Il mare infinito
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Il mare infinito

  1. 324 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Come si fa a cancellare dalla faccia della Terra sette miliardi di persone?

Cancellando ciò che li rende tali, la loro umanità.

Sopravvivere alle prime quattro onde sembrava impossibile eppure Cassie Sullivan e i suoi compagni ci sono riusciti. Ora si ritrovano in un mondo che non riconoscono più, tutto è stato distrutto, anche quello che ci teneva uniti, che ci rendeva umani: "Non c'è speranza senza fede, non c'è fede senza speranza, non c'è amore senza fiducia, non c'è fiducia senza amore. Togli una sola di queste cose e l'intero castello di carte umano crolla".

Con gli Altri alle costole, Cassie, Ben e Ringer si trovano di fronte a una scelta difficile: prepararsi ad affrontare l'inverno sperando nel ritorno di Evan Walker o partire alla ricerca di altri sopravvissuti. Perché il prossimo attacco è inevitabile – e imminente.

La Quinta Onda, infatti, continua implacabile la sua avanzata, e il nemico non si fermerà fino a che la razza umana non sarà completamente annientata.

Dopo il successo di La Quinta Onda, diventato un film, Rick Yancey torna con il secondo capitolo della saga, e ci mostra fin dove possa spingersi l'umanità nella battaglia finale tra vita e morte, speranza e disperazione, amore e odio.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804651260
eBook ISBN
9788852070662

PRIMO LIBRO

Prima parte

IL PROBLEMA DEI RATTI

1

Il mondo è un orologio sempre più scarico.
Lo sento nel rumore delle dita ghiacciate del vento che grattano alla finestra. Nell’odore della moquette ammuffita e della carta da parati marcia del vecchio albergo. E lo sento nel petto di Teacup, addormentata accanto a me. Il martellio del suo cuore, il ritmo del suo respiro, caldo nell’aria gelida, l’orologio sempre più scarico.
Dall’altra parte della stanza, Cassie Sullivan è di guardia alla finestra. La luce della luna filtra dal minuscolo spiraglio tra le tende illuminando gli sbuffi di fiato condensato che le escono di bocca. Suo fratello dorme nel letto più vicino a lei, un grumo piccolo piccolo sotto un ammasso di coperte. Finestra, letto, di nuovo finestra: Cassie muove la testa avanti e indietro come un pendolo. Il movimento della sua testa, il ritmo del suo respiro, al pari di quello del respiro di Nugget, di Teacup, mio, segna il tempo dell’orologio sempre più scarico.
Scendo dal letto cercando di fare piano. Teacup geme nel sonno e si rinsacca nelle coperte. Il freddo mi attanaglia penetrandomi nelle ossa anche se sono completamente vestita: mi mancano solo scarponi e parka, che recupero dai piedi del letto. Sullivan mi segue con lo sguardo mentre mi infilo gli scarponi e poi vado all’armadio a prendere zaino e fucile. La raggiungo alla finestra. Sento che dovrei dire qualcosa prima di andarmene. Potremmo non rivederci più.
«Ci siamo, quindi» fa. La sua pelle chiara risplende nella luce biancastra. La spruzzata di lentiggini sembra sospesa su naso e guance.
Mi sistemo il fucile in spalla. «Ci siamo.»
«Sai, a Dumbo ci arrivo. Le orecchie a sventola. E anche a Nugget: perché Sam è piccino. Teacup, uguale: minuta e delicata come una tazza da tè. Con Zombi faccio già più fatica – Ben non me lo vuole dire – e, a naso, Poundcake ha un nome da torta visto che è cicciotto. Ma perché Ringer?»
Ho già capito dove vuole andare a parare. A eccezione di Zombi e di suo fratello, non si fida più di nessuno. Il fatto che mi chiami come quei fuoriclasse che vengono spacciati per altri e infilati dove non dovrebbero stare risveglia la sua paranoia. «Sono umana.»
«Certo.» Sbirciando dallo spiraglio tra le tende, guarda il parcheggio che, un piano più in basso, luccica per via del ghiaccio. «Questa l’ho già sentita. E, come una scema, me la sono bevuta.»
«Non così scema, date le circostanze.»
«Non fingere, Ringer» sbotta. «Lo so che non mi credi su Evan.»
«A te credo. È la sua storia che non sta in piedi.»
Vado verso la porta prima che mi salti addosso. Meglio non stuzzicare Cassie Sullivan sulla questione Evan Walker. Non gliene faccio una colpa. Evan è il rametto sulla parete del dirupo a cui lei si aggrappa, e la sua scomparsa la spinge solo a tenersi ancora più forte.
Teacup non fa il minimo rumore, ma mi sento i suoi occhi puntati addosso e capisco che è sveglia. Torno al letto.
«Portami con te» sussurra.
Scuoto il capo. Questa scena si è già ripetuta centinaia di volte. «Non starò via molto. Un paio di giorni.»
«Me lo prometti?»
Manco per sogno, Teacup. Le promesse sono l’unica moneta rimasta. Vanno spese in maniera oculata. Ha il labbro inferiore che le trema, gli occhi lucidi. «Ehi» mormoro. «Cosa ti ho detto, soldato?» Resisto all’impulso di toccarla. «Qual è la priorità numero uno?»
«Niente brutti pensieri» risponde ubbidiente.
«Perché cosa fanno, i brutti pensieri?»
«Fiaccano.»
«E cosa succede a chi si lascia fiaccare?»
«Muore.»
«E noi vogliamo morire?»
Fa cenno di no. «Non ancora.»
Le sfioro il viso. Guancia fredda, lacrime calde. “Non ancora.” Considerato che il tempo dell’orologio umano è agli sgoccioli, probabilmente questa bambina ha raggiunto la mezz’età. Io e Sullivan, be’, noi siamo vecchie. E Zombi? Matusalemme.
Zombi mi aspetta nell’atrio. Porta una giacca da sci e una felpa giallo acceso con il cappuccio, entrambe trovate rovistando tra le cose abbandonate nell’albergo: è scappato da Camp Haven con indosso solo una leggerissima divisa da inserviente. Il rossore del suo viso sotto la barba incolta è un chiaro indicatore della febbre. La ferita di proiettile della quale sono responsabile, riapertasi nella fuga e rattoppata dal nostro medico dodicenne, si dev’essere infettata. È appoggiato al bancone con una mano premuta sul fianco, eppure cerca di far finta che sia tutto a posto.
«Cominciavo a pensare che avessi cambiato idea» dice, e gli occhi scuri gli luccicano come se stesse scherzando, ma potrebbe anche essere per via del suo stato.
Scrollo la testa. «Teacup.»
«Le passerà.» Per rassicurarmi sfodera il suo sorriso assassino. Non ha piena consapevolezza della preziosità delle promesse o non le butterebbe qua e là con tanta nonchalance.
«Non è Teacup a preoccuparmi. Hai una gran brutta cera, Zombi.»
«È questo tempo. Un disastro, per il mio colorito.» Fa seguire la battuta da un secondo sorriso. Si sporge verso di me per indurmi a contraccambiare. «Un giorno o l’altro, soldato Ringer, sorriderai per qualcosa che ho detto e tutto quanto il pianeta schiatterà di gioia.»
«Non sono pronta ad assumermi una responsabilità del genere.»
Ride, e io ho l’impressione di sentirgli un ronco nel petto. «Tieni.» Mi porge un’altra brochure delle grotte.
«Ce l’ho già» dico.
«Prendi anche questa, metti caso che la perdi.»
«Non la perdo, Zombi.»
«Poundcake viene con te» mi informa.
«No che non viene.»
«Comando io. Quindi viene.»
«Poundcake fa più comodo a voi qui che a me là fuori.»
Annuisce. Sapeva che avrei detto di no, ma ci ha comunque provato un’ultima volta: non è riuscito a trattenersi. «Magari dovremmo annullare la missione» dice. «Cioè, non si sta mica così male qui. Un migliaio di cimici, qualche centinaio di ratti e una ventina di cadaveri, ma la vista è fantastica…» Continua a scherzare, continua a cercare di farmi sorridere. Guarda la brochure che ha in mano. “Ventitré gradi tutto l’anno!”
«Sì, finché non restiamo bloccati dalla neve o finché non si abbassa di nuovo la temperatura. È una situazione insostenibile, Zombi. Ci siamo già fermati troppo.»
Non capisco. Ne abbiamo già parlato fino allo sfinimento e lui ha ancora voglia di questionare. Ogni tanto mi chiedo come sta.
«Dobbiamo tentare e lo sai benissimo che non possiamo entrare alla cieca» riprendo. «Molto probabilmente nascosti nelle grotte ci sono altri superstiti e dubito che intendano srotolarci il tappeto rosso, soprattutto se hanno incrociato uno dei Silenziatori di Sullivan.»
«Oppure delle reclute come noi» aggiunge.
«Perciò ora ci do una bella controllata e tra un paio di giorni sono di nuovo qui.»
«Vedi di mantenere la promessa.»
«Non era una promessa.»
Non c’è più niente da dire. C’è ancora un milione di cose da dire. Potrebbe essere l’ultima volta che ci vediamo e se ne rende conto anche lui, perché mi fa: «Grazie per avermi salvato la vita».
«Ti ho cacciato una pallottola nel fianco e ora rischi di morire.»
Scrolla la testa. Ha lo sguardo febbricitante. Le labbra grigie. Che bisogno c’era di soprannominarlo Zombi? È come se portasse sfiga. La prima volta che l’ho visto stava facendo flessioni sulle nocche nel cortile dove ci addestravamo, con una smorfia di rabbia e dolore sul viso e macchie di sangue sull’asfalto sotto i pugni. “Chi è quel tipo?” ho chiesto. “Si chiama Zombi.” Ha combattuto contro l’epidemia e ha vinto, mi hanno detto, e io non ci ho creduto. Nessuno sconfigge l’epidemia. L’epidemia è una condanna a morte. Il sergente istruttore Reznik, chino su di lui, strillava con tutto il fiato che aveva in gola e Zombi, nella sua informe tuta blu, si spingeva oltre il punto passato il quale anche solo un’altra spinta è troppo. Non so perché mi sono stupita quando mi ha ordinato di sparargli in modo che potesse mantenere la promessa immantenibile che aveva fatto a Nugget. Quando guardi la morte in faccia e la morte sbatte gli occhi per prima, non esiste più nulla che sembri impossibile.
Neppure leggere nel pensiero. «Lo so a cosa stai pensando» dice.
«No. Non lo sai.»
«Ti stai chiedendo se darmi o no un bacio d’addio.»
«Perché?» replico. «Perché ti ostini a flirtare con me?»
Si stringe nelle spalle. Il suo sorriso è sbilenco quanto il suo corpo appoggiato al bancone.
«Perché è normale. Non ti manca la normalità?» risponde. Mi fissa negli occhi, cercando come sempre qualcosa che mi sfugge. «Sai, i fast food e il cinema di sabato sera e i biscotti gelato e controllare i messaggi su Twitter?»
Scuoto la testa. «Non avevo Twitter.»
«Facebook?»
Comincio ad arrabbiarmi. A volte mi riesce difficile capire come ha fatto, Zombi, ad arrivare fin qui. Struggersi per le cose perse è uguale a sperare in cose irrealizzabili. Sono entrambi vicoli ciechi che sfociano nella disperazione. «Non ha importanza» dico. «È tutta roba che non conta un fico secco.»
Zombi si lascia andare a una risata di pancia che affiora scoppiettando come l’aria surriscaldata di una fonte termale. E l’arrabbiatura mi passa. So che sta facendo lo splendido eppure, per qualche strana ragione, saperlo non attenua l’effetto. Un altro dei motivi per cui Zombi mi rende un po’ nervosa.
«È buffo» dice «quanto invece pensavamo che contasse. Sai cos’è che conta davvero?» Aspetta che risponda. Ho l’impressione che voglia attirarmi in una battuta, perciò sto zitta. «La campanella d’ingresso.»
Ormai mi ha messa all’angolo. Mi sento manovrata, ma non riesco a oppormi. «La campanella d’ingresso?»
«Il suono più comune del mondo. E quando tutta questa storia sarà finita, lo risentiremo.» Insiste sul punto. Forse ha paura che non ci arrivi. «Riflettici! Quando suonerà di nuovo una campanella d’ingresso, sarà tornata la normalità. Ragazzi che corrono a lezione, che si annoiano seduti ai banchi, che aspettano l’ora di uscire e pensano a cosa faranno quella sera, nel fine settimana, nei cinquant’anni dopo. Proprio come noi, sentiranno parlare di catastrofi naturali, epidemie e guerre mondiali. “All’arrivo degli alieni, morirono sette miliardi di persone”, e poi inizierà la pausa pranzo e tutti andranno a mangiare e si lamenteranno delle crocchette di patate rimaste mollicce. Tipo “Uh, sette miliardi di persone sono parecchi. Che tristezza. Ma le mangi tutte, quelle crocchette?”. Ecco cos’è normale. Ecco cos’è che conta.»
Allora non era una battuta. «Crocchette di patate rimaste mollicce?»
«Okay, va bene. Tutte cavolate. Sono un deficiente.»
Sorride. Circondati dalla barba incolta, i suoi denti sembrano bianchissimi e, visto che l’ha suggerito, mi chiedo come sarebbe baciarlo e se i peli sopra il suo labbro superiore pungerebbero.
Scaccio il pensiero. Le promesse sono preziose e, in un certo senso, anche un bacio è una promessa.

2

Incontrastata, la luce delle stelle perfora il nero velando la statale di un bianco perlaceo. L’erba secca risplende; gli alberi spogli luccicano. Fatta eccezione per il vento che spazza la terra morta, il mondo ha la calma dell’inverno.
Mi accovaccio di fi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL MARE INFINITO
  4. IL GRANO
  5. PRIMO LIBRO
  6. SECONDO LIBRO
  7. RINGRAZIAMENTI
  8. Copyright