Il nostro traditore tipo
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Il nostro traditore tipo

  1. 336 pagine
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Il nostro traditore tipo

Informazioni su questo libro

Perry e Gail, lui insegnante idealista a Oxford, lei avvocato rampante: una coppia di fidanzati inglesi in vacanza ai Caraibi. E un russo di nome Dima, rozzo eppure magnetico, che possiede una tenuta sull'isola di Antigua. Un incontro destinato ad avere conseguenze inimmaginabili per i due giovani, quando Dima chiede a Perry di giocare a tennis con lui. Chi è veramente quest'uomo? E, soprattutto, cosa vuole dai due fidanzati? Con quella partita ha inizio un'avventura che vede Perry e Gail coinvolti dai servizi segreti inglesi e dal "riciclatore numero uno al mondo" di denaro, dapprima chiusi in un asfissiante seminterrato, poi spettatori della finale del Torneo del Roland Garros a Parigi e infine catapultati in uno chalet sulle Alpi svizzere. Con Il nostro traditore tipo John le Carré reinventa ancora una volta il romanzo di spionaggio, traendo spunto dalla più sconcertante attualità: volti nuovi della mafia russa cercano una propria "rispettabilità ufficiale" nei mercati di tutto il mondo, intrecciando i loro affari con quelli delle multinazionali e inevitabilmente con le politiche degli Stati sovrani. E la posta in gioco si fa sempre più alta...

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804612124
eBook ISBN
9788852070914

1

Alle sette di una mattina caraibica sull’isola di Antigua un certo Peregrine Makepiece, noto anche come Perry, valente e versatile atleta dilettante nonché, fino a qualche tempo prima, tutor di letteratura inglese in un insigne college di Oxford, disputò una partita di tennis al meglio dei tre set contro un tipo muscoloso, calvo, dal portamento rigido e dignitoso, gli occhi castani, sui cinquantacinque anni, che si faceva chiamare Dima e di cui in quel momento era ignota la nazionalità. Il motivo di tale incontro divenne presto oggetto di accurate indagini da parte di agenti dei servizi segreti britannici, che per deformazione professionale non sono propensi a credere nella casualità delle circostanze. Eppure, Perry non aveva alcuna responsabilità negli eventi che avevano condotto a quel match.
La mattina del suo trentesimo compleanno, tre mesi prima, la sua vita aveva subito una svolta le cui motivazioni covavano in lui da oltre un anno senza che ne avesse coscienza. Alle otto del mattino, seduto con la testa fra le mani nel suo modesto alloggio di Oxford dopo una sgroppata di undici chilometri che non aveva affatto attenuato la sensazione di catastrofe che lo attanagliava, aveva messo a nudo la sua anima: si era chiesto cosa avesse concluso in quei primi trent’anni di vita, oltre a procurarsi un alibi per evitare di misurarsi con il mondo fuori da quella città che lo teneva avvinto nelle sue spire come in un sogno.
Perché?
A un osservatore esterno la sua potrebbe apparire la vicenda esemplare di un uomo che ha raggiunto il successo in campo accademico. I suoi defunti genitori erano insegnanti di scuola media che avevano consacrato la vita all’attivismo politico, circostanza che aveva loro precluso qualsiasi avanzamento di carriera. Perry aveva frequentato gli istituti pubblici ed era approdato a Oxford dalla London University con una sfilza di titoli accademici, ottenendo subito un incarico triennale in quell’antico e ricco ateneo. Il suo nome inusuale, di solito appannaggio dei ceti alti inglesi, deriva ironicamente da un prelato metodista demagogo del diciannovesimo secolo, Arthur Peregrine di Huddersfield.
Durante l’anno, quando è libero dall’insegnamento, si dedica con buoni risultati alla corsa campestre e ad altri sport. Nelle sere libere dà una mano in un club frequentato da giovani. Nel periodo delle vacanze si cimenta in impegnative scalate di cime montuose. Eppure, quando l’università gli offre una cattedra – o, secondo la sua attuale visione pessimistica, un vero e proprio ergastolo –, Perry tentenna.
Di nuovo: perché?
Nel trimestre precedente aveva tenuto un corso su George Orwell dal titolo “La Gran Bretagna sta soffocando?” ed era rimasto turbato dalla sua retorica. Orwell avrebbe mai creduto possibile che le stesse voci tronfie, la stessa rovinosa incompetenza, la mania delle guerre in paesi stranieri e la presunzione di avere il diritto di intervenire che lo avevano tormentato negli anni Trenta continuassero indisturbate nel 2009?
Non avendo ottenuto risposta dai suoi studenti, perlopiù d’estrazione borghese, che se ne stavano lì a fissarlo sbigottiti, se n’era data una lui stesso: no, certamente Orwell non l’avrebbe mai creduto possibile. O, in caso contrario, sarebbe sceso in piazza. Avrebbe cominciato a spaccare vetrine.
Aveva sviscerato quell’argomento con logica spietata sdraiato sul letto con Gail, la sua fidanzata da parecchio tempo. Avevano momentaneamente placato i loro appetiti carnali e consumato la cena da lei preparata per festeggiare il compleanno di Perry nell’appartamento di Primrose Hill, che Gail aveva miracolosamente ereditato insieme al fratello dal padre squattrinato.
“Non mi piacciono i docenti universitari e non mi piace farne parte. Non mi piace il mondo accademico, e mi sentirò libero solo quando non dovrò più indossare quella cazzo di toga” aveva annunciato alla ragazza con i capelli sparsi morbidamente sulle spalle di lui.
Non avendo ricevuto risposta, se non un ronzio simile alle fusa d’un gatto, aveva continuato. “Insistere su Byron, Keats e Wordsworth con un branco di studenti annoiati la cui più grande ambizione è laurearsi, scopare e diventare ricchi. Basta. Ho già dato. Vaffanculo.”
Poi, alzando la posta: “L’unica cosa che mi spingerebbe davvero a restare in questo paese sarebbe una dannata rivoluzione”.
Gail, giovane e scaltra avvocatessa in carriera, con il dono della bellezza e della battuta pronta – a volte pericolosamente troppo pronta, per la serenità sua e di Perry –, gli aveva assicurato che nessuna rivoluzione, sarebbe stata degna di questo nome senza di lui.
Di fatto erano entrambi orfani. Se i defunti genitori di Perry erano stati animati da un alto senso di austerità cristiana e socialista, quelli di Gail erano l’esatto contrario. Il padre, attore senza alcun talento, era morto prematuramente per via dell’alcol, delle sessanta sigarette quotidiane e della passione malriposta verso l’eccentrica moglie. Sua madre, anche lei attrice fallita ma con un briciolo di talento in più, aveva abbandonato la famiglia quando Gail aveva tredici anni, e a quanto risultava conduceva un’esistenza modesta sulla Costa Brava insieme a un cameraman.
La reazione iniziale di Perry alla decisione epocale di scrollarsi di dosso la polvere dell’accademia – irrevocabile come tutte le sue decisioni epocali – fu quella di ritornare immediatamente alle proprie radici. Sarebbe stato degno della nobile eredità trasmessagli dai genitori. Avrebbe abbracciato in toto i loro incrollabili principi di dedizione all’umanità e la loro coraggiosa abnegazione. Perry Makepiece, figlio di Dora e Alfred, avrebbe tenuto fede alle loro convinzioni, e non solo. Avrebbe ricominciato la carriera di insegnante lì dove i suoi genitori erano stati costretti ad abbandonarla.
Avrebbe smesso di giocare all’intellettuale ambizioso, si sarebbe iscritto a un semplice corso preparatorio per docenti e, come loro, avrebbe conseguito l’abilitazione per la scuola media andando a lavorare in qualche zona particolarmente disagiata del paese.
Avrebbe insegnato determinate materie e ogni genere di sport che gli avrebbero concesso di far praticare a ragazzi che avevano bisogno di lui come di un’ancora di salvezza per la propria realizzazione, piuttosto che di una garanzia per entrare a far parte della prospera classe borghese.
Ma Gail non era per niente allarmata da questa prospettiva, come forse lui voleva che fosse. Malgrado la ferma intenzione di trovarsi nel “duro centro della vita” – espressione che usava un po’ troppo spesso –, in lui esistevano identità contrastanti, e Gail le conosceva quasi tutte.
Sì, c’era il Perry studente della London University – dove si erano conosciuti – che si infliggeva punizioni e che sulle orme di T.E. Lawrence era andato in vacanza in Francia, girandola tutta con la bicicletta fino a quando non era caduto esausto.
E poi c’era il Perry amante delle avventure alpinistiche, il Perry che non poteva partecipare a una corsa o giocare, per esempio a rugby con i nipoti di Gail durante le vacanze di Natale, senza sentire il bisogno compulsivo di vincere.
Ma c’era anche il Perry sibarita che si abbandonava a imprevedibili lussi prima di tornare in fretta alla sua soffitta e a una vita di privazioni. Era questo il Perry che si trovava sul più bel campo da tennis del più bel resort di Antigua quella mattina di inizio maggio, prima che il sole troppo alto impedisse di giocare, per avversario quel tale che si faceva chiamare Dima, con Gail in costume da bagno, un cappellino floscio a tesa larga e un gonnellino di seta che copriva ben poco, seduta in mezzo a un improbabile gruppo di spettatori dallo sguardo spento, alcuni vestiti di nero, che pareva si fossero impegnati in un giuramento collettivo a non sorridere, non spiccicare parola né manifestare il minimo interesse per l’incontro cui erano costretti ad assistere.
Secondo Gail era stata una fortuna che l’avventura caraibica fosse stata programmata prima della fatale decisione presa da Perry. Risaliva a un novembre più tenebroso che mai, quando suo padre era deceduto per lo stesso cancro che aveva ucciso la madre due anni prima, lasciandogli, con sua sorpresa nonché imbarazzo, una modesta fortuna. Non approvando la ricchezza ricevuta, e sempre indeciso se devolvere tutti i suoi averi ai poveri, Perry esitava. Ma dopo la logorante campagna messa in atto da Gail, alla quale lui aveva opposto solo una resistenza simbolica, avevano deciso di cogliere un’offerta e concedersi un’indimenticabile vacanza all’insegna del tennis e del sole.
Come si rivelò, mai vacanza fu più opportuna, visto che quando la iniziarono davanti a loro cominciavano a profilarsi decisioni ancora più importanti.
Cosa doveva fare Perry della sua vita? E poi: dovevano farlo insieme?
Gail doveva abbandonare la professione e seguirlo ciecamente, o doveva continuare la propria folgorante carriera a Londra?
Oppure era venuto il momento di ammettere che tale carriera era folgorante tanto quanto quella della maggior parte dei giovani avvocati, e quindi avrebbe fatto meglio ad avere un bambino come Perry le ripeteva in continuazione? Allora perché non ci provavano?
E se Gail, per malizia o per una forma di autodifesa, aveva l’abitudine di minimizzare i grandi interrogativi, non esisteva alcun dubbio che erano giunti ciascuno per proprio conto a un bivio esistenziale dove entrambi erano chiamati a importanti decisioni, e una vacanza ad Antigua sembrava offrire lo scenario ideale in cui prenderle.
Il volo atterrò in ritardo e giunsero in albergo dopo mezzanotte. L’onnipresente Ambrose, l’efficientissimo gestore del resort, li accompagnò nel loro bungalow, attirando l’attenzione sulla bottiglia di rum omaggio della direzione. La mattina dopo si alzarono tardi, e quando finirono di fare colazione nel portico il sole era troppo alto per una partita di tennis. Andarono a una spiaggia semideserta e fecero una nuotata, pranzarono quasi da soli a bordo piscina, nel pomeriggio fecero languidamente l’amore e alle sei si presentarono nell’ufficio del gestore dei campi, un tennista professionista, riposati, felici e impazienti di giocare.
Visto da lontano, il resort non era altro che un grappolo di bungalow bianchi sapientemente disseminati intorno a una spiaggia a ferro di cavallo dalla proverbiale sabbia finissima. Due promontori di roccia frastagliata ricoperti di boscaglia lo delimitavano alle estremità, mentre al centro si estendevano una barriera corallina e una linea di boe fluorescenti per tenere a distanza gli yacht invadenti. I famosi campi da tennis del resort sorgevano su terrazze nascoste. Nudi gradini s’inerpicavano serpeggianti tra arbusti fioriti fino all’ingresso anteriore dell’ufficio del gestore. Una volta varcata la soglia ci si ritrovava nel paradiso del tennis, ragione per cui Perry e Gail avevano scelto quel posto.
Oltre al centrale c’erano cinque campi. Le palline venivano conservate in frigoriferi verdi. Coppe d’argento erano custodite dentro teche di vetro e recavano i nomi dei campioni che di recente si erano esibiti su quei campi, tra i quali figurava Mark, il professionista australiano sovrappeso.
«Qual è il vostro livello di gioco, se posso?» domandò Mark con pomposa gentilezza, osservando senza fare commenti l’ottima racchetta di Perry, compagna di tante battaglie, gli spessi calzettoni bianchi e le logore ma resistenti scarpe da tennis, senza tralasciare la scollatura di Gail.
Perry e Gail, non più giovanissimi ma ancora nel fiore degli anni, formavano davvero una splendida coppia. La natura aveva dotato Gail di braccia e gambe lunghe e proporzionate, seni piccoli e alti, un corpo flessuoso, una carnagione chiara tipicamente anglosassone, capelli sottili d’un castano dorato e un sorriso in grado di illuminare i più bui recessi della vita. Anche Perry era il classico inglese, ma di un tipo diverso, allampanato e all’apparenza sproporzionato, con il collo lungo e il pomo d’Adamo sporgente. Aveva un’andatura goffa, lievemente barcollante, e le orecchie a sventola. Per un breve periodo a scuola gli avevano affibbiato lo sgradevole soprannome “Giraffa”, ma poi chi si era azzardato a chiamarlo così aveva imparato la lezione. Con la maturità, però, aveva acquisito – inconsciamente, il che gli conferiva ancora più fascino – un’incerta per quanto innegabile grazia. Aveva una folta capigliatura castana e ricciuta, una fronte ampia e lentigginosa, e occhiali che gli davano un’aria di angelica perplessità.
Certa che Perry non avrebbe aperto bocca, protettiva come sempre, fu Gail a rispondere al professionista.
«Perry partecipa alle qualificazioni del Queen’s e una volta le ha anche superate, vero Perry? E non giocava da sei mesi perché si era rotto una gamba sciando» disse con orgoglio.
«E lei, signora, se posso permettermi?» domandò l’ossequioso Mark, calcando sulla parola “signora” con un’enfasi eccessiva per i gusti di Gail.
«Io in confronto sono una schiappa» rispose lei freddamente, al che Perry disse: «Balle», e l’australiano fece una smorfia, scosse incredulo la grossa testa e si mise a sfogliare le pagine sgualcite della sua agenda.
«Be’, ho una coppia che potrebbe fare al caso vostro» propose, tergendosi il sudore dalla fronte con un asciugamano sudicio. «Sono un po’ troppo bravi per gli altri ospiti, vi avverto. Non c’è una grande scelta, in realtà. Magari potreste provare.»
I loro avversari si rivelarono una squisita coppia di indiani di Mumbai in luna di miele. Il campo centrale era occupato, ma il numero uno era disponibile. Ben presto un gruppetto di ospiti dell’albergo e di giocatori impegnati su altri campi si raccolsero a osservarli mentre si scaldavano: scambi fluidi da fondocampo giocati con disinvoltura, passanti sui quali nessuno si precipitava a recuperare, schiacciate a rete senza risposta. Perry e Gail si aggiudicarono il lancio della moneta, lui lasciò il servizio a Gail, che con due doppi falli fece perdere loro il game. Per la coppia indiana cominciò a servire la ragazza. Il livello della partita non decollava.
Ma quando Perry andò alla battuta, la qualità del suo gioco risultò evidente. Aveva una prima palla lunga e potente, e quando entrava c’era poco da fare. Piazzò quattro ace di fila. Il pubblico aumentò, i giocatori erano giovani e di aspetto gradevole, i raccattapalle quanto mai scattanti. Sul finire del primo set, Mark il professionista fece una capatina, seguì l’incontro per tre game, poi con espressione accigliata e pensierosa tornò nel suo ufficio.
Dopo un lungo secondo set, la situazione era di parità. Nella terza e conclusiva parti...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL NOSTRO TRADITORE TIPO
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. RINGRAZIAMENTI
  22. Dossier. INFORMAZIONI STORICHE E SUI SERVIZI SEGRETI. a cura di Paolo Bertinetti
  23. Copyright