La comicità di Aldo Palazzeschi non è certo scollegata dalle ragioni della storia: anzi, deriva da una pensosa riflessione sulle insensatezze del mondo. Lo ha dimostrato nel 1920 con il manifesto pacifista Due imperi… mancati e lo ha ribadito nel 1945 con Tre imperi… mancati. Personalissima cronaca degli anni del fascismo e della guerra nella Capitale, il libro è il racconto di illusioni, o meglio di colpevoli velleità, giustamente cadute; un insieme di vivide istantanee sui vizi eterni del popolo italiano; la denuncia lucida delle responsabilità di un'intera nazione. Il tutto descritto con uno stile farsesco più che mai adeguato a dipingere una realtà politica buffonesca nel suo essere tragica. Ma Tre imperi… mancati è anche il canto dolente di chi ha creduto nella sacralità della vita e nella forza della bellezza, della tolleranza, della civiltà (tra gli imperi mancati c'è anche quello della poesia), e le ha viste miseramente crollare intorno a sé. È, come lo definì Gadda, «la testimonianza del suo dolore»: il libro sofferto di un grande scrittore.

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Introduzione
... e ci sono cose che si vedono meglio dal basso che dall’alto.
PRIMO LEVI, Il vino dei Borgia («La Stampa», 9 agosto 1985)
Palazzeschi imprendibile. Uno e plurimo. Di lui, ammirato come giocoliere della parola e umorista, come trapezista e «saltimbanco dell’anima», circola un’immagine un po’ parziale. S’è diffusa l’idea che l’autore dell’«uomo di fumo», il bizzarro ideatore di sorprendenti «passeggiate», il parodista di lussuriosi «fiori» parlanti, il miniaturista d’incantevoli stampe dell’Ottocento, l’inventore delle dolenti e ilari zitelle Materassi, sia scrittore d’evasione e di pieno relax, scollegato dalle ragioni della storia. Anche a Firenze, nella sua città, tra i lettori familiarmente più affezionati, s’è affermata questa opinione. In effetti è scrittore scanzonato, stralunato e burlevole, ma non è scrittore d’evasione. È bensì radicato alla terra, ben aderente alla misura del vivere. La sua comicità non è svagatezza, ma viene da pensosa riflessione sulle insensatezze del mondo. Trova appoggio su ragioni serie dell’esistere quotidiano. E lui non chiude gli occhi dinanzi al presente, bensì osserva attento anche la situazione politica nazionale e internazionale. La storia ufficiale non lo ha mai visto in prima linea, com’egli dice di sé in una tarda poesia di Via delle cento stelle («pareva che la storia passasse sopra di me/che di storia m’interessavo così poco»), ma in realtà delle vicende storiche, specie di quelle che ha vissuto in prima persona, non è stato spettatore distratto, né occasionale, né impartecipe. Lo stanno a dimostrare, nella multicolore galleria delle sue opere, due libri, non d’invenzione, bensì di cronaca vissuta, ma (ciò importa) cronaca vissuta da un poeta. I libri sono Due imperi... mancati e Tre imperi... mancati: il primo, uscito da Vallecchi nel giugno 1920, riferisce sugli anni di guerra, dall’agosto 1914 all’agosto 1919; il secondo, apparso presso il medesimo editore nel novembre 1945 con il sottotitolo Cronaca (1922-1945), si presenta come una sorta di continuazione del precedente. L’uno e l’altro libro sono apparsi dopo una guerra mondiale. In merito al peso che l’esperienza della guerra può avere nella coscienza d’una nazione, non è propriamente nel vero Renato Serra quando nel 1915 afferma, nell’Esame di coscienza di un letterato: «La guerra è un fatto, come tanti altri in questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura».1 Invece le guerre non passano invano e cambiano tante cose. Anzi, non lasciano mai le cose come le hanno trovate. Incidono in profondo. Obbligano sempre, bene o male, a riflettere sul senso della vita. E anche sul senso della letteratura.
Tre imperi... mancati è l’unico libro palazzeschiano finora mai ristampato, né in vita dell’autore, né dopo la sua morte: quasi un inedito, dunque, non solo per i lettori più giovani. Per tutti i lettori. È libro redatto da angolatura romana, in quanto concepito, composto e per lo più ambientato nella capitale (si sa che Aldo, nel febbraio 1941, ha lasciato definitivamente Firenze per stabilirsi a Roma). E anzi proprio in queste sequenze descrittive cittadine – scene di quotidiana vita popolare per le strade di Roma − è da rintracciare la genesi del romanzo che propriamente s’intitola Roma (edito nel 1953), come ha intuito per tempo un lettore di rara perspicacia come Pietro Pancrazi, che trasmette subito a Aldo le sue impressioni (e riserve) a caldo, appena terminata la lettura di Tre imperi:
Ho ancora da ringraziarti dei Tre imperi, che lessi (e in parte rilessi) [allude alle pagine anticipate su «La Nuova Europa»] subito, appena ricevuto. L’impressione prima e più forte è quella del libro di un galantuomo che, benché poeta e artista, accetta di soffrire come tutti gli altri uomini e umanamente dice il perché e i perché della sua sofferenza. Ora tra gli intellettuali d’oggi questo è molto raro, e tanto più piace. Venendo ai particolari, ti dirò che a me il libro più piace quanto più si tiene al pittoresco e magari al popolare. Piace un po’ meno (mi pare talvolta un po’ facile e comune) dove discute e ragiona le cause e gli effetti della guerra, ecc. Ma mi rendo anche conto che queste parti erano poi necessarie o inevitabili. Tra i capitoli che non conoscevo e che mi sono piaciuti di più, ci sono tutti quelli che riguardano la vita e i costumi dei romani d’oggi. Qui sei entrato molto felicemente e hai fatto la prima esplorazione di una zona congeniale. I romani ormai ti parlano bene quanto i fiorentini. E i tuoi lettori ora aspettano novelle (e magari un romanzo!) di ambiente e costume romano. Questo è l’augurio che uno fa a te e a sé, dopo tutti quei capitoli. E dunque, buon lavoro!2
Due imperi... mancati e poi Tre imperi... mancati sono un contributo di prim’ordine per uno studio sulla identità italiana nel periodo della cosiddetta “guerra dei trent’anni”, tra il 1915 e il 1945, tra il primo conflitto, l’età dei totalitarismi (fascismo e nazionalsocialismo) e il secondo conflitto mondiale. Sono libri-cronaca e libri-denuncia, che contengono, insieme a tanti sfoghi di umor nero, insieme a tante acute pitture dal vivo, anche giudizi netti sul colpevole tradimento degli intellettuali che hanno rinunciato al loro ruolo di coscienza morale e riflessioni altrettanto nette su responsabilità civili collettive, popolari e nazionali. Ma il tutto, non si dimentichi, con l’occhio d’un poeta.
Dei due «imperi» che sono «mancati», cioè crollati con la Grande Guerra, il primo è l’impero di Guglielmo II di Germania (il dedicatario dei Canti orfici di Dino Campana), alleato di Francesco Giuseppe d’Austria, mentre l’altro è l’impero della poesia, sognato dallo stesso Palazzeschi, quell’impero vagheggiato nel clima liberty primonovecentesco da letterati e artisti d’avanguardia intenti, con velleità generose quanto confuse, alla rifondazione e alla palingenesi del mondo. Anche questo impero ideale è crollato con la guerra, come un’illusione. Anche i poeti hanno le loro responsabilità, per la contestazione incendiaria che hanno alimentato e che ha finito con il bruciare davvero l’intera Europa. Ma l’incendio celebrato in versi da Palazzeschi è stato di altro tenore, è stato il metaforico incendio d’un contestatore antinazionalista. Passata la bufera, lo scrittore ex incendiario non rinuncia alla letteratura (come altri schierati sul fronte dell’avanguardia) e pratica un nuovo stile, sceglie un nuovo tipo d’orientamento artistico, meno orgogliosamente individualistico e totalizzante, meno intellettualistico, meno elitario e più terreno. Così le prodigiose accensioni inventive d’avanguardia cedono il passo a una prosa più riflessiva, cordialmente umana, dalle Stampe dell’800, alle Sorelle Materassi, ai «buffi», e via elencando.
Ai due «imperi» di cui Palazzeschi ha parlato nel 1920 si affianca, in Tre imperi... mancati del 1945, l’avventura imperiale del fascismo: un altro impero crollato. I due libri, a distanza di venticinque anni uno dall’altro, sono davvero la cronaca di illusioni cadute, o meglio di colpevoli velleità giustamente crollate. Quanto ai risvolti politici sul piano biografico, chi cerca conferme sull’antifascismo non militante eppure saldo e persuaso di Palazzeschi, rammenti che la sua candidatura all’Accademia d’Italia (l’«istituto fondato dal fascismo per tener sospesi all’amo i poveri letterati italiani»)3 – candidatura patrocinata da Filippo Tommaso Marinetti nel marzo 1932 − è respinta per intervento diretto di Mussolini, con grande sollievo dell’interessato. E si tenga anche conto che a carico di Aldo Giurlani, come «individuo» politicamente «sospetto», è avviata nel novembre 1938, su segnalazione dell’OVRA (la polizia segreta dell’Italia fascista), un’indagine investigativa da parte della direzione generale della Pubblica Sicurezza.4 Ma soprattutto eloquente e preziosa è la testimonianza d’un antifascista temprato e tenace come Luigi Russo, che ha frequentato Aldo a Firenze proprio durante il ventennio: «conosciuto di persona il Palazzeschi, gli divenni buon amico, e d’una amicizia vorrei dire di carattere politico oltre che letterario: il Palazzeschi è stato uno dei più aguzzi, più taciturni e più dolorosi antifascisti che io abbia mai conosciuto».5
All’indomani di Vittorio Veneto, nell’Italia prossima al tracollo dello Stato liberale, vittoriosa ma messa in ginocchio dall’inflazione e dalla miseria, nell’Italia esausta entrata in armi già nel 1911 con la guerra di Libia, nell’Italia dei reduci insoddisfatti e violenti, dei fasci di combattimento, del militarismo e del nazionalismo altezzosi, Due imperi... mancati offre con disillusa fermezza la diagnosi d’un quadro nazionale senza pace, senza libertà, senza via d’uscita. Il ritratto d’un Paese spinto verso la rovina, sulla china di un’altra guerra. La percezione del vento che tira nella sensibilità psicologica dell’italiano medio è captata con acuta lungimiranza:
Vi dissero che la guerra che vi s’imponeva era per la libertà.Ora potete dire quale fonte di libertà fosse.Tutto è legato, tutto è in lacci e catene. Nulla più è vostro, la persona, lo stesso pensiero, tutto.I commerci, le industrie, i colpi di zappa che il bravo contadino lascia cadere sopra la terra sono registrati, il pezzo di panno che vi ricuopre, il cattivo boccone di pane che trangugiate è numerato, segnato, tutto. Questa è la libertà che vi avevano promessa, per essa vi siete lasciati uccidere. [...]Da un’azione mostruosa di miserabili interessi e ambizioni come la guerra che è stata combattuta, non si poteva uscire sul fertile suolo della libertà ma della schiavitù.È il militarismo la negazione dell’individuo e della vita, la scuola di tutti i vizi.Mozza all’uomo le migliori energie appena sorte in lui, e gli apre la strada a tutte le perdizioni. [...]Che cosa sperate da questa generazione che ritorna dai campi di battaglia? [...]Ne avete trattenuti taluni per dieci anni militari, che pretendete più da essi? Gli avete preso il tempo migliore della vita, e vorreste che rientrando tornassero tutti d’un fiato uomini saggi e laboriosi. [...]Oh! Non le buone idee socialiste o qualsivoglia dovete temere da essi or ritornati pacifici cittadini, per la sicurezza delle vostre case, dei vostri beni, della vostra pelle e della società tutta, ma gl’istinti che gli avete riacceso e attizzato dentro, il bruto che siete andati a rinvangargli addosso per portarglielo alla superficie e cuoprirglielo di rose allorché vi comodava. [...]Il flagello che ora si è chiuso lascia spalancate le porte a tutte le possibili combinazioni e accensioni di guerre più grandi e più mostruose, e con più forti ragioni di quelle per le quali si è combattuta questa.6
Poi, da quel 1920 che vede uscire Due imperi... mancati, passano molti anni, e sono anni lunghi. Il nuovo libro del 1945, Tre imperi... mancati, appare come un insieme – dice l’autore – di «piccole memorie», di «notazioni pittoresche», di «fugaci cronache». Di fatto continua il resoconto aspro dei Due imperi e si presenta come lampeggiante rassegna, scandita prismaticamente in quarantotto capitoli di varia misura, di quanto è avvenuto in Italia e in Europa durante il fascismo e il secondo conflitto mondiale, dall’inizio delle ostilità all’entrata in guerra dell’Italia, con riferimenti anche sarcastici all’invasione della Grecia, alla campagna d’Africa, allo sbarco degli Alleati in Sicilia, alla caduta del Duce, all’8 settembre, ai «nove mesi di angoscie e di paure» dell’occupazione tedesca di Roma, al fenomeno della borsa nera, fino alla liberazione della capitale con l’arrivo della Quinta Armata americana e, poi, all’esecuzione di Mussolini. Gli episodi riferiti ai nove mesi dell’occupazione di Roma, dopo l’8 settembre, vibrano di sgomento e pietà, per le vessazioni, le rapine, i tradimenti, le indecenze, i delitti (da via Tasso alle Fosse Ardeatine) di cui resta vittima l’intera città, per mano degli occupanti e dei «segugi del Duce», dei «sicari del Duce», della «teppa del Duce».
I temi sono funebri e drammatici, per di più vissuti in prima persona dal mite Aldo Giurlani, «creatura sensuale»,7 perciò le pagine portano non di rado il sigillo d’una sofferta, pesa, intollerabile indignazione, gridata a voce alta. Nondimeno prevale lo stile caricaturale e farsesco, con costanti innesti di umorismo, «questo fiorellino» – come l’umorismo è definito nel capitolo Due cavalli bianchi – «che è il segno più sicuro di quanto sia profonda e signorile una civiltà». Proprio perché di norma a Palazzeschi altro si chiede piuttosto che considerazioni sulla storia nazionale, il libro dopo la prima edizione del 1945 non è stato mai ristampato, ed è stato anche liquidato in malo modo, in fretta e in furia.8
Il racconto inizia con la formazione del governo Mussolini dopo la marcia su Roma nell’ottobre 1922, e più precisamente inizia con un’immagine simbolica che documenta la presa del potere da parte del fascismo, ovvero con l’immagine del balcone di piazza Venezia, a Roma. Il capitolo d’apertura s’intitola infatti Il balcone:
Verso la fine del mese di Ottobre dell’anno di grazia 1922, si vide in Roma aprire e spolverare in fretta un antico balcone: un po’ tetro, oscuro, eccessivamente austero per quanto sovrapposto alla porta di un palazzo di rinascime...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Nota al testo
- Nota bibliografica
- Tre imperi... mancati
- Il balcone
- Via dell’Impero
- Il Duce aveva due obiettivi?
- Una scuola di eroismo
- Corfù
- La Società delle Nazioni
- La rivoluzione del Duce
- La prima battaglia
- Il Duce finanziere
- L’ombra della vittima
- L’italiano medio
- La Conciliazione
- Si sveglia il mostro
- Il popolo tedesco
- Il Führer si siede a mensa
- L’adunata
- L’«asse»
- I Condottieri a Firenze
- Monaco
- La guerra
- Il balcone non s’apre
- «Vincere!»
- Due cavalli bianchi
- La calamita del Duce
- Le amicizie tedesche
- Gli Stati Uniti d’America
- Il popolo italiano non canta
- Tre cavalli bianchi
- Bombe profane piovono sopra la città santa
- Affittasi balcone
- I 45 giorni di Benedetto Croce
- L’armistizio
- Occupazione tedesca
- O.K.
- Shoe Shine
- Risurrezione del Duce
- Capolavoro del Duce
- Il vero carattere del Duce
- L’ultimo sentimento del Duce
- Cittadinanza della bomba
- «La borsa o la vita»
- Evviva la borghesia!
- Roma
- Il Pontefice
- «Un balcone! Un balcone! Dov’è il balcone?»
- Fra due guerre
- Ai giovani d’Italia
- Agli Stati Uniti d’America
- Copyright