Piccoli Brividi - Il mistero dello scienzato pazzo
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Piccoli Brividi - Il mistero dello scienzato pazzo

  1. 168 pagine
  2. Italian
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Piccoli Brividi - Il mistero dello scienzato pazzo

Informazioni su questo libro

Erano ancora a metà strada quando il dottor Brewer si materializzò in fondo alla scala. Aveva un'aria decisamente poco allegra, mentre il suo volto aveva assunto un colore vagamente verdastro alla luce del neon che illuminava la stanza.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071140
Print ISBN
9788804659723

1

«Dai papà, prendilo al volo!»
Casey lanciò il frisbee sul prato, richiamando l’attenzione di suo padre. L’uomo si voltò, gli occhi accecati dal sole. Il frisbee cadde a terra e rotolò sotto la siepe, dietro la casa.
«Oggi non è giornata, Casey. Ho da fare» tagliò corto il dottor Brewer. Entrò in casa, sbattendo la porta a vetri dietro di sé.
Casey, deluso, rimase a guardarlo, togliendosi i capelli biondi dagli occhi.
«Ma cosa gli prende?» chiese a sua sorella. Margaret si trovava nei pressi del garage, e dalla sua postazione aveva appena assistito alla scena.
«Lascia perdere, Casey» gli rispose con un bel sorriso. «Dai, vieni, giochiamo!» disse, strofinandosi le mani sui jeans.
«Va bene!» esclamò Casey senza un briciolo di entusiasmo. Si trascinò fino alla siepe e recuperò il frisbee.
Margaret lo raggiunse. Era una ragazzina sensibile, e le dispiaceva per Casey, perché sapeva che il netto rifiuto di suo padre lo aveva ferito. Era molto legato a papà, e giocavano insieme spesso, a frisbee o al Nintendo. Ma ultimamente sembrava che il dottor Brewer non avesse più tempo per suo figlio!
Mentre si preparava a ricevere il frisbee, Margaret ripensò a suo padre e provò una grande tristezza. Anche con lei non era più lo stesso. Trascorreva ore e ore nello scantinato, chiuso in un ostinato mutismo che innervosiva tutti quanti.
“Ero la sua Principessa, ma adesso...” pensò Margaret.
Principessa era il soprannome affettuoso che le aveva dato papà, e che a lei non piaceva affatto. Ma almeno era un segno tangibile di attenzione, di affetto: sempre meglio di nulla.
Margaret prese il frisbee e lo rilanciò a Casey. Pessimo tiro! E mentre il povero Casey si dava un gran daffare per acciuffarlo, lei rivolse lo sguardo alle montagne dorate che si intravedevano in lontananza.
“Che strana regione, la California!” sospirò. Era inverno e sembrava di essere in estate, con il cielo limpido e terso e nemmeno una nuvola in vista. Faceva così caldo che i due ragazzi indossavano jeans leggeri e magliette di cotone, per giunta a maniche corte.
Casey aveva rilanciato. Margaret, lo sguardo vigile e attento, si tuffò in aria e prese al volo il dischetto di plastica. Dopodiché rotolò sul prato, sventolando il frisbee in segno di vittoria.
«Basta, non mi va più» annunciò Casey.
«Come sei noioso» lo prese in giro Margaret.
«Pensa per te!»
«Dai, Casey, non fare così. Allora, vuoi giocare o no?»
Casey scrollò le spalle e non rispose.
Da qualche tempo in casa regnava un nervosismo contagioso, e non c’era bisogno di essere dei geni per intuirne il motivo.
«Avanti, Casey, prendilo!» gridò Margaret, lanciando il frisbee sopra la testa del fratello.
«Ho detto di no» rispose Casey.
«Obbedisci!» tuonò Margaret.
«No, no e no!»
«Hai quasi undici anni e ti comporti come un lattante» commentò Margaret, mentre Casey, bofonchiando fra sé, andava a recuperare il suo frisbee.
“Tutta colpa di papà” si disse Margaret. Dal giorno in cui aveva deciso di lavorare a casa, nello scantinato, con le sue piante e i suoi strani marchingegni, la situazione era precipitata. Era sempre di pessimo umore, a stento rivolgeva loro la parola, e soprattutto non metteva mai il naso fuori da là sotto.
Ma la cosa più grave era che il dottor Brewer non aveva più tempo per i suoi figli. Nemmeno per giocare a frisbee.
“Se n’è accorta anche la mamma” si disse Margaret, mentre con un tuffo degno di un grande campione riusciva a bloccare il frisbee, altrimenti destinato a finire contro la porta del garage.
Il nervosismo contagioso aveva colpito anche la mamma. Oh, certo, si faceva in quattro perché tutto procedesse per il meglio, ma lei che la conosceva bene intuiva che era molto preoccupata per papà.
«Bel colpo, Stecchino!» esultò Casey.
Stecchino! Che soprannome orrendo! Quasi quasi preferiva Principessa! Il fatto era che in casa la chiamavano scherzosamente Stecchino perché era alta e magra, proprio come suo padre. Dalla mamma, invece, aveva preso gli occhi marroni e i capelli castani.
«Non chiamarmi così!» tuonò Margaret, lanciandogli il frisbee.
Casey lo raccolse e glielo rilanciò. Continuarono a giocare senza troppo entusiasmo ancora per una decina di minuti, senza dire una parola.
«Sto morendo di caldo» annunciò finalmente Margaret, con la mano sulla fronte per ripararsi dal sole. «Vieni, Casey, rientriamo in casa.»
Casey lanciò il frisbee contro la parete del garage, lo seguì con lo sguardo mentre rotolava sul prato, e le andò dietro.
«Papà è molto più resistente di te, e ha un suo stile! Tu invece lanci proprio come una ragazzina!»
«Lasciami in pace, Casey» borbottò Margaret, dandogli una leggera spintarella, un gentile invito ad allungare il passo. «Anzi, sai che ti dico? Lanci come uno scimpanzé!»
«Margaret...»
«Cosa c’è, adesso?»
«Tu lo sai perché papà è stato licenziato?»
Margaret si fermò di scatto: inutile dire che quella domanda l’aveva colta di sorpresa.
Casey assunse un’espressione seria e preoccupata. «Insomma, lo sai o no?»
Da quando papà aveva smesso di andare al lavoro, quattro settimane prima, Margaret e Casey non avevano mai affrontato l’argomento in questione. Il che era abbastanza strano, visto che loro due erano quasi coetanei – Margaret era più grande di un anno soltanto – e si confidavano spesso fra loro.
«Non ci eravamo trasferiti in California perché papà doveva lavorare per l’università?» incalzò Casey.
«Be’, sì, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato. Altrimenti non lo avrebbero licenziato.» Margaret parlava a bassa voce, nel timore che suo padre potesse sentirla.
«Ma perché lo hanno cacciato? Cosa può aver combinato di tanto grave? Ha forse fatto saltare in aria il laboratorio, oppure che altro?»
Chissà perché, ma gli piaceva l’idea di papà che con i suoi esperimenti riduceva in polvere l’immenso laboratorio di una delle università più prestigiose della California.
«Niente di tutto ciò, Casey» sospirò Margaret. «Per il semplice fatto che un esperto di botanica lavora con le piante, non con i candelotti di dinamite.»
Scoppiarono a ridere tutti e due.
Casey la seguì nella lunga macchia d’ombra che si rifletteva sulla casa dei Brewer, una sorta di ranch in miniatura come se ne vedono tanti, in California.
«Non so come siano andate le cose» proseguì Margaret, «ma qualche giorno fa ho sentito papà che parlava al telefono col signor Martinez, il capodipartimento dell’università. Te lo ricordi, Casey? Quel signore gentile dall’aria tranquilla che era venuto a cena da noi, la sera in cui ha preso fuoco il barbecue?»
«Non dirmi che è stato Martinez a licenziare papà!» esclamò Casey stupito.
«È probabile» rispose Margaret con un filo di voce. «Da quello che sono riuscita a capire, si tratta di qualcosa che ha a che fare con un esperimento sulle piante che... ehm, non deve essere perfettamente riuscito.»
«Ma papà è un genio!» insistette Casey, come se Margaret avesse sostenuto il contrario. «E se ha sbagliato, saprà certamente come rimediare!»
«È tutto ciò che so» ribatté Margaret scrollando le spalle. «Dai, muoviti, Casey. Sto letteralmente morendo di sete!»
Margaret si leccò le labbra con la lingua. Casey la guardò disgustato.
«Sei indecente!» esclamò.
Sospinse la porta di servizio e passò davanti a lei, per avere il privilegio di entrare in cucina per primo.
«Chi è indecente?» chiese la mamma, che trafficava intorno al lavello.
“Ha l’aria stanca oggi” si disse Margaret, notando le piccole rughe intorno agli occhi e i primi capelli bianchi.
«Che lavoraccio!» esclamò la signora Brewer.
«Cosa stai facendo?» chiese Casey curioso.
«Pulisco i gamberetti!»
«Bleah, che schifo!» fece Margaret.
«Grazie mille per il sostegno morale!» tagliò corto la signora Brewer.
Squillò il telefono. In un batter d’occhio la mamma si pulì le mani sporche di pesce sul grembiule e si precipitò a rispondere.
Margaret prese il cartone del succo d’arancia dal frigorifero, vi lasciò scivolare la cannuccia e raggiunse Casey in fondo al corridoio.
La porta dello scantinato, generalmente chiusa quando il dottor Brewer era al lavoro, stavolta era semiaperta.
Casey vi era seduto vicino.
«Perché non scendiamo a dare un’occhiata?» suggerì.
«Okay» rispose Margaret, prosciugando le ultime gocce di succo d’arancia rimaste.
Papà aveva ripetuto loro almeno un centinaio di volte di non mettere assolutamente piede nello scantinato, visto che non voleva essere disturbato, ma stavolta Margaret non riuscì a resistere alla curiosità. Papà stava lavorando là sotto da ben quattro settimane, e aveva dotato lo scantinato dell’armamentario necessario per le sue...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. 17
  20. 18
  21. 19
  22. 20
  23. 21
  24. Copyright