recita trita e ritrita. Se continui a pensare che la tua storia tra cinque anni sarà uguale a quella di oggi – il solito lavoro, le serate davanti alla tivù, qualche uscita con gli amici, qualche avventura di sesso, e poi di nuovo le ferie, la ripresa di settembre, il Natale... – sei già morto. Invece bisogna andare oltre se stessi e oltre il proprio cliché di “proiezione”: bisogna uccidere la logica dell’“io domani sarò quello...”. E abbandonare la forma mentale all’interno della quale tutto sembra già noto.

Il problema vero è sforzarsi di uscire dalla vita di tutti i giorni, e smettere di pensare che questa opaca routine corrisponda all’esistenza vera. Non è un’operazione facile...

Ecco il primo errore: usare l’aggettivo “facile”. Oppure dire che qualcosa è “difficile”. In questo modo si esprime un giudizio che interrompe il flusso del cervello e spezzetta la realtà. Guarda la rosa: la rosa fa la rosa, non si chiede se è difficile, non si domanda se fiorisce in maniera diversa dal giacinto. Il tuo cuore batte: è difficile? Tu sei te stesso; se dici: “È difficile”, muori. Cos’è la vita? Perché devi compiere uno “sforzo” per incasellarla dentro i tuoi percorsi mentali, dentro i modelli che hai ereditato dai genitori e che ti ostini a ritenere “giusti”, “utili”, “corretti”? Il problema è che noi ci fissiamo troppo sugli aggettivi, sulle definizioni, sui giudizi.
Per esempio: continuiamo a ripeterci che ci dobbiamo migliorare, che è necessario trovare nuove vie di comunicazione con gli altri, che occorre sforzarsi di fare di più, che esistono degli schemi da seguire, forse migliori dei nostri... E in tutta questa smania di ricerca, di proiezione – ecco che ancora una volta non viviamo nel presente! –, ci dimentichiamo di ascoltare e di ascoltarci.

Che cosa significa, nella vita pratica?

Significa che bisogna ascoltare tutto, in maniera neutra, senza essere selettivi a priori sulla scorta dei giudizi che ci vengono imposti dall’esterno o che affiorano ormai in maniera automatica dentro di noi. Vuol dire che dobbiamo cercare semplicemente di “essere”, senza giudicare o giudicarci. Significa che bisognerebbe smettere di dire: “Io mi tratto male, io mi guardo con poco amore, io tanto valgo poco...”, perché in questo modo scivoliamo in una dimensione esistenziale mortificante e priva di energia, che non ci aiuta certo a vivere bene.

Come si fa a guardarsi senza giudicarsi? Anche quando la mattina ci si mette davanti allo specchio, fatalmente scatta la dinamica del giudizio: “Guarda che occhiaie”, “Questa ruga ieri non c’era”, “Ho un colorito grigio” e così via... Non potremmo fare a meno di prendere coscienza di quello che siamo?

Una cosa è prendere coscienza, ma ben differente è il giudicarsi di continuo. Invece basterebbe osservarsi dolcemente, in modo cedevole. Osservati e cedi, senza preoccuparti di niente. Fallo adesso: non guardare il te stesso di ieri, non proiettarti sull’io di domani. Stai nell’oggi, non da un’altra parte! Guardati adesso, nel presente, perché il presente – dicono i saggi – è l’eternità che esiste dentro di te. E soprattutto, smetti di dire “io”, perché nel momento stesso in cui dici “io” ti collochi dentro un tempo e una dimensione definiti, che allontanano il tuo cervello dalla vita come flusso continuo.

Forse basterebbe essere un po’ più rilassati?

Non importa essere rilassati, la storia dello stress è solo un pretesto: occorre lasciarsi andare, cedere dolcemente, per accorgersi subito che gli eventi si producono da soli. Tutti possiamo farlo, in qualunque momento della giornata.

Perché, se cediamo dolcemente, l’energia interiore si rinnova?

Il ricambio energetico si realizza perché il cervello è un centro espulsivo, e butta all’esterno quel te stesso che tu continui a produrre e ti ostini a trattenere dentro di te. Il cervello è come il tuo intestino: espelle le scorie. Se invece tu le trattieni, ti intasi, diventi pesante. E stai male. Se capisci questo meccanismo, puoi conoscere la felicità. Altrimenti conosci una felicità parziale, che è frutto di uno sterile attaccamento a personaggi mentali che sono già morti. È una felicità scadente, che s’incancrenisce intorno a un unico obiettivo e non si accorge del mondo.

Secondo questo ragionamento, sembrerebbe che il cervello non sia fatto per ricordare né fare progetti o perpetuare i gesti della routine quotidiana...

Il cervello è fatto semplicemente per realizzare ciò che è, proprio come una farfalla è fatta per essere una farfalla e basta. Il cervello ci crea adesso, e ci fa trasmutare adesso: nel momento stesso in cui noi pensiamo a questo evento, stiamo trasmutando e siamo già oltre. Il problema è che noi siamo incapaci di assistere a questo fatto senza bisogno di giudicare o di incasellare l’avvenimento: siamo dentro l’evento e, chissà perché, non ci accontentiamo di osservarlo, dobbiamo dargli un’etichetta, un giudizio, una definizione... Invece, osserviamo l’evento in sé, semplicemente: osserviamoci trasmutare.

Nella società contemporanea un atteggiamento di questo tipo diventa un lusso: tutti corrono, tutti hanno da fare, non c’è più tempo per la contemplazione...

È un atteggiamento mentale sbagliato. Sono convinto che tutto deve accadere – e di fatto accade – quando è giunto il tempo in cui deve accadere. Non sono io che lo dico, è una legge universale: la legge della mente e della Natura.
Questo significa che non ti devi sforzare di incanalare o di far agire in un certo modo delle forze che sono già dentro di te: l’energia che ti porti dentro, che è la stessa energia del mondo, agisce da sola se tu non ti opponi.
E questa forza sa già che cosa fare, sa dove andare. Se tu invece ti ostini a far parlare il tuo piccolo Io, l’energia si blocca. E i miracoli non si compiono più.

I miracoli... Tutti siamo alla ricerca di miracoli. Non c’è una sola occasione della vita di tutti i giorni in cui non si ascoltino frasi come questa: «Sai, il mio presente non è un granché, ma che cosa ci posso fare? Speriamo in un miracolo, io sono convinto che ci sia sempre un futuro migliore».

È una constatazione molto vera, ma anche molto triste. Mi dà la conferma che la gente sia come anestetizzata rispetto all’esistenza reale, quotidiana, e che viva sbilanciata nostalgicamente nel passato o voracemente proiettata in un futuro remoto, ovviamente sempre migliore dell’oggi, che arriverà fra troppo tempo o forse neppure arriverà.
Non ci rendiamo conto che è una follia? E la nostra vita di adesso, che cos’è? Roba da buttare via?

Probabilmente è cambiato molto nella testa delle persone dopo quello che è avvenuto l’11 settembre a New York: la gente fa fatica a vivere nell’oggi perché il presente si è riempito delle macerie di un mondo che non ci piace, che ci fa paura. Così diventa più facile sperare in un avvenire più sereno. Non a caso negli Stati Uniti, dove negli ultimi anni il tasso di natalità si era pesantemente abbassato, ora hanno ricominciato a nascere bambini: quasi che le persone stiano investendo sulle generazioni future.

Cerchiamo di essere sinceri fino in fondo: è soprattutto la religione che da millenni vuol farci credere che solo il domani sarà migliore, mentre il presente è una valle di lacrime che si deve attraversare “per forza”. Mi sembra pazzesco. Sarebbe come dire che in questa vita terrena uno si deve arrangiare come può, deve “tirare avanti” alla meglio in un clima di rinuncia e di sacrificio, perché la ricompensa – alias il benessere – verrà nel Regno dei Cieli. Anzi, la religione ti vuol convincere che quanto più stai male e sconti i tuoi peccati adesso, tanto più grande sarà la gioia che assaporerai nel futuro, quando sarai ormai morto...

Bella consolazione!

Il significato dell’esistenza e il valore del presente dove li mettiamo? La nostra vita di tutti i giorni, che cos’è? Un evento marginale? Un rito di transizione? Una passeggiata per l’Universo? Ecco dov’è il problema vero: che noi pensiamo troppo, pensiamo sempre. E, anche quando non pensiamo, ci facciamo condizionare da altri pensieri, dalle credenze, dai modelli da seguire, dalla fede e dalla religione. E così ci dimentichiamo che tutto è già dentro di noi sempre, anche adesso.

A volte, però, può sembrare più comodo affidarsi a schemi di comportamento collaudati, che non ci obblighino a pensare e ci garantiscano dei risultati...

Del tipo: questa persona la scarto perché si veste in modo diverso da me e non va nella mia stessa palestra. Con quest’uomo, con questa donna non mi metto, non ci vivo una storia di sesso né d’amore, perché mi ha già detto che non si vuole sposare. Questo posto di lavoro non lo accetto, perché implicherebbe delle trasferte o mi obbligherebbe a cambiare città, e così via. Non ci rendiamo conto che in questo modo ingabbiamo le nostre forze interiori, impediamo loro di trasmutare, e di conseguenza blocchiamo le energie del Caso? Ciò che conta nella vita avviene per Caso: tu magari il Caso l’hai aiutato, hai messo in moto il meccanismo, ma poi è il Caso che agisce. Se dai retta e ti abbandoni al Caso, riesci a percepire ciò che veramente ti appartiene, che è parte di te stesso: se ti ingabbi dentro gli schemi, invece, diventi bigotto.

Per riuscirci, bisogna avere una mente molto aperta.

Dire di avere la mente “aperta” significa già dare un giudizio, e non va bene: in questo modo ci si limita. Mente “aperta”, mente “chiusa”... Tutti siamo dotati di un cervello che rende ogni cosa possibile. Anzi, già adesso, ora, in questo momento, tutto è possibile. Bisogna soltanto uscire dalla logica della lotta, bisogna smettere di dire: “Io sto combattendo per...”; basta rigidità, basta sacrifici, basta conflitti.
Quando si combatte, alla fine si lotta sempre contro se stessi. Vi ricordate che cosa diceva il saggio Socrate? “Conosci te stesso.” È vero. Invece di sbilanciarci tanto verso modelli esterni, verso chimere che non ci appartengono, dovremmo recuperare il dialogo con la nostra persona, e reimparare a stare in ascolto.

Diamo qualche consiglio pratico per cominciare.

Impariamo a stare in silenzio: smettiamo di parlare e di parlarci addosso, perché, se rimaniamo ad ascoltarci, il silenzio diventa parte di noi. Non ci credete? È perché siamo attaccati a un certo modo di vedere il mondo, abbiamo abitudini di pensiero che ci illudono di essere solidi, sicuri, inattaccabili. È un gran giorno quando ci si rende conto di riuscire a stare con se stessi senza giudizi, senza progetti, senza desideri.

Come agisce il silenzio sulla nostra psiche?

Il silenzio è terapeutico, e funziona un po’ come il digiuno: ci alleggerisce da desideri, giudizi, progetti. In silenzio ci guardiamo e basta, come se fossimo un fluido che non assume alcuna forma.
Se impariamo a fare l’esercizio del silenzio, anche per pochi minuti al giorno, tutte le volte che ci viene voglia, la nostra vita cambierà in maniera radicale, perché tutto ciò che capita avviene dal di dentro, in maniera spontanea e senza sforzo. Ed è solo allora che gli dei, come ha scritto Carl Gustav Jung, si siedono alla nostra tavola. Solo allora le forze interiori che normalmente mettiamo a tacere ci travolgono con tutta la loro energia dirompente.

Sempre più spesso s’incontrano persone che dicono: «Mi scoppia il cervello». Questa frase rivela la sensazione di un “troppo pieno” generalizzato, come se la società contemporanea avesse l’esigenza di far uscire allo scoperto il sovrappiù...

Le malattie degenerative del cervello stanno aumentando, e aumenteranno sempre di più, in maniera esponenziale. Siamo destinati a diventare un mondo di malati mentali, e questo accade perché ci annulliamo attraverso gli psicofarmaci, facendo zittire i disagi che dovremmo lasciar sfogare.
Prendiamo l’esempio della depressione: non siamo capaci di accoglierla perché la avvertiamo come un qualcosa che trascende i nostri schemi. Così la ricacciamo indietro con una pastiglia. Il nostro umore è un...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La rinascita interiore
  4. Premessa
  5. Introduzione
  6. 1. La via del presente
  7. 2. La riscoperta del corpo
  8. 3. Ritrovare l’Io e l’eros
  9. 4. Spegnere la mente, accendere la vita
  10. 5. La rinascita interiore
  11. 6. Le porte della consapevolezza
  12. 7. Immergersi nel Tutto
  13. Conclusioni
  14. Bibliografia
  15. Copyright