«Non voglio rimanere qui! Come devo dirtelo?»
Evan Ross si attaccò alla mano di sua madre, nel disperato tentativo di trascinarla via dalla piccola terrazza che dava accesso a una casetta dalle mura grigiastre.
La signora Ross si voltò seccata verso di lui.
«Evan, hai dodici anni e ti comporti come un lattante!» disse, cercando di liberarsi dalla sua presa.
«Non ti sopporto quando mi parli così» protestò Evan, incrociando le braccia.
Comprensiva e amorevole, la mamma gli carezzò i capelli corti e ricci, color pel di carota.
«E ti sopporto ancora di meno quando mi tocchi i capelli!» gridò Evan. Fece un balzo all’indietro, e per poco non inciampò. «Non mi toccare i capelli. Non lo sopporto, ti ho detto!»
«In realtà è me che non sopporti, Evan» sospirò la mamma. Salì i due gradini e bussò alla porta d’ingresso. «Purtroppo, dovrai rimanere qui fino al mio ritorno.»
«Perché non mi portate con voi?» domandò Evan, continuando a tenere le braccia incrociate. «Dammi una sola buona ragione per dirmi di no, mamma.»
«Hai le scarpe slacciate» rispose lei.
«E allora? È così che si portano.»
«Potresti inciampare» ribatté.
«Mamma!» esclamò esasperato. «Si è mai visto qualcuno inciampare perché aveva le scarpe slacciate?»
«No, in effetti» fu costretta ad ammettere la mamma.
«Ti ho scoperta, sai? Stai cercando di cambiare argomento» replicò Evan. «La realtà è che fra poco te ne andrai e mi lascerai per chissà quanto tempo nelle grinfie di un’orribile vecchiaccia, e...»
«Adesso basta, Evan» lo interruppe la signora Ross. «Stai davvero esagerando» proseguì, lasciando ricadere i capelli biondi dietro le spalle. «Kathryn non è un’orribile vecchiaccia. È la tua prozia, visto che è la zia di tuo padre, e...»
«Un’estranea, ecco che cos’è!» gridò Evan. Sentiva che stava per perdere il controllo, ma non gliene importava un bel nulla. Come poteva la mamma fargli questo? Le ci voleva proprio una buona dose di coraggio per lasciarlo con una vecchia signora che lui aveva visto per la prima e unica volta all’età di due anni, e di cui aveva completamente dimenticato l’esistenza. Come avrebbe trascorso il suo tempo? Che cosa avrebbe fatto fino al ritorno della mamma?
«Evan, ne abbiamo già parlato almeno un centinaio di volte» proseguì la mamma sul punto di perdere la pazienza, continuando a bussare a quella porta. «Visto che si tratta di un’emergenza, potresti cercare di essere più comprensivo.»
Le ultime parole della signora Ross furono coperte dai lamenti e dai guaiti di Cannamozza, il cocker spaniel di Evan, il quale, stanco di attendere sul sedile posteriore dell’auto, aveva pensato bene di affacciarsi al finestrino e di abbaiare furiosamente.
«Ci mancava anche il cane» sospirò la mamma.
«Posso farlo uscire?» chiese Evan.
«Ottima idea. Chissà, forse si calmerà» rispose la mamma. «Cannamozza ha la sua età, ormai, e non vorrei che gli venisse un infarto, chiuso là dentro. Spero solo che non terrorizzi Kathryn!»
«Arrivano i nostri, Cannamozza!» gridò Evan.
Si precipitò lungo il vialetto e, una volta raggiunta la macchina, aprì lo sportello.
Tutto eccitato, Cannamozza balzò giù dall’auto e si lanciò in una pazza corsa intorno al cortile della prozia Kathryn, percorrendolo per ben tre volte.
«Non sembra proprio che abbia dodici anni, vero?» disse Evan abbozzando un sorriso, il primo della giornata.
«Non prendertela, Evan. Cannamozza ti terrà compagnia» insistette la signora Ross, continuando a bussare alla porta della zia. «Vedrai, non mi tratterrò molto ad Atlanta. Un paio di settimane al massimo, il tempo necessario a me e a papà per trovare una nuova casa. Non ti accorgerai neppure della nostra assenza.»
«Come no!» esclamò Evan.
Il sole stava giocando a nascondino tra le nuvole, e adesso una lunga ombra oscurava il cortile.
Cannamozza, esausto, si trascinò ansimando dietro di loro, con la lingua che toccava terra. Evan si chinò ad accarezzarlo, premuroso.
Mentre la mamma continuava a bussare a quella porta, Evan concentrò la sua attenzione sulla casetta grigia della prozia. Era cupa, decisamente poco accogliente. Notò che al secondo piano le finestre avevano le tendine tirate, e che una delle imposte, visibilmente allentata, solo per miracolo non era caduta giù.
«Perché stai bussando?» chiese Evan, affondando le mani nelle tasche dei suoi jeans. «Se ricordo bene, mi avevi detto che la zia è sorda come una campana.»
«Oh!» esclamò la mamma, diventando paonazza. «Tutta colpa tua, Evan. Mi hai talmente innervosita con le tue lamentele e i tuoi piagnistei che mi ero dimenticata di questo particolare. La zia Kathryn non può sentirci.»
“Come faccio a rimanere per due settimane con una vecchia pazza che non ci sente?” si chiese Evan, ripensando a quando, qualche settimana prima, aveva ascoltato i suoi genitori mentre stavano discutendo gli ultimi dettagli per il viaggio ad Atlanta.
Erano seduti al tavolo di cucina, uno di fronte all’altra, certi che Evan fosse in cortile a giocare. Errore! Era in corridoio, praticamente tutt’uno con la parete, le orecchie tese in ascolto.
A quanto pareva, l’idea di lasciare Evan presso la vecchia zia non convinceva affatto suo padre.
«È una vecchietta molto testarda» aveva spiegato il signor Ross alla moglie. «Ti basti pensare che è sorda da almeno vent’anni e si è sempre rifiutata di imparare il linguaggio dei segni, o di leggere i movimenti delle labbra. Come farà a prendersi cura di Evan?»
«Allo stesso modo in cui si prese cura di te, quando eri piccolo» aveva risposto la signora Ross.
«Ma è stato almeno trent’anni fa!» aveva protestato il signor Ross.
«Sarà, ma non abbiamo altra scelta» aveva ribattuto la signora Ross. «Nessuno può occuparsi di Evan, durante la nostra assenza. La scuola è chiusa, e tutti i nostri amici sono partiti per le vacanze. Cosa vuoi, tesoro, agosto è senz’altro il mese peggiore per essere trasferiti ad Atlanta.»
«Oh, scusami tanto!» aveva esclamato il signor Ross con una punta di sarcasmo. «Okay, fine della discussione» aveva aggiunto. «Hai perfettamente ragione tu, tesoro. Come al solito. Visto che non abbiamo altra scelta, Evan sarà ospite della zia Kathryn. Lo accompagnerai da lei, e partiremo subito dopo.»
«Vedrai, si troverà bene» aveva detto la mamma. «E soprattutto sarà un’ottima esperienza per il nostro Evan. Imparerà a cavarsela da solo, il che non guasta, visto che fra breve dovrà affrontare il trauma del trasloco. Sai cosa intendo: nuova casa, nuovi amici, nuova scuola, e tutto il resto. Non sarà facile per lui.»
«Va bene, ho detto va bene. Mi hai convinto» aveva ribattuto il signor Ross, visibilmente spazientito. «Kathryn è una donna bizzarra, ma non pericolosa.»
Evan aveva sentito le sedie della cucina sfregare sul pavimento di linoleum, segno inequivocabile che la discussione era giunta al termine.
Il suo destino era segnato. Sconsolato, era uscito dalla porta principale, diretto in cortile, a rimuginare sulla tragica notizia che aveva appena appreso.
Si era appoggiato al tronco di un enorme acero, in modo che dalla casa nessuno potesse vederlo.
Perché i suoi genitori non lo avevano coinvolto nella discussione? si chiese. Visto che avevano appena deciso di lasciarlo in compagnia di una vecchia zia, per giunta sorda e bizzarra, perché non glielo avevano comunicato immediatamente? Aveva appreso le importanti notizie sui futuri cambiamenti che avrebbero coinvolto la sua famiglia origliando alla porta. Piuttosto scorretto, non vi pare?
Evan prese un ramoscello dall’albero, e cominciò a picchiettarlo sul tronco.
Non faceva che pensare a quello che aveva detto papà. Kathryn non aveva tutte le rotelle a posto, al punto che suo padre si era chiesto se fosse il caso di lasciarlo in sua compagnia per un paio di settimane.
“Il fatto è che non hanno altra scelta” si disse Evan, sempre più sconsolato. “Chissà, forse all’ultimo momento cambieranno idea e mi porteranno ad Atlanta con loro. Forse ben presto si renderanno conto che non possono farmi questo!”
Povero Evan, come si sbagliava!
Due settimane più tardi, eccolo davanti alla porta della casetta grigia e sinistra della zia Kathryn, agitato e nervoso come non mai, gli occhi incollati sulla valigia marrone accanto alla mamma, sul pianerottolo.
“Non c’è niente di cui aver paura, Evan” si disse. “E poi si tratta di due settimane. Due settimane soltanto!”
Improvvisamente, Evan si lasciò sfuggire una domanda.
«Mamma... la zia Kathryn è cattiva?»
«Cosa?» La mamma era rimasta senza parole. «Cattiva? Cosa significa cattiva, Evan?»
La signora Ross, che dava le spalle a suo figlio, aveva appena pronunciato l’ultima parola quando la porta d’ingresso si aprì, e la zia Kathryn, una donna grande e grossa con lunghi capelli neri, si materializzò sulla soglia.
Sgattaiolando davanti alla mamma, Evan poté vedere il coltellaccio che la donna aveva in mano. E il sangue che colava copioso dalla lama.