Una contrada fuori mano dell'Italia meridionale. I mutamenti politici, l'indomani dell'ultima guerra, vi acquistano un'evidenza esemplare, suscitando le medesime illusioni e paure che altrove. Ma dopo tutto, dice Silone, le relazioni fra gli uomini rimasero le antiche. Contadini e pastori, vecchi proprietari in concorrenza con gli arricchiti del mercato nero, funzionari dei nuovi apparati e, fra gli altri, un gruppo di uomini onesti, di varia origine e formazione, restii a falsificare in termini di potere e di sopraffazione la loro spontaneità umana, a tradire i propri moti di istintiva solidarietà. Ne nasce un tono patetico, commosso e, in fin dei conti, schiettamente utopistico. Benché la persecuzione finisca per prevalere, nella narrazione la speranza si salva, grazie a una risorsa che unisce alla concretezza dell'umile fatto di cronaca il valore del mito.

- 308 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Una manciata di more
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
PARTE SECONDA
1
I mutamenti accaduti con la guerra portarono anche in quella remota valle sorprese e illusioni; ma, per finire, piovve e nevicò come gli altri anni, e i poveri rimasero poveri.
Il giorno che arrivò la notizia del colpo di stato sembrava, da principio, un giorno come gli altri, verso la fine di luglio. Aveva fatto un gran caldo, con un’afa pesante che sembrava annunziare un temporale; ma nel pomeriggio era rinfrescato e si era solo udita qualche eco di tuoni lontani. Le case sovrapposte a catasta facevano fumo come se un fuoco sotterraneo bruciasse la montagna. Le famiglie erano raccolte davanti alle porte delle loro nere casupole, e i vicoli somigliavano a corridoi irregolari e scoscesi d’un vasto casamento. Anche se le porte erano sprangate, dai vicoli s’udivano distintamente le voci i mormorii i pianti le risa della gente, si udiva russare, mungere le capre, e il resto. Davanti alle case, sulla soglia delle porte, stavano sedute le vecchie e i vecchi con i bimbi sulle ginocchia. Sul tardi la minestra veniva mangiata dallo stesso piatto posato sulle ginocchia della nonna o della madre. Come negli altri anni, sulle aie di montagna la trebbiatura non era ancora terminata. I proprietari si lamentavano per la mancanza di braccia. Le donne e i vecchi non riuscivano a rimpiazzare gli uomini in guerra. La notizia arrivò sul vespero. La povera gente di Sant’Andrea stentò a capire di cosa si trattasse. L’annunzio che aveva improvvisamente gettato in subbuglio la città, era salito fin lassù con un giorno di ritardo. Per alcune ore esso non fu conosciuto che dai carabinieri, dal parroco e dai tre impiegati del comune; da essi la voce passò ai bottegai, agli osti, agli artigiani, e da questi agli altri, ai contadini, ai cafoni, ai pecorai, alle donne. Ma era pur sempre una notizia di giornale. Se ne dicono tante. La povera gente non sapeva se fosse credibile.
Era appena suonata l’avemaria, il sole era già scomparso dietro la montagna, ma le cicale strepitavano ancora sugli alberi. Sulla piazzetta davanti alla chiesa e al municipio, sotto le acacie, cominciarono a formarsi gruppi di uomini, altri ne arrivarono dalla campagna, confabulavano in piccoli crocchi, si scambiavano sottovoce, a mezze parole, la notizia, se la ripetevano, poi tacevano, rimanevano in attesa. Erano in maggioranza uomini anziani e ragazzi. I visi, i cauti gesti esprimevano incertezza, diffidenza, timore di nuovi inganni. Un gruppo a parte, sulla scalinata della chiesa, formavano i pecorai e garzoni della famiglia Tarocchi. Appariva assai strano che i carabinieri non intervenissero, come al solito, per comandare di sciogliersi, di tornare a casa. Due carabinieri con i moschetti sulle spalle, se ne stavano impalati davanti alla porta del municipio, tenevano d’occhio la folla con evidente apprensione, ma senza ostilità. Il municipio aveva la porta e le finestre chiuse. Anche quel fatto era strano. Ma, a parte ciò, nessun altro indizio d’allarme. Invano qualche sguardo aveva cercato sulla facciata della casa comunale un segno di mutamento. Al di sopra della porta del municipio, tra i due balconi del primo piano, era stato murato, qualche anno prima della guerra, un altorilievo in terracotta. Esso raffigurava, in dimensioni più grandi del naturale, un energico profilo d’uomo dai tratti di spiritato. Il fatto naturalmente non era passato inosservato. Nella contrada di Sant’Andrea non si concepiva che le opere d’arte servissero ad altro che a raffigurazioni sacre. Così vari cafoni erano corsi a informarsi dal curato sul nome del nuovo santo e sulla specie di miracoli riservati alla sua intercessione. A essi fu spiegato e ripetuto che non era un santo, né un beato, o altr’uomo di religione, e che tuttavia anche lui operava prodigi.
«È di buon cuore? È cattivo?» essi domandarono. «Bisogna accendergli le candele?»
«Non bisogna provocarne la collera» rispose don Costantino il curato. «Nient’altro.»
«Niente candele? Niente incenso?»
«Niente.»
In quel modo i cafoni e i pecorai di Sant’Andrea capirono che l’immagine era d’uno stregone. Nella valle non mancavano, un tempo, i fattucchieri che, senza essere uomini di religione, operavano incanti e sortilegi per i casi difficili della vita. Ma in seguito la loro specie era quasi sparita per le persecuzioni dei carabinieri, dei parroci e dei maestri di scuola. I prodigi, si disse e predicò, devono essere riservati unicamente a Dio che li dispensa per intercessione dei santi. Perciò, dopo che sulla facciata della casa comunale fu murata l’effigie dello stregone, qualcuno andò a chiedere al parroco:
«È permesso a un uomo che non è di chiesa compiere meraviglie?»
«Fareste meglio a tacere» rispose severamente don Costantino, «se non volete il destino di Martino e di Lazzaro.»
La storia rimase confusa, ma divenne plausibile appena si capì che quello era lo stregone dei ricchi. I pecorai i garzoni i servi della famiglia Tarocchi lo salutavano e riverivano in un modo speciale. Era dunque ben comprensibile che quella sera ogni tanto qualche sguardo timoroso s’alzasse furtivamente dalla folla fino a lui. Esso era ancora al suo posto. L’accensione della luce elettrica portò il turbamento anche nei più sicuri. Le lampade sospese al di sopra delle acacie crearono sui gruppi d’uomini un’illusione di pergola, mentre una lampada assai più potente, fissata sulla facciata del municipio al di sopra dell’immagine scolpita, dava ai suoi tratti un’espressione adirata e minacciosa. La notizia era dunque un inganno. Come spiegare il comportamento del segretario comunale? La sua trasformazione era sorprendente. Di colpo egli s’era invecchiato, impicciolito, portava calzoni abbondanti e una giacca logora. Egli diffondeva sorrisi, saluti esagerati, chiamava i presenti per nome, si spostava da un crocchio all’altro, come un ragno sui fili d’una tela, da una mosca all’altra. Nessuno ricordava d’averlo mai visto così cortese. Al suo avvicinarsi ogni mormorio taceva, pochi rispondevano ai suoi saluti, l’inganno pareva evidente. A un certo momento, poiché si era fatto tardi, dalle case cominciarono ad arrivare i richiami delle donne. La notizia era arrivata nei vicoli. Erano grida sinistre, spaventate, che chiamavano i mariti i figli, a casa, prima che succedesse qualche irreparabile sventura. Ma nessun uomo osava allontanarsi da solo. Vi sono calamità che colpiscono di preferenza chi se ne sta solo, in famiglia. Anche se tutto avesse dovuto finire in una risata, era meglio saperlo subito. Qualcuno suggerì: “Forse bisognerebbe chiedere al curato. Egli dovrebbe saperlo”. Benché sacerdote di Cristo, don Costantino era sempre stato dalla parte dello stregone. Egli era rimasto famoso per un suo ciclo di prediche su “L’Uomo della provvidenza e la Guerra Santa contro il Negus” all’epoca dell’ultima guerra d’Africa. Furono prediche di cui s’occuparono perfino i giornali. Egli aveva difeso la legittimità, anzi santità, dell’uso dei gas asfissianti, se potevano servire a conquistare il mondo, a eliminare il bolscevismo e a costringere gli infedeli a riconoscere la supremazia della vera Chiesa. L’abitazione del parroco dava sulla piazza. La porta e le persiane delle finestre erano chiuse. Inutilmente fu bussato alla porta. Qualcuno entrò in chiesa, domandò in sacrestia. Don Costantino era sparito. Anche quello poteva essere un segno.
L’impressione che l’incertezza non potesse durare a lungo fu incoraggiata dall’arrivo in piazza d’un giovanotto in bicicletta che portava una scala a piuoli su una spalla. La folla gli fece largo. Era il figlio di Massimiliano, un vecchio pecoraio di Sant’Andrea, fratello di Giuditta, moglie di Zaccaria. Era un ragazzo sveglio serio stimato. Per alcuni anni egli aveva lavorato al Casale con la zia, in seguito aveva imparato i lavori più facili per un impianto d’illuminazione elettrica ed era stato assunto dal municipio di Sant’Andrea come sorvegliante dell’illuminazione comunale. A causa di quel suo lavoro, in cui non c’era nessuno a Sant’Andrea che potesse sostituirlo, egli era stato esonerato dall’andare in guerra. Quando Massimiliano lo vide arrivare, lo chiamò e gli andò incontro, ma il figlio non gli fece caso. Tutti gli sguardi si concentrarono su di lui. Egli andò dritto verso il municipio, senza guardare né a destra né a sinistra, accostò la bicicletta contro la porta chiusa, alle spalle dei carabinieri, e alzò la scala contro la facciata, appoggiandola tra i due balconi del primo piano, giusto al di sopra dell’ingresso. Poteva essere lo scioglimento dei dubbi. Nella piazza si fece un gran silenzio, carico di una crescente ansietà. Anche i carabinieri seguivano con lo sguardo ogni suo minimo gesto. Il giovane elettricista si tirò su i calzoni e strinse il cinturino, come chi si prepara a una lotta serrata e salì sveltamente i piuoli della scala. Arrivato in cima, egli si trovò faccia a faccia con l’immagine scolpita. Sotto il forte riverbero della lampada, il confronto immediato tra il viso vivo e sensibile dell’uomo e il mascherone dell’idolo creò una situazione penosa. Il segretario comunale s’allontanò di corsa dalla piazza. Il vecchio notaio Tarocchi, che assisteva alla scena dal suo balcone, scoppiò in lagrime ed esclamò ad alta voce: “Sventurato paese”. Dal marciapiedi davanti al Caffè Addis Abeba furono rientrati in fretta le sedie e i tavolini, mentre il farmacista abbassava la saracinesca della sua bottega. L’uomo che stava in cima alla scala dimostrò per vari segni di condividere il turbamento degli spettatori. Egli cercò di guadagnar tempo, si tolse la giacca; la piegò accuratamente e l’appese alla ringhiera del balcone che gli stava alla sinistra. Così rimase in maglietta bianca senza maniche: da una tasca deretana dei calzoni sporgeva un piccolo martello. Egli lo tirò fuori, l’avvicinò e allontanò un paio di volte dal viso dello stregone. Forse esitava, forse voleva prendere la mira, non mancare il primo colpo, il colpo decisivo. Tra la folla vi furono allora segni d’aperta paura. I crocchi si restrinsero. Alcuni si fecero il segno della croce. Altri si coprirono la faccia con le mani. Anche i carabinieri, sbigottiti, cessarono dal seguire con lo sguardo i gesti dell’uomo in cima alla scala e abbassarono gli occhi per terra. Attorno ai loro piedi cominciavano a piovere cocci di terracotta, pezzetti di naso, d’orecchi, di mento. I colpi del martello erano irregolari, secchi, violenti. Ma l’incanto era rotto, l’esorcismo compiuto. Fu un sospiro generale di sollievo.
Quando l’uomo ebbe interamente pestato la terracotta, si asciugò il sudore della fronte, si volse verso gli spettatori e sorrise. Il sacrificio era consumato. Egli ripose il martello nella tasca dei pantaloni e rivestì la giacca, come un qualsiasi operaio al termine della sua opera. Poi allungò il braccio e spense la lampada. Non ce n’era più bisogno. Un sipario d’ombra calò sulla scena. La cerimonia era terminata. Anche i carabinieri si mossero. “Ora potete andare a casa” essi consigliarono agli uomini rimasti in piazza. La loro voce e i loro gesti non erano affatto imperiosi. Ricordavano quelli del prete alla fine della messa. Così, con un giorno di ritardo sul resto ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione di Claudio Marabini
- Cronologia a cura di Bruno Falcetto
- Bibliografia essenziale a cura di Bruno Falcetto
- UNA MANCIATA DI MORE
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
- Copyright