Mi chiamo Giambattista Corsi e ho appena abolito il tempo. Da un minuto, da un’ora, oppure da una settimana, sto sdraiato obliquo a guardare il soffitto che gira in una stanza che non è mia.
Un po’ prima di adesso, quando gli orologi ancora funzionavano, stavo seduto in questa stanza dai risvolti terrorizzanti a fare i conti con il mio destino che tanti anni fa è stato piegato da una febbre reumatica di cui nessuno si accorse, tranne il mio cuore.
Sto seduto e mastico pensieri furiosi tipo: maledetta febbre e brutto figlio di puttana di un destino bastardo. Dovrò operarmi e non so neanche se ho i soldi per farlo. E se riuscirò a trovarli, non ne avrò abbastanza per guarire e per vivere. Non bastava Mariateresa a rovinarmi?
Ma intanto mi sono dato una calmata. Devo fare almeno in modo che lui non veda la sofferenza: esibisco una faccia impassibile, controllo il respiro, non distolgo gli occhi dai sui occhi grigi che emanano il calore di un laboratorio milanese al neon.
Il mio destino ce l’ho seduto di fronte, si chiama dottor professor Giovanni Galliano, cinquant’anni ben portati, detto «Primo coltello», detto «Non una goccia di sangue» per via dei suoi camici bianchi sempre immacolati, e che di mestiere fa il cardiochirurgo, maneggia cartelle cliniche, maneggia diagnosi complesse, maneggia abissi di confine: separa i solventi dagli insolventi. E, in ultima analisi, i vivi dai morti.
Entro uno dei prossimi giri d’orologio, all’età di quarantadue anni – l’ultimo dei quali passato senza Mariateresa, senza lavoro, ma sempre pensando a Mariateresa – mi spedirà nello speciale oltretomba dell’anestesia profonda. Mi aprirà in due lo sterno con la lama elettrica per spalancare alla luce della sala operatoria il mio cuore, isolarlo dalla circolazione sanguigna, raffreddarlo, fermarlo con una piccola iniezione di potassio, inciderlo, amputarlo di due valvole sfibrate innestandone due sane strappate al cuore caldo di un maiale.
Cristo santo: un maiale.
Per poi farlo ripartire, due ore dopo, con una scarica elettrica, magari usando uno di quei defibrillatori che arredano il momento supremo di ogni fiction televisiva, quando il medico grida all’infermiera: «Lo stiamo perdendo, maledizione!» e il coglione muore.
Il coglione stavolta sono io.
«Fa un po’ impressione, lo so, ma quelle dei maiali sono le valvole cardiache più simili alle umane che la natura offra.»
«La natura non offre nulla» gli dico. «La natura vende. Quanto mi costeranno le valvole? E l’operazione?»
«Non ne ha parlato con la mia segretaria?»
«Non ancora.»
«Rimedierà.»
In campagna, da ragazzino, ho visto scannare un maiale. Mi ricordo lo strillo e il fiotto di sangue denso quando gli hanno aperto la giugulare sotto la mandibola, la velocità con cui la carne rosa del taglio è diventata rossa e gonfia di sangue. E poi mi ricordo di quando lo issavano a testa in giù, con due catene che avevano imprigionato le zampe posteriori trascinando i suoi 150 chili in verticale verso il trave del soffitto. Sotto la testa gli avevano messo un grosso catino di plastica e il sangue nero usciva pompato a intervalli regolari, diventando rosso mentre cadeva nel catino, come se la luce lo diluisse. A pomparlo fuori non erano solo la forza di gravità e gli strilli terrorizzati dell’animale, con i muscoli che si contraevano fino allo spasimo, ma era soprattutto il cuore che continuava a fare il suo lavoro in quegli istanti paradossali durante i quali, cercando a tutti i costi di tenere in vita il corpo, lo svuotava, e svuotandolo lo uccideva.
Il suo cuore. Il mio cuore. Le sue valvole. Le mie valvole. La crudeltà degli uomini che squarciano cuori ancora vivi e la gentile efferatezza di altri uomini che li riparano quando non sono ancora morti. Ecco: fino a oggi strappare e riparare erano metafore quando riferite al cuore. Erano genitori che ti dimenticano. Amici che ti tradiscono, amori che si spezzano.
Era Mariateresa, che un anno fa ha smesso di amarmi nell’unico modo in cui si smette di fumare, buttando via il pacchetto e poi salendo sulla giostra di un’altra vita con quella sua fantastica semplicità che mi aveva tanto affascinato quando, sei anni prima, l’avevo conosciuta, una mattina, in treno sulla linea Genova - La Spezia, con il sole che illuminava l’inverno di luce smagliante moltiplicata dal mare. Lei non faceva ancora la regista pubblicitaria ad alta creatività, alta impazienza, alti guadagni. In quella primavera della nostra vita insegnava lettere e storia ai ragazzi di mare che l’adoravano perché era sempre allegra. Non dava note, al massimo li prendeva in giro. Gli faceva leggere il grande Silvio D’Arzo oltre al piccolo Cesare Pavese, ma sempre insegnando loro a stare dalla parte della vita, possibilmente in quei punti dove batte il sole.
Io stavo iniziando a girare i miei primi documentari sulla natura. Intanto camminavo per vivere. Accompagnavo i ragazzi a scoprire le storie dei sentieri e quelle delle nuvole. I punti di passaggio degli uccelli migratori, il segreto dei nidi, l’allegria dei ruscelli. E li portavo sopra Levanto, nell’Appennino degli dei, tra Carrodano, Brugnato, Borghetto, paesi fatti di nebbia e di basilico, insegnando loro che quei boschi di castagno equivalevano, in grazia e complessità, ai grandi poeti antichi, perché custodivano quella saggezza che dà frutti, come sanno i contadini di quei luoghi scoscesi che davanti al fuoco, da mille anni, cuociono castagne e tramandano la propria storia.
Anche Mariateresa, che aveva il viso di Greta Garbo quando non è arrabbiata, sapeva incantarsi davanti alla vita e maneggiarla con lentezza. Sapeva sorridere guardando il tramonto che solcava di rosso i rettangoli in controluce di Genova, e davanti a una frittata gialla come il sole che sbocciava nella sua grande cucina della casa di Nervi, di fronte al mare in burrasca.
Ma al primo incontro tutte quelle qualità non si vedevano, a parte la bellezza rilucente che bastava, eccome, a piegare lo sguardo, illuderlo, mandarlo fuori strada.
Lei del resto mi trovava un atletico sbruffone, contento di abitare in tutte le altre superfici come fanno in genere gli uomini, ma specialmente quelli che nella vita si sono scelti la via solitaria da seguire, quella del viaggiatore di molti mondi. Che tante volte, attraversandoli, guarda le cose e le persone da lontano.
Per avvicinarci l’uno all’altra impiegammo sei mesi, compreso il nostro primo viaggio, quando lei decise di seguirmi, nelle vacanze di Natale, per un documentario da girare nella regione amazzonica dello Yasuni, nel Nord dell’Ecuador, dove i nativi combattono contro le compagnie petrolifere che strappano il cuore della foresta, i suoi segreti minerari, e la rivoltano a testa in giù per dissanguarla. Di quei giorni – in cui eravamo andati alla ricerca delle radici della vita, trovando le nostre – ricordavo la luce, le piogge, le farfalle incantevoli e gli orribili mosquitos che non ci lasciavano in pace specialmente di notte, quando provavamo a fare l’amore in un bagno di sudore, circondati dal nero della immensa foresta, dove urlavano i fantasmi volanti in caccia o in fuga. E mi ricordavo di Mariateresa che riempiva quaderni di appunti, mentre io non la smettevo mai di parlare dell’abissale stupidità di noi uomini bianchi che viviamo distruggendo tutto, compreso quello che nutrendoci ci ha generato, per farne soldi e plastiche che un giorno ci soffocheranno.
Dopo l’Ecuador ci fu la Patagonia cilena, il più bel posto del mondo, per raccontare il fiume Baker assediato dai progetti di cinque dighe che lo avrebbero devastato. E poi il Masai Mara, il fragile altopiano del Kenia, dove è sorta l’alba del mondo umano, come dicono i masai, accesa dal dio che lo aveva prescelto per affidare alle sue praterie lussureggianti la prima mandria delle sacre mucche destinate a sfamare gli uomini per sempre. A noi piaceva immaginarci esploratori di tante mappe da sovrapporre alla nostra.
Lei in moviola scoprì la bellezza delle immagini che galleggiano nel buio e che accostandosi le une alle altre costruiscono lentamente il racconto, gli danno una tensione, una circolarità, uno scopo. Incluso il proprio, quello di diventare montatrice di professione – addio scuola, addio boschi sorgenti, addio umidità – nelle ricche agenzie pubblicitarie di Milano. Per poi essere promossa direttore della fotografia e infine regista della Garage Movie Entertainment. Fino a sostituire il mio vecchio amico, Giacomo Guerra, ex leader studentesco, ex playboy, che ormai si perdeva i pezzi per strada, girava con una valigetta da dottore (ma il paziente era sempre lui) piena di benzodiazepine per chiudere gli occhi, anfetamine per tenerli aperti e per riempire il vuoto che lo stava circondando da quando lo specchio gli aveva rivelato la sua vera identità, non più film-maker di belle speranze, come credeva dai tempi in cui aveva scoperto il suo giovanile talento, ma pubblicitario che stava dissipando tutto, tranne le cattive abitudini.
Sei anni era durata la nostra reciproca trasformazione. Dalla foresta pluviale alla convivenza metropolitana, dai documentari sulla natura violata a quelli sul tonno al naturale in scatola, intrecciando le nostre vite di prima per costruirne una del tutto nuova. Proprio come lei sapeva fare con il montaggio delle immagini e ora con la regia delle storie. Il suo sguardo quotidiano dava un senso al nostro nuovo mondo, gli dava uno scopo. E lo scopo era: tenerci uniti.
Dopo la costa ligure e la campagna toscana scegliemmo Milano come base. Lei lavorava stabile in agenzia. Io avevo cominciato a vendere storie d’alta letteratura per moribonde riviste di viaggi e nascenti siti di turismo on line con itinerari incorporati. Uno dei quali ci condusse alla ricerca di un appartamento da affittare che avesse luce, spazio e costasse «la metà di niente», come ci disse questo Ludovico Tagliaferri, amico di un amico, artista concettuale addetto al riuso di vecchi elettrodomestici e altra spazzatura per farne «dei totem contro la dissipazione del consumismo e critica dell’avidità sociale» ma che ugualmente, per il suo appartamento di via Palermo, a Brera, voleva essere pagato avidamente in nero. Provando, già che c’era, a scoparsi Mariateresa, oppure me, oppure tutti e due insieme, «perché mi guardi Giambattista, ti scandalizzi?».
In quell’oasi di anni postmoderni – anche se eravamo già immersi nel Ventunesimo secolo – io e Mariateresa condividevamo il tempo, lo spazio, i desideri. E persino le circostanze avverse – i soldi che non bastavano, le solitudini che non si colmavano, le gelosie che bruciavano – sapevamo come arginarle con il nostro amore, guarirle, tenercene al riparo, come fanno gli amanti sorpresi dal temporale, che non maledicono la pioggia, ma ci scherzano, mentre la attraversano tenendosi abbracciati.
Saldammo il nostro amore come fosse un nodo da stringere intorno alle nostre vite quotidiane che ormai viaggiavano in sintonia, perfezionato ogni tanto con un po’ di cocaina per l’energia, qualche successo professionale per l’autostima, una casa da comprare con mille rate. Magari un figlio. «No, un figlio no, è ancora troppo presto» come ci dicevamo a turno. Non accorgendoci che anche il magico decade, quando ci si mette l’usura del tempo, come hanno fatto le mie valvole del cuore, e che di anno in anno quel nodo che ci univa andava scio...