La moda hipster l’aveva salvato.
Alberto Gagliardi detto Albe era un nerd. Era nato nerd il 20 ottobre 1989, era cresciuto nerd e lo era tuttora. Fino ai vent’anni le donne non le aveva viste manco col binocolo.
Alle elementari passava il tempo a giocare a Metal Gear Solid e Half Life, e gli altri bambini lo prendevano in giro perché preferivano il nascondino. Pochi anni dopo, World of Warcraft lo aveva consacrato ai pomeriggi chiuso in casa davanti al computer, e il primo Assassin’s Creed l’aveva proiettato di diritto nel mondo di chi aveva scelto di non scopare mai.
Al Giulio Cesare in particolare era stata durissima. Non era certo un tipo spigliato e faceva fatica a integrarsi con i nuovi compagni di classe. Non sapeva scegliersi i vestiti, non rivolgeva la parola alle ragazze, andava bene a scuola, non gli piaceva il calcio: in pratica il cocktail dello sfigato perfetto.
In quinto ginnasio erano arrivati due gemelli: Filippo era in classe con lui, Leonardo in sezione D. Entrambi avevano un naso enorme, di quelli che “se dici di no sparecchi la tavola”, come si usa dire a Roma. Un giorno Mattia, un compagno di classe di Leonardo, gli aveva fatto uno scherzo un po’ cattivo: Leo si era alzato per buttare un fazzoletto nel cestino e Mattia l’aveva seguito da dietro senza farsi vedere. Il gemello, giratosi per tornare verso il banco, si era trovato all’improvviso davanti Mattia, che si era gettato a terra come se avesse preso una mazza da baseball in faccia. Il senso era che il naso di Leonardo era talmente grosso che colpendolo l’aveva mandato al tappeto. Tutti erano scoppiati a ridere e Albe, che era andato in D a portare il registro alla professoressa di fisica, aveva assistito alla scena.
Era tornato nella sua sezione. Non appena Filippo, l’altro gemello, era andato a buttare qualcosa, lui l’aveva seguito e aveva replicato lo stesso identico scherzo. Quando si era rialzato in piedi sorridendo, aveva guardato i compagni, sperando di trovarli con le lacrime agli occhi come era successo in D. Ma non era andata così. La classe era gelata. Sembrava che Albe avesse ammazzato qualcuno. Il professore l’aveva anche buttato fuori, reputando il suo scherzo offensivo. «Gagliardi, mi stupisco di te.»
Lui si era giustificato sull’orlo del pianto. Non era tanto la punizione a ferirlo; ciò che gli faceva più male era che la scenetta non avesse fatto ridere nessuno solo perché l’aveva fatta lui. Mattia era un vincente, forte a calcetto, amato dalle ragazze e indisciplinato; Albe no, e agli occhi della società la persona che compie un’azione è spesso più importante dell’azione in sé.
L’adolescenza è l’età in cui l’uomo sa essere più cattivo, e se diventi lo zimbello di tutti è difficile uscirne. Per questo solo una manciata di persone aveva avuto modo di conoscere il vero Alberto Gagliardi. Fra queste c’era quello che lui considerava il suo unico vero amico: il suo compagno di classe Valerio Ferrari. Figlio unico, Valerio era un ragazzo cicciottello e laziale di corso Francia che, pur avendo interessi diversi da lui, l’aveva preso sotto la sua ala protettrice, perché il bullismo non gli piaceva. Non che al Giulio Cesare fosse considerato un fico, ma le sue capacità sociali appena superiori a quelle di Albe gli avevano permesso di adempiere al minimo sindacale di obblighi mondani per essere rispettato: motorino, tresca in biblioteca durante le occupazioni e otto in condotta per due semestri di fila. Ma gli sforzi di Valerio per aiutarlo a integrarsi furono poco efficaci, perché Albe si rifiutava di abbassarsi al livello che la massa richiede per essere accettati. I pomeriggi in discoteca non gli interessavano: preferiva i romanzi di Fante, Salinger, Hemingway e Nabokov. I quadri di Modigliani e il cinema di Cronenberg. Quando i compagni di scuola andavano ai concerti dei Subsonica, lui comprava i vinili di King Crimson, Soft Machine e Kraftwerk.
Se, a distanza di anni, fosse potuto tornare indietro nel tempo per spiegare al se stesso più giovane che quelle passioni un giorno gli sarebbero valse una fama da vero fico, quello probabilmente gli avrebbe riso in faccia.
Ma avrebbe avuto torto: nell’era dei social network, l’era in cui i bambini sfogliavano con naturalezza le playlist di YouTube prima ancora di imparare a leggere, essere un nerd era diventato desiderabile. Gli opinion leader non erano più i giornalisti del “Corriere della Sera”, ma i ventenni che deridevano i politici e i loro sfondoni grammaticali su Twitter.
E il bello era che Albe non era dovuto cambiare di una virgola. Lui non aveva seguito la moda, lui era diventato la moda.
Aveva scoperto il suo talento a sedici anni, ma fino alla fine del liceo non l’aveva rivelato a nessuno.
Al Giulio Cesare un professore di italiano di nome Paolo Ricci aveva fondato Tòpos, un circolo letterario frequentato soprattutto da ex alunni. Chiunque poteva spedire i suoi racconti a una mailing list per ricevere commenti e consigli. Lui non aveva il coraggio di metterci la faccia, quindi inviava i suoi scritti da un indirizzo email anonimo con lo pseudonimo di Dottor Milgram, in omaggio allo psicologo statunitense autore dell’omonimo esperimento, che studiava il comportamento degli esseri umani quando vengono sottoposti a un’autorità che ordina loro di eseguire azioni in conflitto con i propri valori etici e morali.
I suoi primi scritti, a rileggerli ora, non erano niente di speciale. Roba semi-mistica in cui il protagonista alla fine moriva sempre, o storie criminali palesemente ispirate alle sue letture noir. I primi feedback furono tiepidi, ma quando il Dottor Milgram rivelò a Ricci di avere solo sedici anni il professore vide il suo potenziale e ne fece il proprio pupillo, dispensandogli preziosi consigli su come migliorare la sua scrittura. Lo incoraggiava e lo gratificava, dicendogli che aveva un talento naturale e che doveva assolutamente coltivarlo.
E aveva ragione: Alberto Gagliardi era un predestinato, un creatore di contenuti brillante e originale.
Dopo la maturità classica si iscrisse al corso di laurea in Storia alla Sapienza. Lo frequentò con enorme successo: mentre Valerio arrancava sui suoi volumoni di Giurisprudenza, Albe non studiava più di tre o quattro giorni a esame e il suo statino era una sfilza di trenta e lode.
Lo scarso impegno che dedicava agli studi gli permetteva di concentrarsi sulla scrittura. E la sua scrittura si evolveva. Era misurata ma imprevedibile, e i racconti mai fine a se stessi: c’era sempre uno spunto spiazzante, un piano di lettura alternativo che affrontava fenomeni storici, politici e sociali, una tecnica che aveva appreso leggendo Gogol’.
Incoraggiato dall’apprezzamento dei lettori di Tòpos, iniziò a scrivere articoli per un giornale degli studenti e aprì un blog personale, sempre sotto lo pseudonimo di Dottor Milgram, nel quale trattava di politica e costume. Il passaggio dalla fiction alla satira consegnò al mondo un Alberto diverso: chi lo conosceva superficialmente non avrebbe mai potuto indovinare che il Dottor Milgram era lui, perché sulla carta Albe era un’altra persona. La sua penna era cinica, feroce e spietata; amava mettere a nudo le debolezze della gente e le sue contraddizioni, toccare i nervi scoperti e demolire i tabù. In poche parole, il Dottor Milgram si prendeva la rivincita per tutti i torti che Alberto Gagliardi aveva subito al liceo.
Con il passare del tempo, riuscì a individuare i meccanismi che generavano l’attenzione dei lettori e a sfruttarli a suo vantaggio. Cavalcava i temi del momento con stile conciso e senza fronzoli, come aveva imparato dai maestri del giornalismo anglosassone. Nel 2011 azzeccò un paio di articoli che gli permisero di arrivare a un pubblico più ampio. Niente di particolarmente impegnativo: cinque regole per essere un perfetto elettore del PD e una lettera aperta a chi non aggiorna le applicazioni dell’iPhone. Guadagnarono circa trentamila condivisioni ciascuno ed ebbero un effetto a cascata su ciò che Albe aveva scritto in precedenza e su tutto ciò che avrebbe scritto poi. I suoi articoli dividevano i lettori. Generavano polemiche, e le polemiche generavano traffico. L’anonimato, infine, produceva una morbosa curiosità attorno alla figura del Dottor Milgram, che diventò il punto di riferimento di una nicchia di appassionati di informazione alternativa.
I pochi amici che conoscevano la reale identità dell’anonimo blogger si complimentavano con Alberto nel vedere i suoi pezzi pubblicati su questa o quella rivista online con milioni di seguaci. Lui minimizzava. Sapeva che la fama nel web è effimera e che nel giro di sei mesi avrebbero potuto dimenticarsi tutti di lui.
Si laureò con un semestre di anticipo e vinse una borsa di studio per un dottorato in Antropologia alla Sapienza. Intanto, la popolarità del suo blog gli aveva garantito una collocazione stabile nelle colonne di satira di testate come “Vice Italia” e “Wired”. Sfruttò questa opportunità per allargare il suo bacino di utenti, raccogliendo migliaia di share per ogni articolo, e con #freeCivitanovaMarche arrivò la consacrazione.
#freeCivitanovaMarche fu una trollata megagalattica. Albe lanciò l’hashtag su Twitter dopo aver pubblicato sul blog una finta intervista al sindaco di Civitanova in cui gli attribuiva dichiarazioni di stampo secessionista. Chi conosceva lo stile del Dottor Milgram l’aveva trovata una genialata e aveva condiviso il pezzo; quelli che le notizie le diffondevano per lavoro, invece, ci erano cascati in pieno. Nell’era del web 2.0, in cui neanche i veri giornalisti professionisti verificavano le proprie fonti, le più importanti testate nazionali riportarono fedelmente le parole inventate da Albe, finendo per venire schernite da mezza Italia. La scarsa professionalità del mondo dell’informazione era stata messa a nudo. E l’aveva fatto un ragazzo dalla sua cameretta, sfruttando un semplice hashtag e un blog programmato in WordPress.
Quasi centomila fan su Facebook, quarantamila follower su Twitter. Gli anni d’oro del Dottor Milgram erano cominciati.
Quando venne il momento di proporre la tesi di dottorato, la scelta di Albe ricadde su Gaetano Ruggeri, un anziano docente di Antropologia economica apprezzatissimo dagli studenti. Si diceva che amasse ognuno di loro come un figlio, ed era celebre per il perenne puzzo di fumo di sigaretta che appestava il suo ufficio. Era anziano ma al passo con i tempi e Alberto non aveva fatto fatica ad aprirsi con lui; durante una pausa caffè gli aveva perfino accennato al suo blog e alle sue rubriche su “Wired”, e il professore sembrava divertito.
Gli propose una tesi sulle implicazioni economiche del disegno dei confini coloniali in Africa, con il caso empirico della regione del Sahel e degli Stati di Mali, Mauritania e Algeria.
«Stronzate» commentò Ruggeri accartocciando la scaletta.
Lui ci rimase di sasso. «Cosa intende?»
«Stronzate, ho detto. Questa è una tesi che possono fare tutti. È compilativa. È facile. Lasciamola a chi non ha il fegato di affrontare temi più audaci.»
«E cosa vuole che faccia?»
Ruggeri fece scivolare un foglio sulla scrivania. Era la stampata di un articolo che Albe aveva scritto per “Vice”. Si intitolava Antropologia di Roma nord.
«Non immaginavo che... che avrebbe letto...» balbettò, imbarazzato.
«Mi pagano poco ma internet me lo posso permettere pure io» rispose Ruggeri accendendo una Multifilter rossa.
«Che ne pensi di lavorare un po’ a questa sfida, Dottor Milgram?»
Quella fra Roma nord e Roma sud era una diatriba goliardica che esisteva da tempo immemore. Roma nord era il regno delle Smart, delle scuole private, delle case a Capalbio, Roma sud quello delle marmitte modificate, di Sky Sport24, dei pomeriggi in tuta al centro commerciale. Sofisticata e borghese la prima, verace e tamarra la seconda. A Roma nord c’erano i ricchi, a Roma sud gli arricchiti.
Negli ultimi anni il tema era stato sdoganato da una serie di articoli apparsi su blog e testate satiriche e da video virali che circolavano su Facebook. L’argomento trovava terreno fertile nella capitale: le persone si appassionavano a parlare di Roma nord e Roma sud e passavano intere serate a litigare su dove tracciare i confini, su dove collocare il Colosseo, sull’imprescindibilità o meno dell’esistenza di un centro.
Albe era di Monte Sacro, il quartiere di Flaiano, Rino Gaetano e Gigi Proietti. Era cresciuto fra il mercato di Valmelaina e il chiosco di ponte Tazio, dando appuntamenti a piazza Vescovio e sedando la fame chimica a colpi di sorchetta doppio schizzo. Insomma, lui Roma nord la conosceva come nessun altro.
Per questo aveva pubblicato su “Vice” quel pezzo in cui metteva in pratica le sue conoscenze antropologiche per spiegare le differenze fra Roma nord e Roma sud. L’articolo si manteneva in equilibrio fra l’accademico e il satirico, e aveva generato un hype di tutto rispetto, con migliaia di utenti che nella sezione commenti si scannavano su quale fosse la via che davvero dividev...