L'invenzione dei desideri
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L'invenzione dei desideri

  1. 360 pagine
  2. Italian
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L'invenzione dei desideri

Informazioni su questo libro

Sono passati più di diciotto mesi da quando Lane è partito da Stranwyne Keep, e nonostante il governo inglese abbia dato notizia della sua morte, Katharine non smette di aspettarlo, convinta che il giovane di cui è innamorata sia ancora vivo. Una notte, mentre la casa è sprofondata nel sonno, due uomini mascherati si introducono nella tenuta del Borgo per catturare zio Tulman, lo scienziato inventore di creazioni meccaniche così geniali e rivoluzionarie da fare invidia anche agli insospettabili. La Corona inglese, infatti, vorrebbe lo zio sotto la sua custodia, ma Katharine non può arrendersi: è arrivato il momento di partire.

Gli eventi la condurranno a Parigi, città dai mille volti e dalle mille orecchie, dove vengono intessuti piani oscuri. Katharine dovrà ricorrere a tutta la sua forza per difendersi, in una disperata ricerca dell'amore e della verità che dai sotterranei di Parigi la porterà fin nelle stanze dell'imperatore.

E anche al buio, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, nella lingua sbagliata, riconobbi quella voce.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071492
Print ISBN
9788804658832

CAPITOLO 1

Ornamento di separazione
Settembre 1854
Aprii gli occhi. L’aria nella mia camera da letto pulsava, in quel genere di silenzio che si sente subito dopo un rumore – un rumore che non doveva esserci. Aspettai, restando in ascolto. Le ombre oscuravano la toeletta, la libreria, le rose sulla carta da parati; le finestre erano avvolte in un velo nero. In camera mia, però, non c’era nessuno. Era una sicurezza tangibile, come il copriletto di raso a cui ero aggrappata con la mano. Poi lo sentii di nuovo. Un debole scatto metallico, a cui seguì uno scricchiolio di assi sul pavimento del corridoio. Vidi una scheggia di luce gialla penetrare attraverso la fessura sotto la porta.
Scostai di getto il copriletto e attraversai di corsa la stanza, scalza e silenziosa sul tappeto. Il mio unico pensiero era la chiave nella serratura della porta, la chiave che avevo dimenticato di girare prima di andare a letto. I miei piedi si fermarono istintivamente appena prima della porta. La camicia da notte mi si era aggrovigliata intorno alle ginocchia. Senza fare rumore appoggiai una guancia sul mogano freddo, mentre con la mano sinistra annaspavo nel buio alla ricerca della chiave. Nel corridoio sentii un brusio soffocato, la voce di un uomo e di qualcun altro che borbottava una risposta. Erano in due. Le mie dita trovarono la chiave. La girai, lentamente, per paura di fare rumore, e nello stesso istante, altrettanto lentamente, sentii muoversi il pomello sopra la chiave, ruotato da una mano sull’altro lato della porta. La serratura scattò con un suono secco, il pomello sbatacchiò leggermente.
A quel punto scappai, aggirando mobili che sapevo essere lì ma non vedevo, con i capelli sciolti e arruffati, attraverso la porta del bagno fino alla camera di Mary. Passai oltre la sua sagoma addormentata e cercai a tastoni il chiavistello della porta del laboratorio dello zio. Chiuso. Tirai un sospiro di sollievo. La stanza che chiamavamo laboratorio aveva anche una porta sul corridoio, lo stesso dove in quel momento c’erano almeno due uomini che tentavano di entrare in camera mia. Ma non era me che cercavano, né la mia domestica; lo sapevo per certo. Quanto ci avrebbero messo per scoprire di aver sbagliato porta? Mi affrettai a raggiungere il letto disfatto in cui il viso di Mary si distingueva appena nella luce rossa delle braci quasi spente nella stufa.
«Mary!» bisbigliai. «Svegliati!»
Mary respirava regolarmente, emettendo un leggero sibilo.
«Mary!» Afferrai una candela, infilai l’accenditoio tra le braci e con quello accesi la lampada a olio sul comodino. La luce si diffuse sul suo viso sognante. La scrollai forte, e quando neanche quello funzionò, la strattonai con violenza. Mary sollevò le palpebre pesanti e aprì la bocca. Mi affrettai a chiudergliela con una mano, prima che emettesse un qualunque suono.
«Uomini in corridoio» dissi sottovoce.
Gli occhi di Mary misero a fuoco il mio viso e si spalancarono al di sopra delle mie nocche.
«Dobbiamo prendere zio Tully. Hai capito?»
Mi fissò un istante, poi annuì con la testa. Le tolsi la mano dalla bocca e Mary scese dal letto, la cuffia da notte di traverso. «Santo cielo, signorina! Che spavento che mi ha fatto prendere!» sibilò. «Che ne sarà di questa casa se...»
«Lascia perdere» dissi, spingendole via le mani. Il suo primo pensiero era stato infilarmi la manica della vestaglia, come se in quel momento potesse importarmi qualcosa di apparire in ordine. «Dov’è la chiave del laboratorio?»
«Sul comodino. Ma che ne è stato di John George, signorina? Non era lui di turno stanotte a sorvegliare il...»
«Non lo so. Non so dove sia. Dobbiamo prendere lo zio...»
Poi ci bloccammo entrambe nello stesso istante, lo sguardo di Mary scattò a intercettare il mio. Nella mia stanza c’erano delle voci, echeggiavano contro le pareti di marmo del bagno e adesso non si preoccupavano più di fare piano. Come avevano fatto a entrare dalla porta chiusa a chiave in così poco tempo e senza fare rumore? La vestaglia scivolò dalle mani di Mary finendo sul tappeto in una pozzanghera di seta.
Schizzai verso la porta del bagno, la accostai delicatamente e la chiusi col catenaccio – qui non c’era serratura –, mentre Mary rovistava tra le cose sul comodino alla ricerca della chiave del laboratorio. La porta si mosse e poi sbatté violentemente contro lo stipite, trattenuta dal catenaccio.
Indietreggiai di un passo, a Mary cadde la chiave dal comodino dentro al cestino del lavoro a maglia.
“Uno.”
Contai i tonfi sordi e lenti di una spalla che sbatteva contro la porta.
“Due. Tre.”
Afferrai la lampada a olio mentre Mary si inginocchiava a cercare la chiave nell’intrico dei gomitoli.
“Quattro. Cinque...”
Mary riuscì a sgarbugliare la chiave.
“Sei. Sette. Otto...”
La infilò nella toppa e armeggiò con la serratura.
“Nove.”
Il legno scricchiolò, Mary riuscì a convincere la serratura a scattare e ci ritrovammo entrambe nel laboratorio, a correre lungo gli strani sentieri che si dipanavano attraverso i mucchi delle invenzioni di mio zio. La luce della lampada a olio serpeggiava tra ingranaggi e rotelle d’ottone, diffondendosi sulla struttura metallica di una tibia, di una guancia, di una gamba priva del corpo, gli ingranaggi esposti come nervi e ossa. Poi sentimmo la porta di legno cedere e andare in frantumi attorno al chiavistello.
Diedi uno strattone a Mary per frenare la sua corsa. La camera da letto dello zio si trovava al buio dall’altra parte della stanza; dal punto in cui mi trovavo, si vedeva appena la porta e io non sarei stata così stupida da mostrarla a quegli uomini. Mary mi guardò e capì. Ci voltammo insieme; il raggio di luce della lampada a olio partiva dalla mia mano come quello di un faro e illuminava la coppia di figure nere, che ora stavano immobili sulla porta del laboratorio.
Ci studiammo a vicenda. Due contro due, camicie da notte bianche e luce gialla contro abiti scuri e ombra. La porta del corridoio era troppo lontana: dall’altra parte di un mare di macchine dalle sembianze umane, tutte senza occhi né pelle e non finite – da tanto tempo non c’era più nessuno a dare vita alle loro espressioni. Mi accorsi che anche le due figure davanti a me erano prive di volto. I due uomini indossavano una maschera. La mano di Mary si aggrappò alla mia.
L’uomo più grosso avanzò prudentemente di un passo verso la luce e io riuscii a scorgere il luccichio degli occhi attraverso le fessure della maschera. Occhi che cercavano il modo di arrivare fino a noi. Lui mise a fuoco il mio viso e con cautela iniziò ad aprirsi un varco nell’oscurità. L’altro, il più basso dei due, rimase indietro, immobile ed enigmatico. Vagai con lo sguardo alla ricerca di un aiuto che non c’era.
«Ne te déplace pas» disse dolcemente l’uomo più grosso, come se volesse calmarmi mentre si muoveva nella mia direzione. «Ne bouge pas, Katharine
Mi si contorse lo stomaco. Quel tizio parlava in francese e conosceva il mio nome. Magari non riuscivo a capire quello che diceva, ma non avevo dubbi sul perché si trovava in casa mia. Pensai alla porta di zio Tully, nascosta solo dall’oscurità dietro di me; non avevo la minima speranza che fosse chiusa a chiave. L’uomo allungò una mano mentre avanzava, come per chiamarmi: un gesto gentile, quasi una preghiera. Nell’altra mano stringeva un pugnale, che scintillava alla luce della lampada.
«On n’a pas besoin d’avoir recours à la violence, Katharine» disse. «Donne-moi Monsieur Tulman.»
Stavolta capii il nome dello zio e qualcosa che aveva a che fare con “violenza”. L’altro uomo rimase fermo in silenzio, in attesa dietro la maschera.
«Mary» sussurrai, sperando che i due non capissero l’inglese più di quanto io non capivo il francese. «Muoviamoci verso il corridoio, lontano da... da...» Non volevo pronunciare le parole “zio Tully”. Mary annuì, sempre stringendomi forte. Ci spostammo di lato di un passo, insieme, in direzione del corridoio.
«Donnez-nous Tulman!» disse l’uomo, ora in tono rude. «Maintenant!» Agitò il coltello davanti a sé.
«Da questa parte» dissi con voce alta e chiara. Spinsi leggermente Mary e facemmo un altro passo verso il corridoio, poi un altro ancora. Per non distogliere lo sguardo dal pugnale, nel girare intorno a un banco da lavoro sbattei forte l’anca. “Dormi, zio Tully” implorai in silenzio. “Non svegliarti. E dove sei finito, John George? Dovevi stare di guardia in corridoio. Perché non ci sei?...” Mary piagnucolò, le dita conficcate nel palmo della mia mano. «Il signor Tulman è da questa parte» dissi di nuovo.
L’uomo gridò ancora qualcosa, e noi avevamo già fatto altri tre passi prima che mi accorgessi che quello che se ne stava in silenzio aveva cominciato a muoversi velocemente verso di noi. In un rapido scatto rovesciò il banco da lavoro che gli sbarrava la strada e afferrò Mary per un braccio, strappandomela dal fianco. Poi alzò il grilletto di una piccola pistola e la affondò nell’intrico delle trecce di Mary.
Lei gridò. Strillò così forte che sembrava le avessero già sparato. Io scattai istintivamente con il braccio, muovendomi sull’impeto di una paura nitida e scioccante. Lanciai la lampada a olio.
Il tiro fu discreto. La lampada colpì l’uomo ed esplose, lasciandosi dietro una scia di fiamme mentre la base rotolava sul tappeto. Mary si liberò e si allontanò inciampando in direzione opposta al fuoco; l’uomo gettò a terra la pistola: aveva un braccio avvolto dalle fiamme. Allungai una mano verso Mary, ma qualcuno mi afferrò alle spalle; sentii il metallo freddo che mi toccava la pelle calda del collo. Trattenni il respiro boccheggiando.
«Ne bouge pas ou je te coupe» mi disse l’uomo con il pugnale, il suo respiro caldo nell’orecchio.
Afferrai forte il braccio che mi stringeva il petto come in una morsa, tenendomi ferma da dietro; di fronte a me, l’uomo in fiamme lottava per togliersi la giacca. La punta affilata del pugnale mi trafisse la gola. Serrai gli occhi, il terrore lasciò il posto a una sorta di gelida sorpresa. Non era così che pensavo di morire. Davvero non erano quelli i miei piani quando, poche ore prima, mi ero infilata la camicia da notte ed ero andata a letto. Sulla scrivania mi aspettava il libro mastro del mese e l’indomani sarebbero iniziati i lavori di ripristino dell’intonaco nell’ala inferiore. E poi dovevo rammendarmi le calze bianche, e c’erano i muri appena cominciati del laboratorio nuovo di zio Tully, tirati su con le pietre raccolte una a una sull’argine del fiume...
Spalancai gli occhi quando la punta del coltello mi trapassò la pelle. Lane sarebbe tornato a Stranwyne Keep e io non sarei stata lì ad aspettarlo.
Poi, dalla bocca premuta contro il mio orecchio uscì un grugnito e il pugnale cadde lontano dalla mia gola. Mi voltai, tenendomi una mano premuta sul collo sanguinante; vidi l’uomo mascherato ripiegarsi su se stesso, come il bucato male inamidato, e accartocciarsi sul pavimento con un tonfo quasi impercettibile.
Sollevai lo sguardo e mi trovai di fronte Mary, con il viso pallido e sudato su cui ogni singola lentiggine appariva scura. Nella mano alzata stringeva un martello, la parte finale insanguinata che spiccava nella tremolante luce arancione.
Tossii e mi guardai alle spalle. L’uomo avvolto dalle fiamme non c’era più, la porta del corridoio aperta, l’aria satura di una nebbia densa. La giacca bruciava in una palla di fuoco sul tappeto, le fiamme si stavano propagando.
«Mary, acqua!» gridai, incespicando verso le tende. La sentii buttare a terra il martello e correre verso il bagno. Strappai le aste delle tende dalle finestre e trascinai il pesante tessuto oltre gli attrezzi e le casse degli orologi, rovesciando ogni cosa; raggiunsi il tappeto in fiamme e scaraventai le tende sul fuoco. Si alzò una nuvola di fumo. A piedi nudi iniziai a pestare per spegnere l’incendio, mentre Mary buttava acqua sul tessuto e su di me, e poi correva a prenderne dell’altra.
In pochi minuti il fuoco fu spento, ma l’aria intorno a noi si era trasformata in una nebbia velenosa. Il viso di Mary era annerito dal fumo, le lacrime le scendevano sulle guance lasciandole una scia bianca. Mi spinse sulla faccia un panno bagnato, in modo che potessi respirare mentre barcollavo verso la finestra. Tentai di aprire il chiavistello, ma negli ultimi duecento anni nessuno probabilmente lo aveva mai fatto, così quando quello non cedette raccolsi da terra un braccio metallico e lo scagliai contro i vetri, mandandoli in frantumi e facendo volare schegge nel giardino sottostante. L’aria fresca della notte autunnale aspirò via il fumo.
Inspirai a fondo l’aria pura – nei polmoni bruciò come lo stesso fuoco –, quindi mi voltai. Mi scostai dalla finestra in pezzi, inciampando tra i rottami dei macchinari, e scavalcai la figura accartocciata sul pavimento: una macchia scura formava un alone intorno alla testa, le suole delle scarpe bruciavano lentamente. P...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CAPITOLO 1
  4. CAPITOLO 2
  5. CAPITOLO 3
  6. CAPITOLO 4
  7. CAPITOLO 5
  8. CAPITOLO 6
  9. CAPITOLO 7
  10. CAPITOLO 8
  11. CAPITOLO 9
  12. CAPITOLO 10
  13. CAPITOLO 11
  14. CAPITOLO 12
  15. CAPITOLO 13
  16. CAPITOLO 14
  17. CAPITOLO 15
  18. CAPITOLO 16
  19. CAPITOLO 17
  20. CAPITOLO 18
  21. CAPITOLO 19
  22. CAPITOLO 20
  23. CAPITOLO 21
  24. CAPITOLO 22
  25. CAPITOLO 23
  26. CAPITOLO 24
  27. CAPITOLO 25
  28. CAPITOLO 26
  29. CAPITOLO 27
  30. CAPITOLO 28
  31. CAPITOLO 29
  32. CAPITOLO 30
  33. CAPITOLO 31
  34. NOTA DELL’AUTRICE
  35. RINGRAZIAMENTI
  36. Copyright